Ciao Avambardo


In ricordo di Renato Pontiroli, l'Avambardo

Quest’estate ha portato via un amico e un grande rivoluzionario. L’avambardo. In un luglio di fuoco ci ha lasciati Renato, il grande Renato Pontiroli, figura storica di progetti come C.I.R. (corrispondenze informazioni rurali) e la rete dei Bionieri, una delle due penne generose dei Selvatici, gli abitanti ai confini tra selvatico e coltivato. Ci ho messo un po’ a ricordare Renato senza asciugarmi gli occhi.

Renato sapeva parlare con chiunque e a chiunque riusciva a regalare la chiarezza del cambiamento. Con il suo meraviglioso uso della lingua italiana, Renato non ti diceva “un buco tra le rocce”, diceva “un anfratto”. Era sempre un piacere leggerlo, che fosse una comunicazione del CIR (è rimasta nel mito una sua mappa per raggiungere il raduno) o una lunga dissertazione su uno dei suoi mille interessi, che fosse la distillazione degli oli essenziali, come si spala la neve (“non si spala finché non finisce la scorta di tabacco!“) o l’insurrezione zapatista di Marcos.
Coniava nuove parole dense, come “avambardo” e “bioniere“; parlava di modi di vivere sostenibili, come il bioregionalismo.

L’Avambardo non era mai prevedibile, sapeva tirar fuori da una battutina un lungo dibattito pieno di idee innovative. E sapeva sdrammatizzare il discorso più serio. Un giorno ero veramente adirata con un collettivo che mi aveva invitata a tenere un discorso sulla decrescita e poi, scoprendo che la G. di G.Cacciola dell’articolo che avevano letto stava per Grazia e non per Giorgio o Guido o Gioele, mi avevano poco elegantemente cancellata. Inferocita, avevo raccontato la storia a Renato, che ne sapeva molto degli uomini che parlano tanto e fanno poco, del maschilismo che impera in certi posti culturalmente elevati, in realtà caverne buie di ottusità. Ne aveva incontrati tanti di quegli uomini che la zappa non sanno nemmeno che forma abbia e che non percepiscono che la terra ha profumi diversi, che quel profumo si aggrappa alla legna, la legna al pane e il pane alla casa. Giorni dopo scrissi questo post e il primo commento è di Renato. Una risata liberatoria, che esorcizzò tutta la rabbia. Renato sull’argomento aveva da scrivere più di tutti ma aveva risolto tutto in una frase, con quell’umorismo speciale di chi non ha mai bisogno di prendersi troppo sul serio, di chi sa quando a un amico serve una risata.

L’Avambardo ci ha lasciato anche un’ultima grande lezione di tenacia. Per curarsi, nella malattia, era dovuto tornare in città e mi si stringe il cuore a pensare Manù senza Renato e anche a Renato senza l’orto, senza la sua lavanda da distillare. Ma un avambardo lo è sempre stato dentro e non ha mai smesso di esserlo fino all’ultimo: piuttosto che niente, anche nella desolazione della città, ha piantato in un vaso del basilico profumato. Perché se non puoi avere tutto, puoi cominciare ad avere qualcosa. Renato era un grande maestro in questo.

Era stato una delle prime persone che avevo intervistato per “Scappo dalla città”, ed è anche l’unico che abbia due foto nel libro: mi serviva la foto di qualcuno con la vanga e non sono tanti quelli che parlano di orti e li fanno anche…!
Renato e la dolcissima Manù avevano accettato di parlare della loro esperienza per chi voleva vivere in modo diverso ma non sapeva da dove partire. Se non loro, chi?
A distanza di anni, chiudo ancora ogni conferenza con le parole di Manù, che non a caso chiudono anche il libro. Vedo sempre degli occhi di persone che si ritrovano in queste parole, perché sia Manù che Renato sono diretti, arrivano fino al cuore di chi cerca la strada.
“Renato” mi ero raccomandata per l’intervista “anche le cose negative, eh! Non è mica un libro per fricchettoni!”. Mi aveva detto che le cose negative sì, ma poche, perché il positivo di queste scelte è molto di più.

D’accordo con Manù, ho chiesto il permesso all’editore FAG di pubblicare sul sito e su quello di Selvatici il racconto che ha scritto Renato sulla sua vita e le sue scelte. Manù e io vorremmo che le parole di Renato continuassero ad andare lontano, ad arrivare a tanti e non solo attraverso un libro.

Ecco, Avambardo, facciamo andare ancora più lontano le tue parole. Sei stato un grande maestro sulla mia strada, un amico di cammino. Voglio ricordarti così, affinché, come hai scritto tu, “lo scambio di emozioni che a volte avviene attraverso le vite raccontate, contagi le sensibilità che sono già predisposte al cambiamento“.

Pontiroli Renato, come professione ho quasi sempre svolto quella di viticoltore, sia come coltivatore diretto che come operaio agricolo. Sono nato in un piccolo paese dell’Oltrepò Pavese e per un lungo periodo ho vissuto tra Pavia e Stradella,  attualmente abito con Emanuela in una casa di campagna nei dintorni di Ovada.

La mia famiglia era di quelle nomadi, con numerosi cambi di residenza fino a che non siamo ritornati al paese di origine, per questo mi sono sempre sentito privo di “radici” rispetto ai luoghi fino a quel ritorno che coincideva con la mia giovinezza, a 14 -15 anni. Con il “ritorno” mio padre ha ripreso a svolgere il lavoro di agricoltore che ho intrapreso anche io intorno ai 18 anni, lavoro che allora non mi piaceva molto perché l’ondata “rivoluzionaria” del 68’ aveva contagiato anche me: il centro del mondo e di un futuro possibile li situavo nelle piazze di Milano, non certo nella vigna di casa. Per più di 30 anni sono stato un militante politico dell’area antagonista e tutto il mio immaginario era mediato dal progetto di sovvertire lo “stato presente delle cose”, ma dopo tanti anni tutto si è dissolto, infranto.

Nella primavera del 1998 un mattino mi sono accorto che era ora di cambiare radicalmente vita: sono sceso dal trattore, mi sono tolto la tuta e mi sono licenziato

Poi varie disavventure, esperienze, storie fino a che ad un Rainbow Gatering, nella zona di Marradi, ho incontrato Mario Cecchi e il popolo degli Elfi, la Rete Bioregionale …dopo alcune settimane abbiamo dato  vita al C.I.R. (corrispondenze informazioni rurali) e io ho vissuto 7-8 mesi nel villaggio di Campori in Sambuca Pistoiese … poi ho conosciuto Emauela che attraverso altre esperienze era arrivata a percorrere un sentiero simile al mio.

Lei artigiana artistica, io contadino, entrambi cercavamo di praticare uno stile di vita che ci permettesse di “sottrarci” almeno parzialmente e gradualmente dall’imperativo produci-consuma-crepa. L’approccio alle visioni dell’ecologia profonda e del bioregionalismo è arrivato gradualmente in seguito, anche se la parola Decrescita non era  ancora stata coniata vedevamo nel nostro progetto di vita il modo per non essere asserviti alle regole di quella che oggi chiamiamo Globalizzazione ma che avevamo sempre chiamato Capitalismo, potevamo ancora ribellarci ad un futuro codificato ed alienato senza pentirci del passato e senza affidarci ad una “Rivoluzione” a cui non credevamo più.

Anche se in questi mesi stiamo vivendo una situazione provvisoria e insoddisfacente, le nostre giornate hanno il ritmo lento e naturale delle stagioni, il lavoro di artigiani lo svolgiamo in casa e gli unici periodi un poco frenetici sono quelli dei mercatini in giro per il nord e centro Italia. Le pratiche di coltivazione degli orti, dell’autoproduzione e conservazione degli alimenti non sono vissute come “lavoro” ma come gesti di liberazione, come momenti di consapevolezza e anche di bellezza. Il poco che abbiamo basta e possiamo prenderci il lusso di intere giornate di ozio, di lettura, dedicarci alla cucina o all’osservazione estatica, possiamo svegliarci alle 6 o alle 10 … questo significa che almeno in parte riusciamo a determinare il nostro tempo. Il bagaglio culturale che ci portiamo dietro ci consente di avere uno sguardo profondo e analitico sul presente, siamo quindi consapevoli che “stili di vita” come il nostro sono difficilmente replicabili e non raggiungeranno mai una massa critica tale da innescare cambiamenti sociali, facciamo parte di una generazione che ha iniziato un percorso ma non l’ha progettato collettivamente. Posso tranquillamente affermare che il nostro modo di vivere richiede molta energia, molta attenzione e costa fatiche, ma non lo cambierem(m)o.

A volte ci capita di stare in fiere e mercatini per svariati giorni e quando torniamo a casa ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati anche se viviamo con pochi soldi, poche cose, quasi alla giornata. Tra le cose più belle e  incredibili c’è il riappropriarsi del tempo, l’abitudine al silenzio, ai suoni della natura circostante, ai colori del bosco, alle sue energie….

Ci sono però degli inconvenienti che dobbiamo affrontare con coraggio e salda determinazione:  richiami di gufi e di civette nella notte,  bramiti di cervi all’alba,  cinghiali e i tassi che tentano di rapinarci l’orto, fagiani piumati come atzechi in battaglia che traforano pomodori e peperoni, ghiri specializzati in espropri di noci e nocciole, volpi e faine che sbafano galli e galline lasciando entusiastici ringraziamenti, ragni acrobati che ornano ogni angolo della casa, rospi giurassici che scelgono come tana i vasi da fiore, variegate specie di biscie multicolori e vipere paciose che spuntano da sassi, buchi e anfratti, salamandre dall’andatura bradipesca che obbligano a frenate improvvise e soste bibliche, ramarri smeraldini modello guarano che ti derapano sulla schiena mentre pisoli tra le viole…poi moltitudini di uccelli canterini  che tessono un tappeto sonoro quasi continuo ( gli piace particolarmente la musica irlandese e il Bob Dylan ! ) accompagnati dalla ritmica puntuale, serrata, precisa dei picchi…poiane, falchi e bianconi che sembrano sempre puntare con occhio lubrico l’unica oca rimasta…insomma un casino di un casino di genti.

Per non parlare degli odori!! Come apri la porta vieni invaso dai miasmi di rosa selvatica, menta piperita,lavanda e erba cedrina…lavi il pavimento con il solito decotto di timo ed entrano stormi di bombi alla ricerca di nettare, accendi la stufa con rametti di ginepro o pigne di abete e…cucini… orecchiette con broccoli e uvetta o merluzzo alla cipolla rossa di Tropea, polenta gratinata con formaggio di capra e inserto mignon di funghi, trenette al pesto di rucoletta selvatica e per il gioco dei venti e degli spifferi l’odore si trasferisce nella stanza dove dormiamo perseguitandoci i sogni notturni. Il peggio ci capita quando facciamo essiccare i porcini sopra la stufa a legna, colmo della sfiga detti porcini hanno l’ardire di spuntare a qualche decina di metri da casa come a preannunciarti il tormento futuro. Se ti viene in seguito l’idea di lavarti con sapone fatto con oleolito di calendula e olio essenziale di lavanda ( cose che ci tocca fare per vincere la noia, sia chiaro) poi sei costretto a sorbirti le lamentele degli gnomi e dei coboldi dello Scravaion, i quali giustamente non reggono tali odori.

La casa, il territorio ( bioregione)  in cui si vive è il centro del mondo, da essa partono le azioni, le emozioni, le idee con cui ciascuno si collega ai mondi umani  e non umani e dipende delle energie che hai e che metti in gioco l’ampiezza di questo coinvolgimento. La casa è anche il luogo conviviale della affabulazione e della condivisione, sia la nostra che quella degli altri con cui ci incontriamo.

Stiamo passando un momento molto duro e pesante, ma ritroveremo un luogo dove vivere, quindi anche se i momenti di sconforto sono profondi, cerchiamo di proiettare le nostre energie in senso positivo perché “lo sguardo dell’osservatore modifica l’osservato” e poi proveniamo entrambi da storie che non si sono mai arrese.

Da quando abbiamo dato vita al blog Selvatici selvatici.wordpress.com siamo quasi quotidianamente in contatto con persone delle più disparate età, professioni, luoghi geografici che chiedono consigli o esprimono il desiderio comune di “cambiare vita” o “diventare elfi” o trovare un luogo incontaminato dove vivere a contatto con la natura ecc. E’ ben difficile dare consigli e/o indicazioni a tutti ma pensiamo che ci siano persone che possono partire all’avventura come abbiamo sempre fatto noi e altre che invece hanno bisogno di buoni progetti, di sicurezze e che difficilmente saprebbero cavarsela on the road. Sicuramente il futuro è di chi progetta collettivamente vicinanze solidali,villaggi, quartieri, città… noi siamo Bionieri, apripista, solitari accidenti della norma. Non possiamo proporci come esempio per gli anni a venire ma solo contagiare altre vite con le nostre o con il racconto dei giorni, con le nostre storie.

Per questo abbiamo dato vita al “Rural Network” Bionieri, per mettere in relazione il nostro vissuto con quello di altri, affinché lo scambio di emozioni che a volte avviene attraverso le vite raccontate contagi le sensibilità che sono gia predisposte al cambiamento.

Intervista tratta da G.Cacciola “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita e autoproduzione” Edizioni FAG, pag. 242-246

http://www.erbaviola.com/2013/09/18/ciao-avambardo.htm

Autosufficienza, autoproduzione … ? … son parole grosse!


Vero la fine di Agosto alcuni agricoltori hanno lanciato un accorato grido di allarme: una qualche malattia o invasione di insetti nocivi aveva distrutto le loro coltivazioni di fagioli. Per il piccolo orticultore la cosa risultava preoccupante ma non grave: i fagioli si possono reperire da qualche amico (sempre che il problema non lo avesse sfiorato), al gruppo di acquisto, al mercato e al supermercato. Insomma … la pasta e fagioli non mancherà di rallegrare la tavola e anche i semi per il prossimo anno sono assicurati. Non bastasse è pure arrivata la siccità, la grandine e poi una vera e propria invasione di tassi, istrici, caprioli, cinghiali … tutti attratti dal verde deglio orti visto che la campagna selvatica era simile ad una distesa desertica. Questo ci raccontano le cronache di tanti amici orticultori. A noi lo scorso anno i caprioli avevano completamente distrutto l’orto invernale … i cavoli  i porri e le bietole le compravamo alla coop … perché c’è la coop e meno male!

La nostra ipotetica autosufficienza si è rivelata molto debole e precaria: 2 – 3 anni come questo e saremmo alla fame nera se non ci fosse il commercio globalizzato … e questo non è bello da dirsi. Certo si possono prendere contromisure efficaci: variare e incrementare la biodiversità delle coltivazioni, costruire depositi di raccolta per l’acqua piovana, vasche di depurazione e riciclo delle acque di scarico, si possono cintare gli orti come basi dei marines in territorio talebano … tante cose. Ma quella fondamentale è la costruzione di reti solidali di scambio e mutuo aiuto nel proprio territorio, nella propria bioregione. La tensione” all’autoproduzione e all’autosufficienza probabilmente si realizza grazie al lavoro e allo sforzo comuni con buona pace del mito “del buon selvaggio” che vaga per boschi e distese erbose alla ricerca di cibo selvatico: a luglio, ad agosto o in inverno puoi nutrirti di cortecce e radici fibrose che sono veramente immangiabili.

Certe parole andrebbero valutate e sperimentate con attenzione.

Dal finestrino del treno


orto visto dal trenoMi è sempre piaciuto viaggiare in treno, normalmente prendo i così detti “interegionali” o “locali”, un poco perché sono più economici e un poco perché danno una sensazione di viaggio più reale, intensa. Quando parto mi siedo vicino a un finestrino con il viso rivolto verso il luogo a cui sono diretto, quando torno invece con il viso rivolto al luogo che lascio … questo stratagemma mi sembra aumenti il senso dell’ andare e e del ritornare. Se si guarda con occhi curiosi, dal finestrino è possibile vedere tantissime cose … un vero e proprio spettacolo in movimento. Una delle cose che  mi incuriosisce di più sono gli orti! Alla periferia di paesi e città  che si attraversano se ne scorgono tantissimi, dalle forme e dimensioni più svariate: da quelli micronici con qualche fila di insalate e una dozzina di piante di pomodoro a quelli enormi con ogni ben di dio, alberi da frutta, filari di uva, pollaio … da quelli ordinatissimi, con le varie verdure schierate a parata a quelli caotici, abbarbicati su terrazzini improbabili. Poi ci sono quelli in aperta campagna: debitamente recintati li vedi crescere e modificarsi negli anni .. pian piano compaiono alberi, siepi, capanni, baracche, tavoli, dondoli,portici, griglie, forni per il pane … e immagini che i proprietari con famiglia e amici vi si riuniscano per schiantare proteine, grassi saturi e polinsaturi, insaccati e fermentati di uva nelle varie tonalità di colore. I più strampalati e fantasiosi sono quelli liguri: recintati con ogni tipo di materiale, dalle reti per letto ai cartelloni stradali, hanno in comune le immancabili “vasche da bagno” usate sia come contenitori per l’acqua sia come enormi vasi per coltivare basilico, prezzemolo, insalate …

In genere questi orti stanno sul retro di case e villette costruite tra gli anni 60′ e gli anni 80′ … sono orti proletari … nelle case moderne con praticelli all’inglese perennemente innaffiati e rasati ben difficilmente trovano posto cavoli e fagioli … sono orti anonimi: non li si ammirano anche sul web o sui “social network” … non sono raccontati su siti o blog … non sono neanche fotografati, filmati, postati.

Quando le foto venivano fatte su pellicola e stampate su carta fotografica, con il passare del tempo sbiadivano, ingiallivano … con l’avvento del digitale gli apparecchi in circolazione si sono moltiplicati in maniera impressionante ma non sappiamo ancora cosa accadrà di tutto quel materiale messo in rete. Resterà anche dopo di noi?? In un qualche futuro qualche navigante guarderà le immagini dei nostri orti stupito, con un senso di nostalgia per quello che non c’è più, pensando a colori e sapori che ha conosciuto solo grazie a qualche pagina web dispersa in una immensa rete virtuale o le guarderà con riprovazione pensando a quanto eravamo inadeguati e sfortunati? In quel futuro, quale che sia, mi piacerebbe esserci per saperlo e magari sorridere.

Frutti d’agosto


Il ferragosto è passato, un caldo opprimente schianta noi, gli animali e gli orti, sono più di due mesi che non piove … per consolarci guardiamo la dispensa.  Gli ultimi fagioli essicano al sole, dei pomodori maturano le branche alte, rimangono ancora alcune melanzane e alcuni peperoni, si mettono sugli scaffali le prime zucche che fanno compagnia a cipolle, aglio, barattoli di dado vegetale, conserve di prugne, fichi e poi chutney, salse, fagiolini e pomodori in salamoia, zucchine in agrodolce, piselli al naturale, pesto alla genovese, salsaverde … poi verranno cipolline in agrodolce, melanzane e peperoni sott’olio, le carote nella cassa di terra …

 Ci sono le erbe per tisana: iperico, menta, melissa, calendula … e timo, origano, maggiorana … le corone di tagete … a anche i lavori di Artigianato Artistico: le splendide borse di Manù, le ciotole, i fermacapelli … che trovate alla Bottega Artigiana. In qualche modo ci stiamo preparando all’autunno, all’inverno che lo seguirà, alla crisi economica, alla recessione, al 2012 …

Borsa in cuoio grasso italiano a concia vegetale

Autosufficienza, permacultura e bioregionalismo


BioregionalismoSul blog “Carpi in transizione” ho avuto modo di leggere la traduzione dell’ ottimo articolo di Toby Hemenway: Il mito dell’autosufficienza. Alla lettura di questo articolo sono seguite alcune peregrine riflessioni, non tanto sull’articolo in se ma sul nostro percorso di vita degli ultimi anni. Da questo, gli improbabili lettori del blog possono allegramente dedurre che il mese di agosto è molto propizio al cazzeggio e alle divagazioni geronto-neurali.

L’autosufficienza non è un mito, casomai è stata ed è una tensione etica, un traguardo chimerico, un poco come l’utopia che ciascuno insegue ed è sempre un passo avanti a noi. L’esodo verso i luoghi abbandonati dal moderno, iniziato sul finire degli anni 70′, e che aveva dato vita alle prime comunità rurali degli Elfi, degli Zappatori senza padrone, del Monte Peglia … aveva come fine proprio l’autosufficienza e il rifiuto, il distacco dalla società civile. In tutti quei luoghi si trovava il libro di John Seymour  “Per una vita migliore ovvero il libro dell’autosufficienza”, che era uno dei pochissimi testi di riferimento per quella generazione . Per tutti gli anni 80′-90′ una moltitudine di singoli, coppie, gruppi hanno intrapreso quei sentieri per cercare una alternativa al moderno. Poi è comparsa la Decrescita di Serge Latouche che ha dato costrutto filosofico e politico ad un vero e proprio movimento di utopia concreta, poi sono arrivate le Transition Towns e un forte interesse per le pratiche della  Permacultura: sia la Transizione che la Permacultura richiedono un grosso lavoro di progettazione e pratica collettiva, non sono sentieri individuali per “allontanarsi” dallo spirito di questo tempo ma progetti di cambiamento collettivo. Sono ad ogni modo teorie e pratiche  condivise, per ora, da un numero esiguo di persone (almeno nel nostro paese)

Nel rapporto empatico tra individui, collettività e territorio l’Ecologia Profonda e il Bioregionalismo ci insegnano che Ri-abitare il mondo in cui viviamo significa andare oltre i ‘confini’ che abbiamo tracciato, significa conoscere l’intreccio di relazioni che lega le nostre vite con l’ambiente che ci circonda. Significa pensare a noi stessi come parte interdipendente del mondo naturale, e, forse ancora più importante, sviluppare un senso del posto che sappia andare oltre il dogma dell’uomo signore e padrone del creato, e allargare invece il senso di comunità con tutti i viventi: umani e non-umani che siano.

Ancora oggi l’autosufficienza è  un percorso graduale che ciascuno può intraprendere quale che sia il luogo dove si vive, è l’inizio di un distacco che consente la riappropriazione di memorie, saperi  e manualità perdute o dimenticate, ma è una meta che non è raggiungibile. Noi siamo legati all’utopica ricerca di una parziale autosufficienza, alla semplicità volontaria e alla diminuzione del tempo di lavoro necessario per vivere con una visione di vita improntata all’Ecologia Profonda e al Bioregionalismo,  per la Transizione e la Permacultura, visti gli anni che teniamo …  ci tocca aspettare  il prossimo giro di valzer.

Il C.I.R. a Pescomaggiore, l’Aquila


…allora il 17 aprile c’è il Genuino Clandestino a Napoli…
e subito dopo il C.I.R. da E.V.A. ( Eco Villaggio Autocostruito di case in paglia) a Pescomaggiore, Aquila dal 20 al 24 Aprile…
ci stiamo preparando ad incontravi e per questo abbiamo un po’ di proposte per i pomeriggi di incontro/confronto/cerchio…

Pescomaggiore

IN PROGRAMMA C’E’:

aiutare a finire di costruire l’ultima casa in paglia, dobbiamo solo aggiungere le balle di paglia, lo scheletro c’è già…(sono bellissime!!!le case ideali!!)

fare un orto, richiesto da loro, visto che non sono molto esperti…chiedono sostegno al C.I.R….gli esperti si facciano vivi…possiamo farne anche di vari tipi…

avevamo pensato un pomeriggio magari il giovedì 21(ma è assolutamente variabile) di spiegazione di EVA -alma-e tutto il nostro progetto con passeggiata per il paese…tanto per contestualizzare

poi siccome verrà un ragazzo Mauro di Napoli esperto in bagni a secco pensavamo che un piccolo gruppo di lavoro 3-4 persone potrebbero supportarlo nella costruzione di uno di questi per l’estate-volontari che ci attende e nel pomeriggio ci potrebbe illustrare altre tecniche, perchè ne fa di diversi modelli e magari può essere interessante per qualcuno…

se avete proposte anche artistiche sono super ben venute …ES. passeggiata Land-Art

ci saranno anche cerchi di condivisione…

perciò venite carichi di energia da dare a questo meraviglioso progetto…
Gli abitanti di E.V.A. sono ben organizzati e precisi, questa volta sarà ben concreto, rimbocchiamoci le maniche nella GIOIA!!!
PORTARE :
sacchi a pelo, tende,( qualche posto per dormire c’è…per chi proprio non desidera stare in tenda)…metteremo un tendone…
portare semi da scambiare, verdure da mangiare, al secco ci pensa Francesco di Meschia…portate allegria, energia, ascolto, partecipazione,
ovviamente lasciate i cani a casa …per non disturbare…
cari siamo contenti di avercela fatta anche questa volta, con gran fatica, ma evviva!!!!
INDICAZIONI STRADALI :
– con la macchina : autostrada A24 uscita Assergi seguire per Camarda -Filetto _Pescomaggiore , il villaggio si trova sulla sinistra prima del paese
– in autobus : da roma o da pescara Arpa http://www.arpaonline.it fino al terminal e poi da li autobus per Paganica

ecco gli orari dell’autobus dal terminal di collemaggio:
n.7 ore 6:15 —–pescomaggiore 6:55
n.M1 9:40 ——paganica n.7 ore 10.10 —pescomaggiore
n.M6 12:00——-paganica n.7 ore 12:45 —pescomaggiore
n.7 14:20——————————————pescomaggiore
n.108 16:40 ——paganica n. M1 ore 17:10—-pescomaggiore
n.108 19:40 ——–paganica n.M1 ore 20.10 —-pescomaggiore

Alla ricerca del “popolo degli elfi”


Avalon, entrata del villaggio elfico

Arrivando ad Avalon di primavera

Tenere un blog alla fine dei conti diventa una specie di “passatempo”, quasi un’autogratificazione minimale, anche se a volte si cerca di travestirla da “condivisione di idee e informazioni”. Questo blog poi non tratta di politica o di cultura, non ci trovate le ultime notizie dal mondo e neanche profonde dissertazioni culturali, meno ancora ci trovate gossip, sport, moda ecc.

Insomma qui si parla del “cortile di casa” o al massimo di qualche incursione nella memoria e in alcune nicchie di pensiero che faccio finta di pensare “alternative”. Quindi il numero di visitatori è abbastanza esiguo, si potrebbe definire un blog superfluo. La piattaforma wordpress che mi consente di scriverlo lo fornisce anche di un’accurato servizio di statistiche che monitorano, tra le altre cose, le parole di ricerca. Da alcuni giorni il numero delle pagine visitate è raddoppiato e a volte tripplicato (non è la prima volta che succede) e uno direbbe che si tratta di un gioco delle coincidenze, ma gurdando l’apposita statistica sui termini di ricerca mi sono accorto che il picco era dovuto alla frase “popolo degli elfi“.  Altre volte erano state frasi o termini tipo “seminasogni“, “tribù delle noci sonanti“, “zappatori senza padrone“, …

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