Ciao Avambardo


In ricordo di Renato Pontiroli, l'Avambardo

Quest’estate ha portato via un amico e un grande rivoluzionario. L’avambardo. In un luglio di fuoco ci ha lasciati Renato, il grande Renato Pontiroli, figura storica di progetti come C.I.R. (corrispondenze informazioni rurali) e la rete dei Bionieri, una delle due penne generose dei Selvatici, gli abitanti ai confini tra selvatico e coltivato. Ci ho messo un po’ a ricordare Renato senza asciugarmi gli occhi.

Renato sapeva parlare con chiunque e a chiunque riusciva a regalare la chiarezza del cambiamento. Con il suo meraviglioso uso della lingua italiana, Renato non ti diceva “un buco tra le rocce”, diceva “un anfratto”. Era sempre un piacere leggerlo, che fosse una comunicazione del CIR (è rimasta nel mito una sua mappa per raggiungere il raduno) o una lunga dissertazione su uno dei suoi mille interessi, che fosse la distillazione degli oli essenziali, come si spala la neve (“non si spala finché non finisce la scorta di tabacco!“) o l’insurrezione zapatista di Marcos.
Coniava nuove parole dense, come “avambardo” e “bioniere“; parlava di modi di vivere sostenibili, come il bioregionalismo.

L’Avambardo non era mai prevedibile, sapeva tirar fuori da una battutina un lungo dibattito pieno di idee innovative. E sapeva sdrammatizzare il discorso più serio. Un giorno ero veramente adirata con un collettivo che mi aveva invitata a tenere un discorso sulla decrescita e poi, scoprendo che la G. di G.Cacciola dell’articolo che avevano letto stava per Grazia e non per Giorgio o Guido o Gioele, mi avevano poco elegantemente cancellata. Inferocita, avevo raccontato la storia a Renato, che ne sapeva molto degli uomini che parlano tanto e fanno poco, del maschilismo che impera in certi posti culturalmente elevati, in realtà caverne buie di ottusità. Ne aveva incontrati tanti di quegli uomini che la zappa non sanno nemmeno che forma abbia e che non percepiscono che la terra ha profumi diversi, che quel profumo si aggrappa alla legna, la legna al pane e il pane alla casa. Giorni dopo scrissi questo post e il primo commento è di Renato. Una risata liberatoria, che esorcizzò tutta la rabbia. Renato sull’argomento aveva da scrivere più di tutti ma aveva risolto tutto in una frase, con quell’umorismo speciale di chi non ha mai bisogno di prendersi troppo sul serio, di chi sa quando a un amico serve una risata.

L’Avambardo ci ha lasciato anche un’ultima grande lezione di tenacia. Per curarsi, nella malattia, era dovuto tornare in città e mi si stringe il cuore a pensare Manù senza Renato e anche a Renato senza l’orto, senza la sua lavanda da distillare. Ma un avambardo lo è sempre stato dentro e non ha mai smesso di esserlo fino all’ultimo: piuttosto che niente, anche nella desolazione della città, ha piantato in un vaso del basilico profumato. Perché se non puoi avere tutto, puoi cominciare ad avere qualcosa. Renato era un grande maestro in questo.

Era stato una delle prime persone che avevo intervistato per “Scappo dalla città”, ed è anche l’unico che abbia due foto nel libro: mi serviva la foto di qualcuno con la vanga e non sono tanti quelli che parlano di orti e li fanno anche…!
Renato e la dolcissima Manù avevano accettato di parlare della loro esperienza per chi voleva vivere in modo diverso ma non sapeva da dove partire. Se non loro, chi?
A distanza di anni, chiudo ancora ogni conferenza con le parole di Manù, che non a caso chiudono anche il libro. Vedo sempre degli occhi di persone che si ritrovano in queste parole, perché sia Manù che Renato sono diretti, arrivano fino al cuore di chi cerca la strada.
“Renato” mi ero raccomandata per l’intervista “anche le cose negative, eh! Non è mica un libro per fricchettoni!”. Mi aveva detto che le cose negative sì, ma poche, perché il positivo di queste scelte è molto di più.

D’accordo con Manù, ho chiesto il permesso all’editore FAG di pubblicare sul sito e su quello di Selvatici il racconto che ha scritto Renato sulla sua vita e le sue scelte. Manù e io vorremmo che le parole di Renato continuassero ad andare lontano, ad arrivare a tanti e non solo attraverso un libro.

Ecco, Avambardo, facciamo andare ancora più lontano le tue parole. Sei stato un grande maestro sulla mia strada, un amico di cammino. Voglio ricordarti così, affinché, come hai scritto tu, “lo scambio di emozioni che a volte avviene attraverso le vite raccontate, contagi le sensibilità che sono già predisposte al cambiamento“.

Pontiroli Renato, come professione ho quasi sempre svolto quella di viticoltore, sia come coltivatore diretto che come operaio agricolo. Sono nato in un piccolo paese dell’Oltrepò Pavese e per un lungo periodo ho vissuto tra Pavia e Stradella,  attualmente abito con Emanuela in una casa di campagna nei dintorni di Ovada.

La mia famiglia era di quelle nomadi, con numerosi cambi di residenza fino a che non siamo ritornati al paese di origine, per questo mi sono sempre sentito privo di “radici” rispetto ai luoghi fino a quel ritorno che coincideva con la mia giovinezza, a 14 -15 anni. Con il “ritorno” mio padre ha ripreso a svolgere il lavoro di agricoltore che ho intrapreso anche io intorno ai 18 anni, lavoro che allora non mi piaceva molto perché l’ondata “rivoluzionaria” del 68’ aveva contagiato anche me: il centro del mondo e di un futuro possibile li situavo nelle piazze di Milano, non certo nella vigna di casa. Per più di 30 anni sono stato un militante politico dell’area antagonista e tutto il mio immaginario era mediato dal progetto di sovvertire lo “stato presente delle cose”, ma dopo tanti anni tutto si è dissolto, infranto.

Nella primavera del 1998 un mattino mi sono accorto che era ora di cambiare radicalmente vita: sono sceso dal trattore, mi sono tolto la tuta e mi sono licenziato

Poi varie disavventure, esperienze, storie fino a che ad un Rainbow Gatering, nella zona di Marradi, ho incontrato Mario Cecchi e il popolo degli Elfi, la Rete Bioregionale …dopo alcune settimane abbiamo dato  vita al C.I.R. (corrispondenze informazioni rurali) e io ho vissuto 7-8 mesi nel villaggio di Campori in Sambuca Pistoiese … poi ho conosciuto Emauela che attraverso altre esperienze era arrivata a percorrere un sentiero simile al mio.

Lei artigiana artistica, io contadino, entrambi cercavamo di praticare uno stile di vita che ci permettesse di “sottrarci” almeno parzialmente e gradualmente dall’imperativo produci-consuma-crepa. L’approccio alle visioni dell’ecologia profonda e del bioregionalismo è arrivato gradualmente in seguito, anche se la parola Decrescita non era  ancora stata coniata vedevamo nel nostro progetto di vita il modo per non essere asserviti alle regole di quella che oggi chiamiamo Globalizzazione ma che avevamo sempre chiamato Capitalismo, potevamo ancora ribellarci ad un futuro codificato ed alienato senza pentirci del passato e senza affidarci ad una “Rivoluzione” a cui non credevamo più.

Anche se in questi mesi stiamo vivendo una situazione provvisoria e insoddisfacente, le nostre giornate hanno il ritmo lento e naturale delle stagioni, il lavoro di artigiani lo svolgiamo in casa e gli unici periodi un poco frenetici sono quelli dei mercatini in giro per il nord e centro Italia. Le pratiche di coltivazione degli orti, dell’autoproduzione e conservazione degli alimenti non sono vissute come “lavoro” ma come gesti di liberazione, come momenti di consapevolezza e anche di bellezza. Il poco che abbiamo basta e possiamo prenderci il lusso di intere giornate di ozio, di lettura, dedicarci alla cucina o all’osservazione estatica, possiamo svegliarci alle 6 o alle 10 … questo significa che almeno in parte riusciamo a determinare il nostro tempo. Il bagaglio culturale che ci portiamo dietro ci consente di avere uno sguardo profondo e analitico sul presente, siamo quindi consapevoli che “stili di vita” come il nostro sono difficilmente replicabili e non raggiungeranno mai una massa critica tale da innescare cambiamenti sociali, facciamo parte di una generazione che ha iniziato un percorso ma non l’ha progettato collettivamente. Posso tranquillamente affermare che il nostro modo di vivere richiede molta energia, molta attenzione e costa fatiche, ma non lo cambierem(m)o.

A volte ci capita di stare in fiere e mercatini per svariati giorni e quando torniamo a casa ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati anche se viviamo con pochi soldi, poche cose, quasi alla giornata. Tra le cose più belle e  incredibili c’è il riappropriarsi del tempo, l’abitudine al silenzio, ai suoni della natura circostante, ai colori del bosco, alle sue energie….

Ci sono però degli inconvenienti che dobbiamo affrontare con coraggio e salda determinazione:  richiami di gufi e di civette nella notte,  bramiti di cervi all’alba,  cinghiali e i tassi che tentano di rapinarci l’orto, fagiani piumati come atzechi in battaglia che traforano pomodori e peperoni, ghiri specializzati in espropri di noci e nocciole, volpi e faine che sbafano galli e galline lasciando entusiastici ringraziamenti, ragni acrobati che ornano ogni angolo della casa, rospi giurassici che scelgono come tana i vasi da fiore, variegate specie di biscie multicolori e vipere paciose che spuntano da sassi, buchi e anfratti, salamandre dall’andatura bradipesca che obbligano a frenate improvvise e soste bibliche, ramarri smeraldini modello guarano che ti derapano sulla schiena mentre pisoli tra le viole…poi moltitudini di uccelli canterini  che tessono un tappeto sonoro quasi continuo ( gli piace particolarmente la musica irlandese e il Bob Dylan ! ) accompagnati dalla ritmica puntuale, serrata, precisa dei picchi…poiane, falchi e bianconi che sembrano sempre puntare con occhio lubrico l’unica oca rimasta…insomma un casino di un casino di genti.

Per non parlare degli odori!! Come apri la porta vieni invaso dai miasmi di rosa selvatica, menta piperita,lavanda e erba cedrina…lavi il pavimento con il solito decotto di timo ed entrano stormi di bombi alla ricerca di nettare, accendi la stufa con rametti di ginepro o pigne di abete e…cucini… orecchiette con broccoli e uvetta o merluzzo alla cipolla rossa di Tropea, polenta gratinata con formaggio di capra e inserto mignon di funghi, trenette al pesto di rucoletta selvatica e per il gioco dei venti e degli spifferi l’odore si trasferisce nella stanza dove dormiamo perseguitandoci i sogni notturni. Il peggio ci capita quando facciamo essiccare i porcini sopra la stufa a legna, colmo della sfiga detti porcini hanno l’ardire di spuntare a qualche decina di metri da casa come a preannunciarti il tormento futuro. Se ti viene in seguito l’idea di lavarti con sapone fatto con oleolito di calendula e olio essenziale di lavanda ( cose che ci tocca fare per vincere la noia, sia chiaro) poi sei costretto a sorbirti le lamentele degli gnomi e dei coboldi dello Scravaion, i quali giustamente non reggono tali odori.

La casa, il territorio ( bioregione)  in cui si vive è il centro del mondo, da essa partono le azioni, le emozioni, le idee con cui ciascuno si collega ai mondi umani  e non umani e dipende delle energie che hai e che metti in gioco l’ampiezza di questo coinvolgimento. La casa è anche il luogo conviviale della affabulazione e della condivisione, sia la nostra che quella degli altri con cui ci incontriamo.

Stiamo passando un momento molto duro e pesante, ma ritroveremo un luogo dove vivere, quindi anche se i momenti di sconforto sono profondi, cerchiamo di proiettare le nostre energie in senso positivo perché “lo sguardo dell’osservatore modifica l’osservato” e poi proveniamo entrambi da storie che non si sono mai arrese.

Da quando abbiamo dato vita al blog Selvatici selvatici.wordpress.com siamo quasi quotidianamente in contatto con persone delle più disparate età, professioni, luoghi geografici che chiedono consigli o esprimono il desiderio comune di “cambiare vita” o “diventare elfi” o trovare un luogo incontaminato dove vivere a contatto con la natura ecc. E’ ben difficile dare consigli e/o indicazioni a tutti ma pensiamo che ci siano persone che possono partire all’avventura come abbiamo sempre fatto noi e altre che invece hanno bisogno di buoni progetti, di sicurezze e che difficilmente saprebbero cavarsela on the road. Sicuramente il futuro è di chi progetta collettivamente vicinanze solidali,villaggi, quartieri, città… noi siamo Bionieri, apripista, solitari accidenti della norma. Non possiamo proporci come esempio per gli anni a venire ma solo contagiare altre vite con le nostre o con il racconto dei giorni, con le nostre storie.

Per questo abbiamo dato vita al “Rural Network” Bionieri, per mettere in relazione il nostro vissuto con quello di altri, affinché lo scambio di emozioni che a volte avviene attraverso le vite raccontate contagi le sensibilità che sono gia predisposte al cambiamento.

Intervista tratta da G.Cacciola “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita e autoproduzione” Edizioni FAG, pag. 242-246

http://www.erbaviola.com/2013/09/18/ciao-avambardo.htm

Sempre con noi


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Renato è spirato domenica 21 luglio,
la malattia contro cui ha combattuto per più di un anno
alla fine ha avuto il sopravvento e lo ha portato via,
lo ha fatto discretamente, senza fare sapere nemmeno a me, nelle nostre telefonate settimanali,
la reale gravità della situazione,
anzi mi raccontava quanto si mangiava bene nella clinica dove, mi diceva,
lo stavano “ripulendo dai veleni” di tutti i cicli di chemio che ha sopportato nei mesi passati…

Era una persona straordinaria, una mente eccelsa di grande cultura,
e ha sempre vissuto credendo e mettendo in pratica realmente le idee che lo distinguevano,
con l’orgoglio mai dimenticato di essere figlio di un comandante partigiano
ha fatto delle scelte della sua vita quotidiana la sua rivoluzione,
e ha cercato di diffondere e sostenere il mondo nuovo, solidale, rurale, ecosostenibile, bioregionalista
che era certo essere l’unica alternativa allo sfacelo della società capitalista.

Ci lascia un’eredità che è manifesta in tutte quelle realtà che hanno trovato nel blog ” Selvatici” e nel “rural network”  Bionieri,
frutto della sua caparbia volontà di autodidatta del web, e della sua generosità espansiva e di avanguardia,
anzi, come si definiva più volentieri, di “avanbardo”,
un aiuto e un sostegno a  crescere e moltiplicarsi e svilupparsi in piccoli e grandi “orti”
tra “il Selvatico e il Coltivato”
che continueranno a fiorire e fruttificare, ne sono certa,nelle future generazioni.

Non ho altre parole per dire quanto mi mancherà
anche se non vivevamo più fisicamente insieme nell’ultimo anno,
e quanto ingiusto penso che sia che non sia più qui
a spiegarmi come tagliare le femminelle dei pomodori,
ma so che la sua energia sarà sempre tutto intorno a me
come il ricordo del tempo passato insieme, le speranze, gli esperimenti, le invenzioni,
gli oleoliti, le pomate, il sapone fatto in casa, distillare la lavanda,
il nostro artigianato e i nostri successi che ci hanno fatto sentire ricchi dopo tante difficoltà,
il sentiero bioregionale, il cir, l’associazione degli artigiani, e anche le delusioni e le sconfitte…
io non lo potrò dimenticare mai.

Penso che meriti davvero di essere ricordato
e il modo migliore è ripercorrere il blog dei Selvatici dove dal 2007
con idee, considerazioni, poesie, racconti, pensieri
raccontava il suo, il nostro “Progetto” di vita,

Merita di essere ricordata sua sorella Ilaria che si è presa cura di lui in questo utimo anno percorrendone insieme giorno per giorno i passi difficili della malattia, standogli a fianco fino alla fine, i vostri abbracci e cari saluti che già sono stati tanti voglio condividerli con lei perchè sappia quanto è stato benvoluto e amato il suo caro fratello.

Con tutto il mio amore
Buon cammino, Renato

ciao Manù

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CIAO RENATO


CIAO RENATO

POSSA ACCOMPAGNARTI LA MUSICA CHE TI PIACEVA TANTO

NEL VIAGGIO VERSO L’INFINITO UNIVERSO

NEL RITORNO AL GREMBO DELLA GRANDE MADRE

GRAZIE PER QUELLO CHE CI HAI INSEGNATO

TI AMO

manù

. “Non sono tutte uguali le geografie”


Poesia di Wu Ming 1 contro la Tav.

wu mingNella testa di qualcuno
per andare da Torino a Lione
si passa per Genova, stazione Bolzaneto.
E dev’essere un treno
speciale
la sua meccanica dev’essere
quantistica
infatti va a zig-zag nel tempo
Fa scalo a Città del Messico
nel sessantotto
(fico, ci sono le olimpiadi!)
fa il pieno a Pechino, Piazza Tiananmen
nell’ottantanove
passa per Santiago del Cile
nel settantatré
e in altri bei posti, altri bei momenti
e non arriva mai in ritardo
spacca il minuto
coi manganelli
i passeggeri non mancano
una coincidenza (fortunelli!)
o un decennale
E corre corre corre sempre più forte
corre corre corre, verso la…
No, chiedo venia
Quella era un’altra canzone.
E allora pazza gioia, felicitas mundi
Partiremo puntuali per Lione
spaccando il minuto e le teste
passando per tanti bei posti.
Ho visto il meteo, lungo il viaggio
troveremo un po’ di nebbia
urticante
Non c’è da preoccuparsi, basterà
chiudere i finestrini
e affidarci a chi guida.
Chi guida
sa cos’è meglio per noi.

La presa del potere


Oggi non mi viene mica  voglia di festeggiare la caduta del “gerarka” … ma dato che sono una personcina fine ed educata mi sembra pertinente condensare il ricordo di questi ultimi 60 anni attraverso una allegoria bucolica: ci siamo lasciati  inchiappettare prima dalla grande melanzana bianca, poi dal cetriolo garofanato ” … in seguito è toccato al “melone rugoso azzurro” alternato dalla zucchina panciuta bolognese… adesso ci tocca il grande cocomero Golmand Sachs … Io sono allergico a qual si voglia varietà di cucurbitacea …

quindi per riprendere speranza è meglio attrezzarsi all’ Occupy the garden

[parlato]: Un mastino. Un mastino nero, lucido, metallico. Un cane mastino con un occhio solo, vitreo, in mezzo alla fronte. Una mano che schiaccia un bottone. Dall’occhio del mastino parte un fascio di luce intensa, verdastra, elettrica…
Psss… psss… psss…
Avvolti in lucidi mantelli
guanti di pelle, sciarpa nera
hanno le facce mascherate
le scarpe a punta lucidate
sono nascosti nella sera.
Non fanno niente, stanno fermi
sono alle porte di Milano
con dei grossissimi mastini
che stan seduti ai loro piedi
e loro tengono per mano.
Han circondato la cittÃ
la stan guardando da lontano
sono imponenti e silenziosi.
Chi sono? Chi sono?
I laureati e gli studiosi.
E l’Italia giocava alle carte
e parlava di calcio nei bar
e l’Italia rideva e cantava.
Psss… psss…
Ora si muovono sicuri
coi loro volti mascherati
gli sguardi fissi, minacciosi
vengono avanti silenziosi
i passi lenti, cadenzati.
Portano strane borse nere
piene di oggetti misteriosi
e senza l’ombra di paura
stanno occupando i punti chiave
tengono in pugno la Questura.
Dagli occhi chiari dei mastini
parte una luce molto intensa
che lascia tutti ipnotizzati.
Chi sono? Chi sono?
L’intellighenzia e gli scienziati.
E l’Italia giocava alle carte
e parlava di calcio nei bar
e l’Italia rideva e cantava.
Psss… psss…
Ora lavorano più in fretta
hanno moltissimi alleati
hanno occupato anche la RAI
le grandi industrie, gli operai
anche le scuole e i sindacati.
Ora si tolgono i mantelli
son già sicuri di aver vinto
anche le maschere van giù
ormai non ne han bisogno più
son già seduti in Parlamento.
Ora si possono vedere
sono una razza superiore
sono bellissimi e hitleriani.
Chi sono? Chi sono?
Sono i tecnocrati italiani.
[parlato]: Eins zwei, eins zwei, alles kaputt!
E l’Italia giocava alle carte
e parlava di calcio nei bar…

15 ottobre, Occupy World


IndignatiPassato qualche giorno ci si rende conto che sabato 15 ottobre sono avvenute due cose ben distinte: Critical Mass negli spazi pubblici di centinaia di città in decine di paesi (praticamente in ogni continente) e la manifestazione a Roma, che è finita come è finita. Inutile riassumerla o dare giudizi su violenza – non violenza, manifestanti buoni e cattivi ecc. … ciascuno si è fatto una propria opinione a proposito.

Una differenza lampante salta agli occhi subito: mentre la quasi totalità delle iniziative erano autoconvocate, spontanee, distribuite capillarmente  … da noi è stata scelta la classica forma di corteo nazionale a Roma, convocato da organizzazioni sindacali, associazioni, centri sociali  con i soliti Casarini, Bernocchi, Landini …e tutto l’armamentario di bandiere, striscioni, slogan …

Negli Stati Uniti dall’occupazione di Zuccotti Park a New York la protesta si è estesa in decine di città, aggregando migliaia di persone: assemblee permanenti, decisioni prese con il metodo del consenso, condivisione e convialita, rifiuto della delega, niente leader o portavoce … potremmo definirla la crescita di una intelligenza collettiva, una presa di coscienza collettiva. Magari questo movimento nascente ha ancora idee confuse, obiettivi poco chiari ma vive in prima persona il “proprio” cambiamento, non lo delega ad un tempo futuro. Questo movimento ha avuto e ha la capacità di comunicare, di attrarre consenso, solidarietà, simpatia.

La manifestazione di Roma non ha comunicato nulla se non spavento, incredulità … di sicuro ha allontanato, ha diviso ulteriormente. Non avrebbe comunicato nulla anche se non ci fossero stati scontri, sono proprio la forma “corteo”, la forma “manifestazione” che hanno, da molto tempo, smesso di comunicare, hanno smesso di parlare e di ascoltare, sono diventate “linguaggi” sterili (almeno in Italia e in queste forme rituali).

Una cosa “tutte” queste manifestazioni l’hanno avuta in comune: dalla Corea del Sud agli Stati Uniti, dal Cile alla Grecia a Roma … le forze di polizia quando menano menano tutte allo stesso modo!

Dagli scontri di Roma le immagini delle violenze, dei caroselli, dei candelotti, degli incendi e poi nei giorni seguenti i commenti politici  e quelli che mano a mano apparivano sui media e in rete … tutto questo mi é sembrato il ripetersi di un rito scontato e obsoleto, lontano e tragicamente inutile.

Chi ha visto i video di Zuccotti Park, la mensa improvvisata e gratuita, le discussioni collettive, la preparazione dei cartelli … si sarà reso conto della differenza e della unicità: quelle persone contestano un modello di società ma nello stesso tempo ne sperimentano uno alternativo vivendolo quotidianamente.

Per provare a decifrare quello che sta accadendo potrebbero esservi utili questi link: Alaska  Voci dalla piazza e la lettera di Marina Petrillo     

La noia dell’indignazione


Lo ammetto: da una quindicina di giorni vocaboli astrusi, grafici incomprensibili, somme esorbitanti e inimmaginabili … sono entrate a fare parte del nostro quotidiano. Ti svegli e ti assale l’angoscia dello “spread bund-Btp“, mentre fai la colazione  stai con le orecchie tese per carpire  ogni variazione degli indici FTSEMib, Nasdaq, Stoxx50, durante  la giornata, mentre lavori o passeggi per l’orto, preghi sommessamente che non venga in mente a qualche ministro di rilasciare dichiarazioni farneticanti a Borse aperte … che sarebbe un disastro. Nulla da fare, l’economia finanziaria oltre ad essersi impossessata del pianeta si è anche impossessata dei nostri cervelli.Potrei tranquillamente dire: ma che mi frega a me delle Borse?? Mai avuto azioni o depositi o titoli … solo l’azione di Radio Popolare,che di per sé è un debito. Ho pure provato a capire cosa siano i “prodotti derivati” ma mi sono arreso quasi subito. Eppure questa entità sconosciuta e ostile che chiamiamo finanza sta facendo a pezzi e distruggendo il pianeta.

La crisi che galoppa per l’Europa e per gran parte dei paesi “occidentali” è stata provocata dalle banche, dalla finanza creativa e dalla speculazione: dopo aver messo sul lastrico un continente adesso se lo spolpano e intanto  affamano il resto del pianeta speculando sui terreni coltivabili e sui prodotti agricoli  utilizzati non per sfamare le popolazioni ma per la produzione di  biocarburanti.

Tutto questo orrore bussa alle nostre porte, che ci piaccia o meno condiziona e condizionerà pesantemente le nostre vite.

La litania dell’indignazione non basta … annoia.

Allora ascoltiamoci con attenzione e allegria questa “lezione” di rivolta e prepariamoci ad occupare Piazza Affari!

A scuola di rivolta – Franco Berardi Bifo | Through Europe from Through Europe on Vimeo.

A chi interessa l’area politico culturale a cui appartiene Franco Berardi “Bifo”, consiglio alcuni siti di riferimento:

Scepsi, Loop, Through europe