Sono nato a Broni


Come ho scritto in un post precedente attualmente abito a Stradella, , cittadina dell’Oltrepò Pavese che confina con Broni, i due centri abitati sono praticamente  divisi da una zona industriale fatta di capannoni e centri commerciali. A Broni ci sono nato in quanto era sede del reparto maternità, in questo territorio ho anche trascorso buona parte della mia gioventù ribelle e probabilmente anche la parte più  gioiosa e incredibile della mia vita … ma questa è un’altra storia. Negli ultimi anni Broni ha avuto una ben triste notorietà in quanto sede della Fibronit, industria che fabbricava elementi per edilizia in cemento – amianto. La produzione, iniziata nel 1935 è terminata nel 1985. Secondo i più recenti rapporti di vari istituti di ricerca a Broni e nei territori circostanti sono decedute più di 700 persone a causa dell’esposizione all’amianto e si prevede che i decessi raddoppieranno nei prossimi venti anni. All’inizio degli anni 70′ un gruppetto di giovani ribelli (tra i quali il sottoscritto) diffuse nella zona un volantino in cui si denunciava la pericolosità dell’amianto ma come sempre rimase inascoltato. I dati sull’amianto arrivavano da ricerche che si iniziava a svolgere negli Stati Uniti.

Un paio di mesi fa ho seguito una serie di interviste fatte da giornalisti della terza rete Rai (o forse di La7 …) ad alcuni abitanti e amministratori del comune: mi avevano colpito le risposte di un signore che più o meno aveva la mia età e il cui viso non mi era sconosciuto … l’intervista si concludeva con un accorato appello … “speriamo che qualcuno faccia qualche cosa”.    In quella frase senza rabbia, senza rivendicazione di un diritto fondamentale come la salute, senza desiderio di riscatto mi è sembrato di leggerci una resa infinita, ineluttabile  ad una economia feroce e a una politica insulsa e vergognosa.

Parto dal principio che ogni vita umana ha un valore sacro e inviolabile che nessuna economia o religione o cultura ha il diritto di calpestare,  quella scia di morti passati e a venire avrebbe dovuto trasformare questo spicchio di Oltrepò in una sorta di Val Susa all’ennesima potenza che non stava ad aspettare che qualcuno facesse qualche cosa ma esigesse che tutto fosse fatto subito: bonifiche, risarcimenti e quanto altro necessario. Quando passo per Broni mi assale un’angoscia indicibile e ed una rabbia sorda e impotente.

Per info e immagini visitate     http://www.sociability.it/amiantobroni/

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Sessanta anni e un giorno


Oggi è il primo dei giorni dei miei sessantuno anni … capperi! Ieri ho festeggiato degnamente il compleanno, che mica capita tutti i giorni una occasione del genere. Effettivamente ogni compleanno è unico e irripetibile … a pensarci bene anche ogni giorno è unico e irripetibile … ! I sessant’anni sono una specie di soglia, di frontiera, di spartiacque: nel varcarli sei cosciente che un’epoca è conclusa, finita. Sarà che siamo ormai in autunno, sarà che la giornata era bigia e piovigginosa, sarà che sono in un periodo di orsitudine intimista ma è stato un giorno che mi sono sentito particolarmente lontano dal mondo (questo mondo), come distaccato … anzi dissociato dal quotidiano.

Doppio arcobaleno a Cremolino

Mi ero ripromesso di dedicare la giornata al “do you remember“, per fare una specie di inventario degli anni, degli accadimenti, delle scelte, delle storie … con leggerezza. A parte la fanciullezza, di cui ricordo ben poco, mi sembra di avere vissuto delle ere distanti, delle vite differenti: gli anni della giovinezza spensierata, gli anni della “grande rivolta”, gli anni di piombo, gli anni di merda e gli anni del ritorno alla Terra. La carrellata era talmente vasta che spesso confondevo  i periodi, i luoghi, le storie … penso anche di averle “abbellite” non poco … ma va bene così! Guardandomi indietro e ponendomi la fatidica domanda ” rifaresti tutto quello che hai fatto?” mi rispondo di NO. Tante cose non le rifarei, altre le farei in modo diverso, ma più che altro mi bruciano assai quelle cose che “non ho fatto” … quelle le farei tutte, ma proprio tutte anche solo per vedere come va a finire.

Gli anni che stanno per arrivare, pochi o tanti che siano, sarà bene dedicarli alla parte interiore, spirituale, introspettiva, sarà bene volgere lo sguardo all’ineffabile meraviglia della natura. Ma sarà anche bene misurare le forze, le energie senza sprecarle, disperderle… sarà bene vivere con mitezza e in solidale complicità con la Manù che mi sopporta da undici anni … e non è facile.

La giornata è trascorsa tranquilla, quasi sommessa. Con una spesa  folle mi ero procurato una bottiglia di “Brunello di Montalcino” per festeggiare la ricorrenza epicamente, con quel vino forte e meditativo, avevo anche predisposto una carrellata di canzoni inossidabili adatte ad evocare il tempo andato, che riportassero alla memoria i visi, le storie,gli affetti … ascoltarle è stato come aprire le chiuse di una diga … ma sono scampato anche allo tsunami dei ricordi.

Adesso è quasi l’alba del primo giorno del mio sessantunesimo anno che saluto e attendo con allegrezza e disincanto: sono pronto anche se un poco stanco!

Diradamenti


A primavera, al momento delle semine, si viene colti da una specie di propensione all’eccesso: si spargono semi in quantità fantasmagoriche, come se questo fosse indispensabile per ottenere un abbondante raccolto. Poi le piantine spuntano e ci sembra che tutto vada per il meglio … mano a mano che crescono ci accorgiamo però che sono troppo fitte, non hanno luce a sufficienza, crescono stentatamente. Allora diradiamo, lasciandone la giusta quantità affinché crescano sane e rigogliose. Tutto questo non accade solo nell’orto, nel campo … accade anche nella vita.

A partire dalla giovinezza ho “disseminato” cuore, anima e cervello di migliaia di input (semi): ascoltato musica di tutti i generi, letto libri, riviste, giornali … ho riempito gli occhi di immagini: paesaggi, film, fotografie … viaggiato, amato, attraversato, conosciuto … ho un baule immenso di ricordi e memorie di luoghi, visi, discorsi, sogni …

Da qualche anno ho iniziato a “diradare” tutto questo, come fosse maturo il tempo del raccolto. A volte mi soffermo a guardare le scansie dei libri, li passo in rivista ricordandomi anche di quelli spariti, persi, prestati, lasciati … poi ne cerco uno da rileggere: la mano si ostina continuamente a correre verso alcuni pochi perché se provo a prenderne uno a caso, che magari un tempo mi sembrava bello, imperdibile, intrigante … adesso dopo poche pagine mi accorgo che è semplicemente superfluo. La stessa cosa accade per la musica, per i ricordi, per gli amici  perfino per le parole. Sono sempre stato un parlatore, anzi un affabulatore. Mi è sempre piaciuto stare con gli altri a parlare, raccontare, ascoltare … a dire il vero avevo la tendenza a eccedere, a dilungarmi: avevo fatto mio il metodo Gramsciano di ripetere lo stesso concetto più volte usando termini differenti.

Mi piacevano le citazioni ardite, i riferimenti dotti e spesso incomprensibili … per esprimere un concetto, un’idea … facevo giri talmente larghi che a volte era difficile persino tornare al punto di partenza.

Adesso le parole mi sembrano persino superflue, come se parlare oggi sia una coazione infinita a ripetersi, come se ascoltare l’altro comporti un surplus di attenta pazienza verso il ripetuto infinitamente. Sarà la progressiva dipartita dei miei neuroni o forse una patina di realistico cinismo ma l’operazione diradamenti sta procedendo a ritmi sostenuti e sarà il caso di trapiantare quello che rimane, consociarlo virtuosamente e proteggerlo dall’aridità dei tempi con una buona pacciamatura.

Partigiano Canobio


Il 25 Aprile per me rimane un giorno dedicato alle “memorie” ed evito di partecipare a manifestazioni e/o cortei che di fatto non fanno che imbalsamare questa data e tutta la Resistenza. Preferisco dedicare qualche ora alla lettura di alcuni libri di un caro amico: Ugo Scagni, ricercatore e storico della Resistenza in Oltrepò Pavese, terra in cui sono nati e vissuti i miei genitori. Mio padre era un partigiano combattente, venne ferito durante i rastrellamenti fatti dalle truppe mongole, ferito da ben sette colpi di mitraglia fu salvato da un contadino che lo nascose nella stalla nella mangiatoia delle mucche e poi lo trasportò nella neve fino a dove poterono curarlo … era l’inverno del 44’.

Dato che sono stato svezzato a pane e resistenza, ho conosciuto molti dei compagni di mio padre, durante i raduni partigiani, a Varzi, a Pecoraia, al Penice… Quegli stessi partigiani che erano tornati in montagna nel 46’ insieme ad un gruppo del cuneese ma questa è una storia dimenticata.

Mio padre riposa nel piccolo cimitero di Canneto Pavese, il posto della mia famiglia, sulla lapide oltre al nome – cognome – date di nascita e morte, c’è un’iscrizione che dice Partigiano Canobio: era il suo nome di battaglia, Canobio deriva da canapia ..naso grosso. La foto sulla lapide lo ritrae di profilo e si nota il suo naso “importante” ma quello che distingue l’immagine di Canobio da tutte le altre foto sulle lapidi è che lui “ride” !! Anzi sghignazza!! Qull’immagine l’avevo scattata durante un incontro tra partigiani italiani e iugoslavi verso la fine degli anni 70’

Il 25 Aprile per me rimane il giorno del Partigiano Canobio che ride… Ciao pà


Al rogo … al rogo


Dunque … le pastiglie di fosforo le ho prese, pesce cerco di mangiarlo tutti i giorni, faccio tutti gli esercizi di mnemonica  … direi che sono pronto!

Pronto per cosa?? Ma per imparare il libro a memoria e tramandarlo!!

E si cari i miei improbabili lettori, qui son tempi da Fahrenehit 451: in quel del Veneto alcuni scaltri ed intelligenti amministratori del “bene comune” hanno avuto la bella pensata di bandire dalle biblioteche pubbliche (poi toccherà alle librerie e poi agli scaffali casalinghi??) i libri degli autori firmatari dell’appello contro la richiesta di estradizione per Cesare Battisti.

Tra  gli “autori maledetti” ci sono: Balestrini, Evangelisti, Cacucci, Wu Ming, Pennac, Sepulveda …

Sulla vicenda vi rimando agli articoli di Carmilla e Wu Ming e ciascuno poi  la pensa come crede … ma io sono preoccupato! Preoccupato per il quoziente intellettivo dei nostri amministratori e governanti, prossimo a quello delle amebe, preoccupato dalla stupidità di chi liha eletti.Preoccupato perchè dopo accurata indagine mi risultano sugli scaffali di casa almeno una quarantina di titoli dei suddetti autori. Quindi mi predispongo alla libreria clandestina: impacchettati nel domopach verranno nascosti in luoghi inviolabili e sicuri ma almeno uno debbo imparalo a memoria per tramandarlo affinché non vada perso nell’oblio.

Ecco il perchè di questo disperato bisogno di allenare e sostenere la memoria! Ho fatto la mia scelta e se un giorno vorrete ascoltare quel libro proibito sapete dove trovarmi.

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Uno sprazzo


In un pomeriggio di freddo intenso e pungente ho pensato bene di darmi alla cucina: gnocchi di zucca!! Ma non è che mi siano venuti un granché … mentre mi affaccendavo tra schiaccia patate, farina ecc. l’orecchio e pure la testa erano concentrati sull’ascolto di fahrenheit , la bella trasmissione pomeridiana di Radio 3. Tra i primi servizi in onda c’era un ricordo del grande Andrea Pazienza, con varie interviste in occasione della mostra romana. Chiaramente il tutto collegato alla manifestazione del 14 Dicembre a Roma. La trasmissione proseguiva poi con le interviste al fotografo Tano D’Amico e con il giornalista e scrittore Lanfranco Caminiti , un “cattivo maestro” dei miei anni giovani e ribelli (dal mio punto di vista i “cattivi maestri” hanno una accezione del tutto positiva!).

Entrambe le interviste ruotavano intorno all paragone (inopportuno) tra la manifestazione del maggio 77 a Roma e quella avvenuta il 14 dicembre.

L’intervista la potete ascoltare dal sito di fahrenheit, la consiglio perchè la gran parte dei media ha riproposto la solita nenia poliziesca … buoni e cattivi … il ritorno degli autonomi … blek bloc devastano…

Non è mio costume scrivere sul blog di questi accadimenti, ma almeno un augurio a questa moltitudine  in movimento lo voglio fare, e lo faccio con le parole del Grande Paz:

Madonna, vi giuro, credevo fosse uno sprazzo, era invece un inizio. Evviva!


Dylaniati


Da qualche tempo partecipiamo al mercatino biologico-artigianale che si tiene a Pavia , in Piazza Duomo, ogni prima domenica del mese. Pavia è stata la città dove “confesso che ho vissuto” almeno un quindicennio: tra la metà degli anni 70′ e la fine degli 80′ … una città che mi si è impressa nella memoria e in cui ogni via e ogni piazza o portico riporta in vita memorie, volti, emozioni …

Quindi puntualmente è accaduto di trovare alcuni degli amici di allora: guardi la folla di gente che ti passa davanti e all’improvviso te li ritrovi proprio li, ad un passo dagli occhi. Alcuni casualmente, altri venuti perchè le notizie corrono ancora veloci.

Una cosa che ho notato subito è che la mia generazione (e quelle contigue) porta con orgoglio i suoi capelli bianchi: nessuno spazio all’apparire! Ma gli occhi e le vogi di Gigi, Daniela, Marco, Silvia, Betty, Ezio … sono rimaste quelle di allora… un abbraccio e sorrisi come se piovesse allegria: perchè se ti incontri due alla volta è un conto ma se ti ritrovi in 4 – 5 allora è come se ci fossero li “tutti”. Stanno bene i miei amici, la barbarie di questi anni non li ha divorati e questo basta e avanza. Lunga e dolorosa invece è la lista degli andati, abbiamo pagato un prezzo alto per vivere degnamente quel tempo, lunga anche la lista dei “fulminati” di quelli partiti per viaggi interstellari e che nonhanno trovato più la strada per tornare a terra.

 

1977 foto di Tano D'Amico

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