I semi dell’Acquacheta, parte IV


La cascata dell'Acquacheta

-preambolo al vento:

“nella mia vita mi viene di dare tutto per scontato: ormai so difendermi, conosco tutto ciò che mi necessita ho delle idee precise e non mi lascio fregare, perché io sono furbo”

questo lo pensavo a due anni, ma anche a 18, ogni tanto anche adesso; poi puntualmente assisto come un baccalà alla smentita delle mie convinzioni passeggere, ma sono comunque contento, di convincermi,tradirmi e trasgredirmi cosi tante volte, ogni volta cerco di aprire un qualcosa nella siepe che mi circonda con la speranza che forse riesco a ritornare e far la guerra contro me stesso e finalmente vincere: con è facile perché sono io che stabilisco le regole del gioco, sono io che attacco per cui so anche dove devo difendermi, sono tenace, vedrai ce la farò un giorno a girarmi di scatto e mordermi un orecchio, e forse anche a correre più veloce della mia ombra.

Si era fatto tardi, per chi? Per che cosa? Non so, ma ero davvero stanco di tutta quella camminata nella neve, forse la mia testa girava ancora veloce ma il mio fisico non riusciva a starle dietro, dovevo stendermi da qualche parte e magari farmi una bella dormita, dove? Provai a domandare, a Jò, mi disse che per lui era troppo presto e non aveva sonno, da altri ricevetti una serie di risposte, quella più sensata cantava più o meno così:

“esci dalla porta dove sei entrato gira un paio di cantonate sulla destra e se non entri nello stalletto del maiale, vuol dire che sei entrato nel palazzo, ci sono delle scale, stai attento perche alcuni gradini sono rotti e gli altri mancano, su di la dovresti trovare un letto se non ci vedi perché è buio fai domanda all’ Enel.

Presi le mie cose e mi apprestai a seguire le indicazioni della reception, Fuori c’era un metro di neve e ancora ne veniva, pensai di girarmi per chiudere la porta ma la mia mano imbracciò in qualcosa di morbido: le romane mi stavano appiccicate dietro, arrancando di nuovo nella neve (che ci permetteva un minimo di bagliore) arrivammo al portone del palazzo, a tasto trovai la scala di petra e mentre salivamo sentimmo aprirsi l’uscio, capimmo dalla voce che era uno di casa, salendo ancora per quelle scale la prima porta non si apriva ed aperto la seconda mi accesi l’unico fiammifero che avevo; dovevo memorizzare molto velocemente quello che vedevo perché di lì a pochi secondi sarebbe stato buio pesto: in un angolo c’era della paglia, nel mezzo un buco di circa un metro, poi ciarpame, un aratro e scritte sui muri;

si spense il fiammifero e quel figghio n’drocchia solo allora accese una candela, invitando le romane a dormire in camera sua, che ci aveva un letto con le coperte e la borsa dell’ acqua calda, “buonanotte Gianni” cosi mi salutarono tutti e tre. In quel momento ho apprezzato più dell’oro il regalo di Maria: la coperta.

Non so quanto è passato, ma mi svegliai, sentii dei rumori, delle voci bisbigliate ed una porta che forse si apriva nella notte più nera, ma prima ancora di riconnettere chi fossi e dove mi trovavo avevo riconosciuto la voce delle ragazze, mi affrettai a ricordare loro che dovevano camminare raso alle pareti perché la stanza in mezzo era sprofondata, mi si spalmarono accanto una per lato e si addormentarono praticamente subito, forse volevo domandare loro qualche spiegazione, capire il perché ma mi tenni tutto per me; loro mi dormivano appiccicate, io ci misi un bel po’ a prendere sonno ma ero felice, per la testa mi girava di tutto e tutto positivo.

Una collezione di chicchirichì continuava a risuonarmi nella testa, avevo gli occhi ancora chiusi, non capivo se erano la coda dell’ultimo sogno, ma questo gallo era insistente: insisteva, con questo pensiero mi si aprì quella tendina che c’è tra i sogni e le palpebre degli occhi ancora chiusi, mi sentivo addosso un piacevole abbraccio, insomma mi sentivo felicemente e morbidamente, compresso; mi tornava in mente come una velocissima moviola,l’accaduto della sera precedente, ma in questo delizioso quadrettino c’era qualcosa che non quadrava: sentivo sui piedi un peso che si muoveva lentamente e non potevano essere i piedi delle ragazze e tanto meno gli zaini; cercai di ritrarre i piedi mentre sbottonavo gli occhi, ma non fu facile ne’ l’uno ne’ l’altro: i miei piedi erano diventati un materasso per un cane. Ero sveglio? Si ero sveglio.

Le ragazze cominciavano a svegliarsi e mentre una si stirava tra me e il muro, l’altra, che aveva ancora gli occhi chiusi mi fece un abbraccio dalla testa ai piedi che melo ricordo ancora… ed aprendo gli occhi disse: ma che ore sono? Le dissi barando che era ancora notte fonda, mentre me la avvinghiai per non fare scappare tutto questo, l’altra che era dietro di me mi diede un bacio sul collo e mi esortò: alzati scemo !

L’unica finestra era aperta per metà, perché aveva solo una anta con i vetri di un tempo, faceva molto freddo, anzi freddissimo

Il cane scodinzolava felice, anch’io sentivo qualcosa che scodinzolava, mentre cercavamo di riassettarci un po’ alla meglio saltellando e tremando, valutai che la c o m u n e.. aveva degli aspetti decisamente apprezzabili.

La stanza aveva oltre il pavimento sfondo anche il soffitto aperto, e si intravedevano delle trecce di cipolla e granturco appese al trave del piano superiore, le pareti mezze stonacate facevano intravedere vecchi disegni e scritte di nuovi proclami:

“la famiglia è ariosa e stimolante come una camera a gas”

Aprimmo la porta con circospezione e scendendo quel che rimaneva delle scale mi resi conto che la sera prima, qualche santo ci aveva aiutati a non romperci l’osso del collo, scendendo si incontravano altre porte che portavano chissà dove ma la curiosità di vedere il fuori era troppa,di sottofondo su sentivano urla dilungate e confuse, tintinnare di campanelli, gente che chiamava, altri che rispondevano;

uscimmo fuori da questo palazzone di pietra grigia decadente, o meglio, non fu facile perche durante la notte era caduta altra neve, ma in quel momento c’era un po’ di sole che rispecchiandosi nella neve rendeva tutto particolarmente luminoso, pianbaruccioli è un insieme di tre case, tre capanne e un rudere all’ingresso, con da un lato il forno e dall’altro l’osservatorio, c’erano dei solchi nella neve che univano le case evidentemente utilizzate, sull’ ingresso della stalla era una scritto: “chi non occupa preoccupa”

una ragazza che proveniva dalla stalla aveva un pentolo con il latte delle capre appena munto, distante era seguita da un caprone con le corna lunghissime, le andammo dietro, verso la cucina, strada facendo lei superò con noncuranza un asino, noi NO. A quel punto ci trovammo in mezzo tra l’asino ed il caprone, non si metteva per niente bene, sopraggiunse un’ altra ragazza che ridendo abbracciò l’asino chiamandolo Luna, era una asina ! così ci facemmo coraggio e passammo oltre verso la cucina.

La cucina? Si attraversava una massa informe di cenci e zaini poi scavalcando 4 o 5 persone che dormivano per terra, si arrivava al camino che tirava come la sera prima, in mezzo al fumo si intravedeva un paiolo con dell’acqua a bollire, di lato c’era il cuoco che tenendo in mano una padella sulle braci, faceva abbrustolire dei grani d’orzo, di fianco c’era l’aiuto cuoco che anche lui faceva riscaldare qualcosa in una padella: erano delle foglie ed a guardarlo bene l’ho riconosciuto, era mister X, aveva in testa uno strano cappello su cui era ricamata la scritta “coldiretti mariù” di fianco al camino sotto una montagna di pentole, pentolini, padelle e piatti sporchi si scopriva l’acquaio, ai piedi un secchiello di cenere e due taniche d’acqua, allora un indigeno entrò e molto velocemente si versò un po’ d’acqua in un bicchiere ed usci altrettanto velocemente, io commentai:

-”andrà a lavarsi i denti ?”

-“ no gli scappa da cacare e va a pulirsi il culo” mi rispose il cuoco,

dopo poco l’indigeno rientrò con aria soddisfatta e buttando il pentolino sull’acquaio chiese:

“chi vuol fare una maraffona per lavare i piatti?”

Nella stanza accanto c’era il tavolo con sopra ogni ben di dio, tra cui: bottiglioni vuoti, carte da giuoco, uno zaino, uno sparpaglio di muci, la Marisa sempre sorridente, si era ritagliata un angolino per bersi una tazza di qualcosa, la stufa riscaldava il latte di capra da aggiungere poi al paiolo con l’orzo, qualcuno impastava dei chapati, un altro dopo essersi soffiato il naso su una manica raccattava un po di pane secco dalla cesta con su scritto “per il maiale” e lo miscelava nel paiolo con l’acqua, l’ orzo e un po’ di manica, una delle panche era caduta per terra e di lato a questa un giovine di belle speranze russava con la guancia nel suo vomito.

Entrò la Snella “non ci fate caso anche a me le prime volte faceva impressione, poi ci se ne fa una ragione, a questo mondo c’è gente che sarebbe ben felice di avere tutto questo, fate colazione con noi e prendetevi un bicchiere, un pentolino, insomma quello che riuscite a trovare di là sull’acquaio …”

Gianni detto “Biscotto”

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3 risposte a “I semi dell’Acquacheta, parte IV

  1. -11

    gente che arrivava, altri che partivano,abbracci,sorrisi, pianti, vaffanculo,che tripp, che ci hai del fumo?, sei troppo in, e tu troppo yang,che vibrazioni negative, sei cattivo perché mangi la carne, ti vò in culo e risparmio anche sul fuoco: sono un crudista, amore libero, se guardi ancora la mia compagna ti scortico e poi ti appendo con le tue budella, solo geova ci può salvare, hare krisna, ci piace di più il crocefisso a testa in giù, era tanto bono, giulio andreotti: lui si che ha carattere, l’ msi, gesù era un rivoluzionario, io sono moderno perché porto i jeans e vado in chiesa a suonare la chitarra, come lui non ne faranno più, rosse rosse rosse brigate rosse !!, ma padre pio ci protegge, san francesco è sempre attuale, io rispetto tutte le religioni, il pdup, le religioni mi han rotto i coglioni, w marx, w lenin, w zaccagnini, ma ora viene Berlinguer a darci il via, ivan della mea, de andrè, nostradamus,i quaderni dell’ albania, la locomotiva, c’era un ragazzo che come me amava i beatles e i roll … , son tutte belle le mamme del mondo, pentiti sei ancora in tempo, verdi era rivoluzionario, i cerchi nel grano, la scala in fondo è il teatro dei rivoluzionari, ci controllano,i politici son tutti corrotti, il mantra, il mala, rajneesch, gli arancioni, il dalai lama, il capitalismo, i carabinieri, il femminismo, abbasso il nucleare, le donne son tutte puttane !! , hanno un dossier su tutti noi, gli alieni, la reincarnazione, la terra è di chi la lavora, la cioccolata, tra trenta anni siamo tutti negri, no zingari perchè fanno più figli, tra 100 anni tutti gialli, ma nel 2.000 ci sarà la fine del mondo, il vaticano, evviva la bombatomica, il traffico, riprendiamoci il sesso, loro non ci avranno,tutto natura, ci famo du’ piste, nilla pizzi, io sono bio, e io sono mio, totò a livella.

    -ebbene…questa era l’aria che respiravo, avevo bisogno di qualcosa dove attaccarmi nei momenti difficili, ma non di un proclama o frasi fatte, ma di una esperienza, che quando non ne posso più, sia una uscita di sicurezza, e con poco e senza fretta, vivere il quotidiano con almeno un piccolo pensiero, per esempio, quando mi son sentito perso, una ragazza che non conoscevo mi prese le mani fra le sue e… giambardo mi ha regalato la sua primavera, la ciuca si contentava di mezza carota marcia ed il cane scodinzolava per molto meno ….

    alla prossima

  2. -12

    -“tragedia, grande tragedia, e ora come si fa?”
    – pianbaruccioli- è come un porto dove approdano i più variopinti personaggi, chi per qualche ora, o giorno poi qualcuno vi si “ammala”, ed il suo soggiorno può durare ben più del previsto, una idea comune ci richiamava tutti lì; io non so se era proprio così, ognuno aveva alle spalle storie diverse e non sempre concilianti, per qualcuno era un’ ultima spiaggia, per me un gioco, chi cercava di scappare dalla consuetudine, oppure dalla legge, poi c’erano le mattonate mistiche, più svariate e caparbie che degeneravano nelle manifestazioni più curiose, come la costruzione di veri propri templi, altari, dove proliferavano, mantra e preghiere delle più tristi e mormorate, inni alla vita, gioia e letizia; cuochi e filosofi di alta cucina si davano convivio per rimarcare i dogmi più raffinati, con questi preamboli non era per niente facile conciliare le visioni alimentari di tutti quanti; uno degli strumenti che riusciva ad unirci quasi tutti era il forno
    -Era crollato il forno, quella costruzione di pietra isolata poco fuori la cucina, composta da una cupola di mattoni sotto la quale si accendeva il foco e poi quando la volta era diventata bianca, si toglievano tutte le braci per far posto ai pani, teglie, pizze, coraggiosi della sauna e quant’ altro
    La cosa era grave assai, per cercare un rimedio furono interpellati vari oracoli ed organizzate veglie di meditazione, mentre le riunioni incalzavano, io mi feci una passeggiata nei dintorni, a circa un km c’era una vecchia casa che crollava ma il forno era integro quindi mi organizzai per rimetterlo in funzione togliendo quel muro di rovi ed arbusti che aveva intorno che poi utilizzai per l’ accensione; fin dalle case scorsero i fumi dei miei tentativi ed allora partì una comitiva di saggi e pompieri in erba, non capivano cosa stessi combinando, giunti sul posto mi rimproverarono:
    -potevi rischiare di incendiare la vallata
    -hai tagliato delle piante che facevano parte di un ecosistema laddove la natura si stava riprendendo i suoi spazi
    -siamo una comune e le cose dobbiamo programmarle tutti insieme e fintanto che non siamo tutti d’accordo qui non si muove foglia
    -il tuo Karma è negativo solo un viaggio interiore e tanta meditazione ti può salvare
    -sei un pazzo: hai profanato un tempio
    -sei stato mandato dalla c.i.a
    Intanto calava la sera,il freddo incalzava,il forno era sempre acceso ed i miei inquisitori, si avvicinarono uno ad uno per riscaldarsi.
    Il giorno seguente era diventato il forno ufficiale di tutta la comunità, e la cosa fu festeggiata con ricche infornate, danze, saune baracca e musica e cilum, fino a notte fonda. (mister x era indaffaratissimo)

    alla prossima

  3. bello… rende bene! Io son stato l’utlima volta 10-15 anni fa.. ma da piccolo tanto, ci vivevo quasi. Alle cortecce, essendo figlio di Prana!

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