Il Luogo Naturale


L’uomo deve tornare al suo luogo naturale (preliminari per la realizzazione spirituale)

di Paolo Scroccaro

«Non c’è nulla che sia più di un’ombra. Infatti, se un mondo non facesse scendere ombre dall’alto, i mondi sottostanti svanirebbero subito e completamente, poiché ogni mondo in formazione non è altro che un tessuto di ombre che dipende del tutto dagli archetipi del mondo che lo sovrasta. Perciò il fatto principale e più vero in merito, a qualsiasi forma è che essa è un simbolo. Perciò, quando contempla qualcosa per risalire alle sue realtà superiori, il viaggiatore considera quella cosa nel suo aspetto universale, il solo che spieghi la sua esistenza» (Abu Bakr Siraj Ed-Din, The book of certainty, Londra 1952, pag. 50).

Archetipi trascendenti e forme naturali

«Quanti segni ci sono nei cieli e in terra, accanto ai quali essi passano e poi se ne vanno ignari per la loro strada». (Corano, Sura di Giuseppe, 105).

«In verità, nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi della notte e del giorno ci sono segni per quelli che hanno intelletto» ( Corano, Sura della Famiglia di Imran, 190)

Percorrendo la statale che porta da Lavarone al Passo Vezzena, si incontra sulla destra una deviazione che indica malga Laghetto; giunti nei pressi della casara, una rude segnaletica invita a percorrere, ovviamente a piedi, un piccolo sentiero che incontriamo sulla nostra sinistra: in qualche centinaio di metri, esso conduce all’Avez del Prinzep, oggetto di curiosità e rispetto perché si dice abbia diversi secoli e sia addirittura l’abete bianco più grande d’Europa. La notizia appare senz’altro verosimile percorrendo quei luoghi un tempo abitati dai Cimbri, si ha subito l’impressione che gli abeti rossi e bianchi vi abbiano trovato un habitat particolarmente favorevole, per cui crescono forti e robusti innalzandosi verso l’alto come le colonne di un tempio; vien da immaginare in tutto questo lo sforzo delle energie della Terra per avvicinarsi al Cielo, proprio come pensavano i nostri lontani antenati, per i quali le percezioni simboliche avevano grande autorevolezza. In effetti, questi alberi d’alto fusto sembrano costituire le componenti di un meraviglioso tempio naturale, e questa sensazione interiore spinge ad avvicinarsi a questi luoghi in silenzio, timorosi di calpestare un suolo caro ad antichi dei e di disturbare gli spiriti del luogo.

Purtroppo, il viaggiatore animato da buoni sentimenti nota con disgusto che il tempio è stato abbondantemente profanato da un orribile villaggio turistico costruito nei pressi secondo uno stile architettonico perverso, che offende la bellezza del luogo, ma non l’imbecillità dei gitanti che lo frequentano per futili motivi, le tasche degli impresari turistici e quelle degli squallidi amministratori che hanno permesso l’operazione sacrilega.

Non resta che volgere lo sguardo verso più nobili mete: viene spontaneo contemplare i meravigliosi esemplari di abete che sembrano voler imitare un archetipo celeste. Non occorre aver studiato Platone, per comprendere in un istante la dottrina delle Idee, che i professori e i libri spiegano malamente e astrattamente, senza farne risaltare la bellezza e la concretezza ad un tempo, perché incapaci di riviverla interiormente con la profondità e la serietà che essa esige: non c’è dubbio, al cospetto degli esemplari in questione, il contemplante ha la netta sensazione che tutte le energie della pianta siano attivate in una direzione ben precisa, al fine di attualizzare il più possibile le potenzialità insite nella natura dell’abete stesso. Così faccenda, la forma vegetale cerca di realizzare la Perfezione massima alla sua portata: tutta la sua vita è dedicata a questo nobile scopo, il quale attira verso di sé tutto il divenire dell’ente. Ovviamente, quanto sopra vale per tutti gli enti animati, senza eccezione alcuna. Platone, come è noto, chiama Idee le Perfezioni distintive e archetipiche concernenti i vari enti naturali, i quali trovano nelle prime, spontaneamente, cioè in. virtù di una disposizione interiore, un punto di riferimento ideale che qualifica la perenne tensione vitale degli esseri: proprio per questo la realtà cosmologica è dotata di senso ed è intelligibile, per lo meno nelle sue strutture portanti.

Questa percezione della realtà cosmologica è ovvia in tutte le civiltà tradizionali, è condivisa da tutti gli uomini psicologicamente sani, pur a digiuno di filosofia in senso stretto: i filosofi antichi e medievali si sono limitati a fornire delle formulazioni concettuali, capaci di sintetizzare in modo egregio alcuni aspetti di tale normalissima visione del mondo. I concetti basilari dell’Aristotelismo e della Scolastica rientrano perfettamente in questo quadro: la nozione di forma o essenza indica prima di tutto le qualità specifiche di un dato essere, ed è il riflesso terreno dell’Idea platonica; la nozione di causa finale esprime la struttura finalistica del divenire; la nozione di atto e potenza ci permette di spiegare il naturale divenire delle cose, ma anche la gerarchia che si stabilisce tra esse. A voler esemplificare, ci si può esprimere così: qualsiasi uomo dotato di normale intelligenza è capace di intuire, senza particolare sforzo, che certi abeti sembrano realizzare meglio di altri la loro essenza specifica, e così facendo sembrano avvicinarsi maggiormente alla loro Idea, mentre altri risultano malriusciti e quindi fortemente imperfetti; se si preferisce, si può dire che in alcuni il passaggio dalla potenza all’atto è troppo incompleto, per cui l’aspetto “materiale” sopravanza di molto quello “formale”, e ciò è indice, ovviamente, di notevole imperfezione, come è facile constatare osservando individui cresciuti al di fuori del loro luogo naturale. Basti pensare a certe piante o a certi animali, strappati con violenza al loro ambiente e costretti in condizioni artificiose, che impediscono una crescita normale e inaridiscono la vita, rendendola debole e penosa.

Come si può notare, le scienze cosmologiche tradizionali si fondano su nozioni universali, semplicissime e validissime nello stesso tempo; nulla vi è di astruso e cervellotico; e per l’essenziale esse corrispondono ad una visione del mondo tipica di persone intuitive, semplici e profonde, che sanno trarre dal mondo in cui sono ospitate quanto è veramente indispensabile per la saggezza del vivere… se gli studenti liceali riescono a trovar difficili queste nozioni che costituiscono l’a-b-c delle scienze tradizionali, non vi è dubbio che la colpa appartiene non solo al pessimo insegnamento filosofico oggi dilagante, ma anche al generale declino dell’intelligenza negli uomini, i quali sembrano per lo più incapaci di farla passare dalla potenza all’atto e di realizzare le possibilità tipicamente umane.

Finalismo e perfezione: esperienze da rivivere

Ogni natura si dice perfetta per il fatto che giunge al limite della sua natura” (S. Tommaso, Commento al De divinis nominibus, c. 13, lect. 1)

«È pertanto evidente che anche gli enti privi di intelligenza possono operare per il fine, desiderare il bene con tendenza naturale, desiderare la somiglianza divina e la propria perfezione. Non vi è differenza a dire l’una o l’altra cosa; poiché essi tendono alla propria perfezione appunto perché tendono al bene, essendo buona ogni cosa secondo il grado della sua perfezione» (S. Tommaso, Summa contra gentiles, III, c. 24, n. 2451)

Riassumendo: tutto nella natura (piante, animali, uomini) tende alla perfezione; ma nell’uomo moderno questo non sembra più vero… Dicendo così, non esageriamo affatto: anzi, è proprio la cultura moderna a negare perfino il concetto di perfezione con tutto ciò che ne consegue, e tale negazione vede una speciale responsabilità delle ideologie correnti e soprattutto delle scienze moderne, le quali hanno fondato le loro pretese proprio sulla perentoria negazione di ciò che prima risultava ovvio all’esperienza umana.

La scienza moderna contro l’esperienza: dicendo questo, si finisce inevitabilmente per urtare una opposta convinzione la cui superficialità è pari alla diffusione. L’argomento meriterebbe uno studio a parte; qui ci limiteremo a segnalare i termini del problema per, sommi capi, riassumibili come segue:

1) l’assolutizzazione dell’esperimento che nasce con la scienza moderna, comporta la negazione totale del valore delle normali esperienze umane1, togliendo ad esse qualsiasi portata conoscitiva, cosa che prima mai era avvenuta;

2) l’esaltazione dell’esperimento, cioè di una costruzione artificiosa ed innaturale, si sostituisce alla dottrina dei gradi del conoscere, presente in forme diverse in tutte le grandi tradizioni dell’umanità; questa dottrina, pur presentando una gerarchia dei livelli conoscitivi, come è ovvio, ha lo scopo di salvaguardare il contributo, sia pur limitato e parziale, delle varie facoltà, che come tali costituiscono gradini del percorso conoscitivo per i quali occorre comunque passare (Platone, nel noto mito della caverna, ha ben esposto questo aspetto; cfr. Quaderno dell’A.F.T: n. 8, 1993);

3) la normale esperienza sensibile, immaginativa ed intellettiva è di tipo sostanzialmente qualitativo, ed infatti di questa natura sono anche le nozioni più importanti che abbiamo citato nella prima parte, nozioni che non per caso si ritrovano nelle varie espressioni della metafisica e della cosmologia tradizionale, con il compito di indicare le realtà più essenziali; l’ampio uso dei simbolismi che si evidenzia nei testi sacri e negli autori tradizionali, conferma una volta di più la valenza qualitativa delle esperienze umane e dei linguaggi capaci di esprimerle2, indipendentemente dal fatto che il loro contenuto sia naturale-cosmologzco o sovrannaturale-metafisico. La rivoluzione iniziata da Galilei e Cartesio ha alienato l’uomo negando, in nome delle folli pretese della quantità assolutizzata fideisticamente3, le esperienze più autentiche e le realtà più vere, di cui le civiltà normali avevano sempre avuto grande cura.

Quali le conseguenze della distruzione dell’esperienza naturale e della percezione qualitativa delle cose?

Esse sono innumerevoli, ma volendo ricondurre il tutto ad una sintesi estrema, si può far notare che, non a caso, in tutte le civiltà non toccate dalla modernizzazione, la scienza suprema é, sempre e dovunque, quella capace di insegnare all’uomo la “visione di Dio” o, se si preferisce, la realizzazione spirituale, aiutandolo a combattere gli ostacoli che a ciò si frappongono.

Le scienze moderne, come è noto, non hanno pretese del genere, infatti si accontentano di matematizzare o manipolare aspetti fenomenici distribuiti in reazioni spaziali e temporali; per giunta gli uomini riescono a scambiare per progresso questa ossessione del dominio sul dettaglio, che allontana da ciò che di più vale e devia le energie verso mete tutt’altro che nobili. Questa mediocrità è uno dei risultati necessari del processo sovversivo che abbiamo sopra ricordato. L. Tolstoj aveva ben ragione di difendere l’antica nozione di scienza contro le degenerazioni moderne di essa, scrivendo che

«la scienza […] è la conoscenza di quegli oggetti del sapere che sono i più necessari e importanti per la vita umana […] questa scienza, nel suo principale fondamento, dal quale ciascuno può appunto dedurre il modo di applicarla in concreto ad ogni caso specifico, si riduce tutta quanta al fatto che occorre amare Dio. […] Amare Dio, cioè amare sopra ogni cosa la perfezione del bene […]. Allo stesso modo e con altrettanta semplicità avevano espresso questa vera scienza, ancor prima di Cristo, anche i saggi del bramanesimo, e quelli buddisti, e quelli cinesi […]» (Sulla scienza. Risposta a un contadino)4.

Nello stesso scritto, Tolstoj prosegue osservando che

«questa è la scienza autentica, e tutt’altra è invece la scienza che ai nostri giorni porta appunto questo nome. Il nome di scienza vien dato, ai nostri giorni, alla conoscenza di tutto; di ogni cosa al mondo, ad eccezione di quel che ogni uomo ha bisogno di sapere per vivere una vita buona»5.

Detto altrimenti: la perfezione dell’essere è una nozione eminentemente qualitativa, che indica la meta del naturale divenire degli esseri, uomo compreso; come tale, essa non può trovare posto nelle scienze moderne, e più in generale nella civiltà odierna, in quanto dominate dall’atteggiamento antimetafisico tipico dello scientismo tecnologico, con tutto quel che ne consegue: il rifiuto del finalismo e l’odio per la realizzazione spirituale si accompagnano perciò al relativismo pragmatico e al più volgare materialismo, mentre l’incapacità di contemplare le essenze qualitative svilisce la conoscenza riducendola in gran parte a misurazione e calcolo funzionali al dominio e al mercanteggiamento. L’uomo contemporaneo è continuamente assediato da messaggi antifilosofici di questo genere, moltiplicati dai media, messaggi che egli assorbe quotidianamente proprio come la cattiva aria che respira: essi costituiscono la sua visione del mondo, per nulla meditata e quindi priva di spessore filosofico, quasi una “fede” nel senso più deteriore del termine.

La funzione della filosofia, in questo contesto, è quella di rompere l’assedio, aprendo spazi di libertà altrimenti impensabili: fare questo significa rendere possibile la crescita spirituale e quindi la perfezione alla portata della natura umana, fornendo i supporti indispensabili, tolti i quali essa diventa improbabile.

La casa originaria dell’uomo

«Il mondo delle scienze naturali non è un’abitazione. L’uomo è perduto nel deserto quantitativo […]. È senza patria, perché il concetto scientifico del mondo ha perso la misura umana e, ancor di più, perché la sua dimora non è stata costruita dalla saggezza, ma da un calcolare estrapolato dal suo ambito legittimo. In un tale universo l’uomo non si può sentire a casa. Nessuna meraviglia che la mobilità sia un segno della società moderna: milioni di turisti semplicemente vagano, fanno gite […]. Un domicilio che non è stato costruito dalla saggezza non è una dimora […] la prima dimora della saggezza è il nostro universo, il nostro mondo, e, ancor più concretamente, la madre terra» (R. Panikkar, Saggezza stile di vita, 1993, pag. 17-18)

In tutte le epoche le varie scuole realizzative hanno fornito, sulla base di principi sovrastorici, indicazioni articolate adeguate alle circostanze. Qui ci soffermeremo per il momento su un unico aspetto, che ha però un valore preliminare rispetto a qualsiasi altro. Il primo requisito, universalmente necessario, è la presenza di un humus adatto: tutte le cose infatti hanno bisogno del loro “luogo naturale”, al quale tendono se ne vengono strappate, come diceva anche Aristotele: la separazione dal luogo naturale impedisce all’ente di continuare ad essere se stesso e di attualizzare le sue potenze. Questa situazione di sradicamento è proprio quella in cui. si trova gettato l’uomo contemporaneo: egli vaga alla cieca in un ambiente artificioso, prodotto dalle manipolazioni della scienza e della tecnica; prigioniero dell’incubo tecnologico, è sempre più privato dell’esperienza dei ritmi naturali delle cose6, ed è piegato ai tempi artefatti della città, dove tutto è reso funzionale al mercato ed al profitto; incapace di autosufficienza, è sempre più dipendente dal sistema che lo sovrasta anche per quanto concerne i più piccoli dettagli della vita quotidiana; incapace di essere in pace con se stesso e con le cose, vive in perenne agitazione; affidando le sue chances al consumo sfrenato e alla volontà di dominio; disperato e psicolabile come non mai, cerca impossibili consolazioni nelle inflazionate ideologie del progresso, tentando di valorizzare in modo unilaterale i pochissimi aspetti sopportabili insiti nella modernizzazione, dimenticando del tutto quelli negativi. Ebbene, occorre riconsiderare proprio questi ultimi, poiché a causa di essi l’uomo contemporaneo è ridotto nella condizione di un albero rinsecchito perché piantato in un terreno arido e inospitale, che impedisce non solo l’attualizzazione piena delle possibilità intellettuali e spirituali, ma anche qualsiasi parziale progresso in tale direzione. La distruzione sistematica dell’ambiente naturale, perpetrata in nome dell’economia (anzi, della crematistica; v. Aristotele), ha tolto anche all’uomo il suo luogo naturale, -privandolo di quelle esperienze che rendono più facilmente comprensibili e interiormente vivibili le dottrine metafisiche e cosmologiche tradizionali: i bambini imprigionati nelle metropoli e nei media sono ridotti a mostriciattoli robotizzati che non hanno più alcuna seria esperienza della “natura”, delle sue leggi e dei suoi ritmi, dai quali si ricavavano insegnamenti fondamentali7, ma quasi solo dei prodotti della scienza e della tecnica, dai quali nessun valido orientamento di vita si può trarre, ma solo la spinta perversa al consumo e alla manipolazione degli esseri. Ne derivano individui stentati e psichicamente deformati, la cui proliferazione non merita certo di esser difesa, e non è un caso che la delinquenza, giovanile e non, dílaghi proprio a partire dalle aree più intensamente tramortite dalla tecnica, dall’urbanizzazione, dalla sovversione dei modi di vita tradizionali. Ancor oggi, appena arriva la civilizzazione in qualche luogo che miracolosamente era riuscito a sfuggire alle sue attenzioni, corruzione e alienazione intellettuale vi mettono subito radici, infettando un corpo un tempo sano.

«Migliaia di persone stanche, ipercivilizzate, stanno iniziando a scoprire che andare in montagna è andare a casa, che la natura selvaggia è necessaria. E che i parchi e le riserve non sono solo sorgenti di legname e di acqua per irrigare, ma sorgenti di vita»

così scriveva J. Muir ancora nel 1898, e queste parole meritano grande considerazione; in effetti, una persona di sana disposizione non può che vivere come penosa costrizione la vita di città, e appena può se ne allontana, spostandosi per lo più in montagna, in zone non deturpate dall’industria turistica, o comunque nei luoghi meno stravolti dalla civilizzazione; alcuni lo fanno spontaneamente, senza riflettervi, spinti da un sano istinto interiore. Non si tratta di ferie e di vacanza, ma dell’esigenza di ritrovare il proprio luogo naturale, come cercano di fare tutti gli esseri, viventi e non. Nel caso dell’uomo, si tratta di ritrovare il contatto con energie sottili di cui non può fare a meno, per rinfrancare l’esistenza e per rivitalizzare una percezione qualitativa e simbolica del reale, che un tempo apparteneva alla quotidianità e che ormai è diventata esperienza rarissima. Dobbiamo ricordare che “la terra è una realtà vitale che plasma in qualche modo la psicologia dell’uomo” (G. Becquet, Dizionario di teologia biblica), altrimenti destinata a deteriorarsi, come appunto oggi succede, e ciò spiega il pressante ricorso a innumerevoli terapie psicologistiche, per lo più vane.

È sempre più difficile, per gli amanti del silenzio e della riservatezza, trovare romitaggi adatti allo scopo, e mettere in pratica, anche alla lettera, il detto pitagorico “evita le strade affollate e cammina per i sentieri” (Giamblico, La vita pitagorica); perfino le montagne brulicano di esseri stupidi (turisti, curiosi, sciatori, alpinisti in divisa…) che disturbano e aggrediscono e rendono la vita sempre più difficile ai naturali abitatori: del bosco, vale a dire le piante, gli animali, gli spiriti della natura e gli spiriti contemplativi. Ciò è molto grave, considerando alcuni fattori principali:

1) abbiamo da molto tempo ceduto alla forza distruttiva delle masse informi e consumiste la pianura e le aree marittime, destinate ormai quasi esclusivamente alle esigenze della produzione, del mercato e del tempo libero industrializzato;

2) la caotica espansione demografica sta creando problemi irrisolvibili, che secoli addietro non si potevano nemmeno sospettare; una crescita tumultuosa e senza misura, oltre a generare inevitabili conflitti politici ed economici nel pianeta, come è facile constatare, è in aggiunta nemica delle esigenze spirituali8;

3) la realizzazione spirituale, occorre ribadirlo, ha bisogno di sostegni adatti, tra cui rientrano anche contesti naturali immacolati -per quanto possibile-, cioè non deturpati dalle manomissioni tecnologiche che allontanano le cose dal loro statuto originario. Le esigenze spirituali richiedono ampi spazi, serena quiete e profondi silenzi: preziosità in via di estinzione.

Riflettendo sui punti sopra segnalati, è consequenziale osservare una volta di più che le metropoli moderne, espressioni senza dubbio sataniche e contrarie alla vita, non certo per caso sono luogo di coltura di una rumorosa espansione demografica e contemporaneamente di una umanità degradata, ammassata alla cieca, informe: ciò comporta la metastasi di modi di vivere subumani, della corruzione e del crimine, come anche più sopra si diceva, di fronte ai quali i governi si mostrano del tutto impotenti (anzi, i governi stessi più spesso sono espressione di tali forze oscure, e non occorre andar lontano per rendersene conto)9.

Non è casuale nemmeno il fatto che, in tempi migliori degli attuali, quando le città non avevano i difetti di quelle odierne, gli uomini più puri cercassero di vivere al di fuori del rumore urbano, trovando rifugio per quanto possibile in luoghi isolati e poco accessibili, spesso situati in zone montane impervie. Cosa direbbero oggi i mistici del nostro medio evo, di fronte allo scempio compiuto dal progresso e dalle masse imbonite e imborghesite ai danni di quelli che un tempo furono luoghi di preghiera e di contemplazione, vere e proprie cattedrali fornite generosamente dalla natura ai cercatori della verità? Dobbiamo lasciare al nemico distruttore, alla sua furia cieca anche gli ultimi spazi vitali, o dobbiamo far emergere un imperativo di autodifesa contro la barbarie che avanza sotto le spoglie del Prodotto Nazionale Lordo, del materialismo socialista o di quello capitalistico e neoliberista?

Orientamenti per riportare l’uomo alla giusta misura e all’armonia con le leggi cosmiche

«A ognuno di voi abbiamo dato una legge e una via» (Corano, Sura della mensa, 48)

«È lui che dal cielo fa scendere l’acqua che vi disseta e che fa crescere le piante fra le quali conducete gli armenti al pascolo. Con l’acqua egli fa crescere per voi cereali, ulivi, palme, viti e frutti di ogni genere. In questo c’è davvero un insegnamento per gente che medita» (Corano, Sura dell’ape, 10-11)

Tutte le epoche positive hanno avuto una legge ontologicamente fondata, una via larga, una shariah capace di ordinare e santificare la vita quotidiana, imprimendo ad essa la migliore forma possibile, in rapporto alle particolari circostanze storiche. La civiltà occidentale moderna ha creduto di poterne fare a meno, abbracciando il relativismo pragmatico ed il convenzionalismo giuridico e abbandonandosi all’arbitrio e al disordine.

Per un’opera risanatrice, è indispensabile recuperare ciò che è stato obliato valorizzandolo in modo creativo. Le indicazioni di fondo sono quelle che gli uomini saggi e le società normali hanno sempre conosciuto e cercato di seguire. Esse hanno un valore perenne: sarà sufficiente adattarle ai nuovi contesti, e incarnarle nel nostro modo di essere:

1) Per difendere la vita autentica e quindi degna di essere vissuta, occorre arginare la proliferazione indiscriminata e meramente quantitativa degli esseri umani; tutte le tradizioni spirituali insegnano infatti che l’individuo deve crescere in condizioni ottimali, capaci di arricchire la sua formazione in senso qualitativo; esse prevedono criteri selettivi, per realizzare la “misura” di cui sopra, e a cui possono essere riproposti tali e quali, o quasi. Quanto meno, basterebbe attualizzare quanto previsto da Platone10: avvinazzati e impuri di vario genere (possiamo tranquillamente comprendervi anche corrotti e drogati) non devono procreare, perché originerebbero creature malriuscite e infelici, come è facile constatare. I governi raramente, sono disponibili a politiche di controllo demografico, e quando lo fanno, sono spinti da propositi tutt’altro che nobili (v. i tentatavi di eliminare le minoranze etniche tradizionali negli U.S.A. e altrove). Il Vaticano ha talvolta denunciato a ragione queste manovre di pulizia etnica neanche tanto mascherata, ma ha assunto una posizione estremistica in nome di un errato ed equivoco spirito solidaristico, condannando qualsiasi limitazione delle nascite ed esaltando il “siate fecondi e moltiplicatevi” (Genesi, 1, 28) in quanto tale, dimenticando che quella esortazione venne manifestata quando la terra era occupata da pochi milioni di individui, e non da 5 miliardi e mezzo! Il fatto è istruttivo, perché illustra bene i pericoli insiti nell’approccio letterale e decontestualizzato ai testi sacri, ridicolizzandone così il valore a vantaggio dei detrattori.

Per fortuna, su questo punto, in Italia e in altri paesi cattolici il gregge sembra un po’ più saggio del pastore,

2) Occorre limitare per quanto possibile il contatto con il mondo artefatto della tecnologia, la cui presenza è particolarmente soffocante nelle aree metropolitane. Bisogna distinguere, al modo degli antichi, le tecniche che imitano e seguono i processi naturali, diventandone quasi un prolungamento e a volte un perfezionamento, da quelle che esercitano costrizione e violenza sulle cose in nome del profitto o comunque dell’utile, creando situazioni invivibili. Ovviamente, il ruolo di queste ultime deve essere via via ridimensionato a favore delle prime, e il filosofo deve fornire a tal proposito esempi concreti e vissuti, presupposti per una successiva applicazione su più larga scala. Nel caso in cui non si possa rinunciare del tutto all’insana vita cittadina, si cercherà almeno di praticare l’autoriduzione del tempo ad essa dedicato, decidendo di potenziare quello volto al ritorno verso i luoghi naturali dell’uomo.

3) È indispensabile valorizzare conoscenze e comportamenti riferiti ai ritmi cosmici e alle leggi naturali, non all’arbitrio antropocentrico. Il ritmo, insito nei processi naturali, imprime ad essi ordine e misura, e non a caso costituiva un punto di riferimento essenziale anche per la vita umana. Il mondo industrializzato è fondato sulla negazione violenta dei ritmi naturali, sostituendo ad essi un universo tecnologico caotico e convulso, in cui chi non ha perso del tutto le qualità umane non può che sentirsi a disagio. La nozione tradizionale di ritmo e di legge è incomprensibile per chi non ha diretta esperienza di vita dei processi naturali ed è invece prigioniero di un mondo ostile, standardizzato e inanimato: per questo risulta così difficile oggi intendere veramente gli antichi quando parlavano delle analogie tra microcosmo e macrocosmo! Il ritorno dell’uomo al suo luogo naturale non è semplicemente uno spostamento fisico: ben di più, implica uno spostamento verso una visione del mondo, uno stile di vita e un’organizzazione comunitaria in sintonia con i ritmi cosmici. Tutto questo comporta la valorizzazione di conoscenze cosmologiche del tutto estranee a quelle delle cosiddette scienze naturali moderne, e la valorizzazione e la cura di risorse dimenticate, presenti in natura, adatte alla vita dell’uomo11; si tratta, più in generale, di mettere in pratica la prescrizione platonica secondo la quale l’uomo

«deve venerare e curare la terra più che i figli la madre; terra che è dea e per questo signora di chi è uomo mortale, e pensi allo stesso modo degli dèi e dei demoni di quella regione» (Leggi, V, 739 a);»
«infatti conoscere la propria terra minutamente è probabilmente conoscenza. inferiore a nessuna» (Leggi, VI, 763 a-b)

4) La rivitalizzazione della cosmologia e delle arti tradizionali, inclusa la medicina, finirà per operare una destrutturazione delle scienze fenomeniche asservite al potere e delle attuali forme lavorative, mostrandone sempre più il carattere alienante, in quanto funzionali a logiche di profitto e di oppressione (che esigono il ripudio dell’intelligenza contemplativa), non certo al bene comune della società, dell’uomo e dei “diecimila esseri”. Si tratta di esigenze che Gandhi aveva individuato e soprattutto incarnato con notevole coerenza esistenziale:

Nel caos societario attuale, risultato dell’allontanamento dalla “casa originaria”, gli uomini, oltre ad essere incapaci di intelligenza metafisica, non realizzano per intero nemmeno le possibilità che Aristotele chiamava vegetative e sensitive, perché la tecnica contemporanea determina o favorisce comportamenti innaturali che finiscono per manomettere perfino le potenzialità animali.

Solo il ritorno dell’uomo alla dimora che gli è propria, potrà far rifiorire le capacità. vegetative, sensitive e intellettive, rendendo possibile un percorso di realizzazione spirituale.

Oggi, vi sono alcuni che, avvertendo con disagio la mediocrità della vita ordinaria, cercano di dedicare un po’ del loro tempo a tecniche psicofisiche, allo yoga, a pratiche di concentrazione e meditazione, sottraendolo così, e a ragione, alla prigionia del consumismo e della banalizzazione. Si tratta di uno sforzo apprezzabile, se condotto con la serietà e la lucidità dovute, evitando le imitazioni superficiali, a volte grottesche perché prive di reale comprensione del contesto dottrinario e delle tradizioni di appartenenza di certe pratiche; lo stesso si può dire dei molti cattolici che frequentano i sacramenti: frequentazione troppo spesso esteriore e consuetudinaria, anche parodistica, priva perciò di qualsiasi valenza spirituale, come è facile constatare.

In ogni caso, occorre ricordare che, così come non sono mai esistiti metodi speciali per raggiungere conoscenze “scientifiche” (vedasi le inutili discussioni moderne sul metodo e il fallimento clamoroso dell’epistemologia, da Cartesio a Kant, dai positivisti ai popperiani), allo stesso modo non sono mai esistite tecniche speciali capaci di provocare di per se stesse la “visione di Dio”, l’unione con l’Assoluto”, il “Vuoto”, la “liberazione dal finito”, l’ “ascesa in paradiso” ecc. La realizzazione spirituale è, in tutte le tradizioni, un percorso in salita che mette in gioco, concretamente e quotidianamente, tutte le facoltà dell’individuo; e questo sforzo non può essere surrogato da esercizi nei quali impegnarsi per qualche ora al giorno o al mese; questi possono dare un contributo, se inseriti in un costruttivo contesto di studio dottrinario e di trasmutazione globale dell’esistenza, trasmutazione che per essere attuata ha bisogno del ritorno dell’uomo al suo luogo naturale nel rispetto dell’ordine cosmico, di una comunità adeguata e della pratica costante delle virtù cardinali, il cui significato non a caso è sintetizzato in tutte le tradizioni12, nelle forme da esse richieste.

Nel deserto inanimato della tecnica, non vi sono forze formatrici e nemmeno archetipi da imitare; ribadiamo perciò che la dimora dell’uomo è quella degli esseri della natura, fratelli dell’uomo non per vuota retorica, ma perché in essi vi è la tensione versò la perfezione dell’archetipo ad essi adeguato, tensione che deve qualificare anche l’uomo, nella misura in cui le sue radici sono fissate in cielo, come dice Platone nel Timeo (90 a-b)

Fonte: filosofiatv.org


Note

1- V. documento pubblicato nel Quaderno A. F. T. n. 6 del 1992.

2- Su questo punto, v, anche la considerazione di S. H. Nasr, che illustrando i limiti dell’empirismo moderno, scrive: «quest’ultimo si era ormai completamente staccato dall’esperimento di fondamentale importanza per gli antichi: l’esperimento con se stessi attraverso una disciplina spirituale» (L’uomo e la natura, Rusconi 1977, pag. 97).

3- Scrive a questo proposito Titus Burckhardt: «un Plotino, un Avicenna o un Alberto Magno avrebbero probabilmente replicato che niente nella natura è, tanto palese quanto le essenze delle cose, dal momento che esse si manifestano nelle forme essenziali. Queste non possono certo essere scoperte mediante un arduo lavoro d’indagine, in quanto non possono essere colte quantitativamente; la penetrazione spirituale, tuttavia, che le coglie, poggia spontaneamente sulla percezione sensibile e, in certo qual modo, anche sull’immaginazione, nella misura in cui essa sintetizza le impressioni recepite dall’esterno» (Scienza moderna e saggezza tradizionale, Borla 1968, pag. 43)

4- Riusciamo a capire Tolstoj, quando si spinge a scrivere: “Nella fede nella scienza è stupefacente l’analogia completa con la fede ecclesiastica” (Diari, 30 dicembre 1907).

5- Tale scritto è ora contenuto nella raccolta Perché la gente si droga e altri saggi, Mondadori 1988.

6- È il caso di ricordare che Platone aveva enunciato una posizione non dissimile nell’Alcibiade secondo: «Il possesso di molte scienze, quando non sia accompagnato dalla scienza del bene, poche volte è utile e il più delle volte danneggia. […] Senza questa scienza […] più grandi sono gli errori che ne risultano. […] Chi possiede erudizione enciclopedica ma sia privo di questa scienza e sia guidato solo dalle altre conoscenze, si troverà in gran tempesta» (146-147).

7- «La vita è ritmo, l’essere è ritmo. […] Se guardi il ritmo -grande o piccolo non importa- allora tu non senti la necessità di questo cancro dello sviluppo: avere di più, sempre più potere. Allora non senti la necessità di rompere i ritmi, non hai bisogno di più energia di quella che è riciclabile o naturale. […] La mia idea non è quella di risparmiare energia, di ascetismi negativi o di austerità forzata. C’è abbastanza energia se noi ci mettiamo in sintonia con i cicli naturali» (R. Panikkar, Ecosofia, Cittadella 1993, pag. 37).

8- Platone ha rappresentato l’importanza normativa delle leggi cosmiche, come tali ontologicamente fondate, con questa suggestiva immagine: «l’osservazione del giorno e della notte, dei mesi e dei periodi degli anni hanno fornito il numero e procurato la nozione del tempo e la ricerca intorno alla natura dell’universo […]; dio ci ha donato la vista affinché, contemplando nel cielo i circoli dell’intelligenza, ce ne giovassimo per i moti della nostra mente, che sono affini a quelli, sebbene i nostri siano disordinati e quelli ordinati, e così […] imitando i movimenti divini che sono regolari, potessimo correggere l’irregolarità dei nostri» (Timeo, 47 a-c).

A proposito di ritmo, tempo e numero, di cui sopra, è opportuno citare queste precisazioni di J. Evola: «L’esperienza tradizionale del tempo era di tipo affatto diverso. Il tempo in essa non è una quantità ma una qualità; non serie, ma ritmo. Non scorre uniformemente e indefinitamente, ma si frattura in cicli, in periodi, ciascun momento dei quali ha un significato, epperò un suo valore specifico rispetto a tutti gli altri. […] Per questo, ricorrono tradizionalmente numeri fissi -per esempio il sette, il nove, il dodici, il mille- i quali non esprimono delle quantità, ma delle strutture tipiche di ritmo, onde possono ordinare durate materialmente diverse, ma simbolicamente equivalenti» (Rivolta contro il mondo moderno; Mediterranee 1969, pag. 183).

9- J. Evola arriva perciò a scrivere che «il mondo moderno è lungi dal trovarsi di fronte al pericolo derivante da una decrescenza delle nascite. […] Il pericolo è l’opposto; cioè quello di un moltiplicarsi incessante e sfrenato delle popolazioni in termini puramente quantitativi. Il declino riguarda unicamente i ceppi da considerarsi portatori delle forze che sovrastano il puro demos e il mondo delle masse e che condizionano ogni vera grandezza umana. Criticando il punto di vista razzista abbiamo già parlato di quell’occulta forza che, quando è presente, vivente e attiva, il principio di una generazione in senso superiore e che reagisce sul mondo della quantità imprimendovi una forma e una qualità. […] Questo è il quadro presentato dal mondo moderno: alla regressione e al declino delle forze fecondatrici in senso superiore, delle forze portatrici della forma, fa riscontro il proliferare illimitato della materia, del senza-forma, dell’uomo-massa» (Rivolta contro il mondo moderno, pag. 211)

10- M. Bookchin ha descritto molto bene gli aspetti più grotteschi della degenerazione metropolitana, scrivendo tra l’altro: «Le quattro ruote dell’auto, il baccano del traffico sull’autostrada, la spazio delimitato dal parabrezza e dal vetro posteriore, sono diventati gli elementi essenziali di uno spazio urbano, che trova un corrispondente nella casa vista come appendice del garage. Questo mondo meccanizzato, artificiale e disordinato deforma il gusto per la natura dell’abitante di Los Angeles. […] Non è strano quindi che le autorità cittadine abbiano sistemato lungo le autostrade della vegetazione in plastica, per sostituire le siepi rovinate dall’inquinamento atmosferico. […] Per quanto sia difficile crederlo, le autorità pensarono che le piante in plastica sarebbero state più attraenti di quelle vere» (I limiti della città, Feltrinelli 1975, pag. 86-87).

È il caso di ricordare anche il giudizio di Gandhi: «Considero la crescita delle città una cosa malefica, una sventura per l’umanità e per il mondo e certamente una tragedia per l’India. I britannici hanno sfruttato l’India attraverso le sue città. Queste ultime hanno sfruttato i villaggi. Il sangue dei villaggi è il cemento con cui si è costruito l’edificio delle città» («Harijan», 23-6-1946, pag. 198).

11- «La procreazione non deve avvenire da corpi corrotti dal vino, perché il generato deve avere buona costituzione, stabilità e tranquillità, come si conviene. Ora l’uomo avvinazzato, acceso com’è da insana eccitazione nel corpo e nell’anima, non è affatto padrone dei suoi atti; egli è dunque uno squilibrato, non valido per la procreazione, tanto che verosimilmente genererebbe esseri anormali e psicolabili, per nulla retti nel costume e sani nel corpo. […] Bisogna che l’uomo stia bene attento, e non faccia volontariamente nulla che possa renderlo malato o che sappia di arbitrio o di ingiustizia; è infatti inevitabile che tale condizione venga trasfusa e impressa nelle anime e nei corpi dei generati, e siano quindi procreati esseri assolutamente inferiori.» (Leggi, VI, 775 c-d).

Gandhi si è espresso in questi termini: «Lasciatemi dire che la propagazione della razza alla guisa dei conigli andrebbe senz’altro fermata; ma non in modo da comportare, per conseguenza, dei mali ancora peggiori. La si dovrebbe arrestare con metodi per propria natura capaci di nobilitare la razza» («Harijan», 31-3-1946, pag. 66).

12- «È Dio che ha creato i cieli e la terra e dal cielo fa scendere l’acqua con cui produce frutti per sostentarvi […] vi ha sottomesso i fiumi e il sole e la luna che si rincorrono in cielo, e vi ha sottomesso la notte e il giorno e vi ha donato tutto ciò che gli avete chiesto sicché, se voleste contare i benefici di Dio, non riuscireste a farne il calcolo. Ma l’uomo è davvero iniquo, ingrato!» (Corano, Sura di Abramo, 32-34).

13- Cfr. Il bene e le virtù cardinali in Platone, nel «Quaderno A. F. T.» n. 3 del 1993.

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