Dal finestrino del treno


orto visto dal trenoMi è sempre piaciuto viaggiare in treno, normalmente prendo i così detti “interegionali” o “locali”, un poco perché sono più economici e un poco perché danno una sensazione di viaggio più reale, intensa. Quando parto mi siedo vicino a un finestrino con il viso rivolto verso il luogo a cui sono diretto, quando torno invece con il viso rivolto al luogo che lascio … questo stratagemma mi sembra aumenti il senso dell’ andare e e del ritornare. Se si guarda con occhi curiosi, dal finestrino è possibile vedere tantissime cose … un vero e proprio spettacolo in movimento. Una delle cose che  mi incuriosisce di più sono gli orti! Alla periferia di paesi e città  che si attraversano se ne scorgono tantissimi, dalle forme e dimensioni più svariate: da quelli micronici con qualche fila di insalate e una dozzina di piante di pomodoro a quelli enormi con ogni ben di dio, alberi da frutta, filari di uva, pollaio … da quelli ordinatissimi, con le varie verdure schierate a parata a quelli caotici, abbarbicati su terrazzini improbabili. Poi ci sono quelli in aperta campagna: debitamente recintati li vedi crescere e modificarsi negli anni .. pian piano compaiono alberi, siepi, capanni, baracche, tavoli, dondoli,portici, griglie, forni per il pane … e immagini che i proprietari con famiglia e amici vi si riuniscano per schiantare proteine, grassi saturi e polinsaturi, insaccati e fermentati di uva nelle varie tonalità di colore. I più strampalati e fantasiosi sono quelli liguri: recintati con ogni tipo di materiale, dalle reti per letto ai cartelloni stradali, hanno in comune le immancabili “vasche da bagno” usate sia come contenitori per l’acqua sia come enormi vasi per coltivare basilico, prezzemolo, insalate …

In genere questi orti stanno sul retro di case e villette costruite tra gli anni 60′ e gli anni 80′ … sono orti proletari … nelle case moderne con praticelli all’inglese perennemente innaffiati e rasati ben difficilmente trovano posto cavoli e fagioli … sono orti anonimi: non li si ammirano anche sul web o sui “social network” … non sono raccontati su siti o blog … non sono neanche fotografati, filmati, postati.

Quando le foto venivano fatte su pellicola e stampate su carta fotografica, con il passare del tempo sbiadivano, ingiallivano … con l’avvento del digitale gli apparecchi in circolazione si sono moltiplicati in maniera impressionante ma non sappiamo ancora cosa accadrà di tutto quel materiale messo in rete. Resterà anche dopo di noi?? In un qualche futuro qualche navigante guarderà le immagini dei nostri orti stupito, con un senso di nostalgia per quello che non c’è più, pensando a colori e sapori che ha conosciuto solo grazie a qualche pagina web dispersa in una immensa rete virtuale o le guarderà con riprovazione pensando a quanto eravamo inadeguati e sfortunati? In quel futuro, quale che sia, mi piacerebbe esserci per saperlo e magari sorridere.

Una risposta a “Dal finestrino del treno

  1. Per anni uscendo da Roma ed andando in montagna, verso l’Abbruzzo, ho ammirato orti ed orti, al bordo strada… oggi che spesso vado in treno fra Fi e Roma, sto al finestrino ed osservo e sogno, e lo stesso quando da Roma vado verso Nettuno, orti, piccoli spazi, alle volte quasi strappati fra le villette abusive, piccole vite, angoli di umanità che alle volte viene racchiusa anche fra quadri di strutture industriali.
    Ma lo stesso accade se vai sulle strade di campagna nell’entroterra di Nettuno, e riesci ad avere lo sguardo che “vede” e non che scorre solo ed allora dalle forme emerge qualcosa che agli oggetti rimane attaccato, ed è quel qualcosa che ognuno di noi vede attorno, chiamiamolo, aura, chiamiamolo in altro modo, ma si percepisce… ed alle volte lo si percepisce anche nelle foto, quelle appunto di anni fa.

    Forse è il nostro cuore che è “aperto” ed ascolta, forse altro, sicuramente qualcosa in noi risuona, echeggia con quello che si vede.

    Questo deriva dal riuscire a rallentare, ad andare ad una velocità diversa ed allora si ha tempo per vedere, con occhi e cuore, e questo rimane “in noi”….

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