I semi dell’Acquacheta parte III


Ulisse, Giambardo ...

… entrammo? No,  entrai perché anche se eravamo in 4 io mi sentivo da solo ad affrontare quanto segue: un ingresso con un piccolo camino sul fondo ed un acquaio di lato, a fianco si entrava in una stanza di circa 3 per 4 con un tavolo delle panche ed un cucina economica con un tubo ritorto e trasudante fumo e condensa, un odore assai particolare di umanità compressa nel buio fioco di qualche candela, i miei occhi facevano veramente fatica ad abituarsi, la parte superiore di questi locali era per buona parte affumicata da un camino che non tirava,fuori faceva così freddo che forse questa “gente“ si scaldava anche con il fumo, le piccole finestre non avevano vetri ed erano riparate da plastica.


Logica, matematica e giometria, erano rimaste fuori al freddo perché che ci crediate o no in quelle due stanzine c’erano non meno di 35 persone, la più parte fumatori, questo contribuiva a dare spessore e corpo alla coltre di nebbia che si respirava li’ dentro; ebbene prendo fiato e vado in apnea, se fossi entrato in un gabinetto sporco mi avrebbe fatto meno senso: su tutto: muri, soffitti, pentole,tavola, panche, c’era un dito di schifo, per terra forse era il posto più pulito,due signori si spulciavano il capo l’uno con l’altro, sensa curarsi troppo se il risultato finiva sulla tavola dove si apprestavano a mangiare, Jerry e Marena giocavano alla maraffona (carte), il Romano (presidente) scriveva e ogni tanto urlava qualcosa per dare più forza alle lettere, qualcuno decantava proclami e pianificava battaglie politiche e non solo, chi urlava per farsi valere, Ciarly meditava, chi suonava, poi c’ era una catena di montaggio per preparare i chapati (piadine di acqua e farina) che sarebbero poi servite anche da scodella, l’impastatore di farina quello più vicino alla stufa, era completamente nudo (Ulisse) il sudore gli colava nell’impasto per dare un valore aggiunto alla pietanza (l’energia del fuoco esalta tutti i batteri), Puiana recuperava i muci delle sigarette ormai finite per confezionarne di nuove, con un occhio al bottiglione e si accompagnava con un crescendo di “quel mazzolin di fiori.. “ seguito subito da altre voci bianche, mister X impastava della maria, Padova ed Enka preparavano con cuoio, perline e filo di rame della bigiotteria, Prana raccontava o pianificava viaggi di ogni tipo, uno si lavava con il mom e impasto di cenere bagnata per allontanare i parassiti, la Marisa e la Snella confezionavano con paglia e stoffa, delle bambole da portare a qualche fiera, sulla stufa un pentolone ribolliva ortiche cipolle e patate, sopra il pentolone erano stesi a grondare dei calzini (il coperchio non c’era), qualcuno puntava le ragazze altri puntavano il bottiglione, Giambardo parlava di semine, orti e quella capra da curare; fece una pausa per dirci:
Benvenuti a Piambaruccioli !!

Il cinema che mi si presentava davanti divenne per un momento una foto silenziosa, solo mister X faceva dei rapidi movimenti; l’unico riconoscibile era Jò noi altri eravamo fin troppo imbacuccati, le romane cominciarono a scoprirsi e tutti ne furono ben contenti, loro invece si sentivano un po’ impacciate ed impressionate da tanta attenzione, allora la Marisa andò loro incontro con un gran sorriso rassicurante ed un abbraccio, io entrai per ultimo e quando cominciai a scoprirmi, i più cominciarono a guardarsi l’un l’altro preoccupati, mister X scomparve, forse si aspettavano che tirassi fuori il tesserino di ordinanza o che appresso a me seguisse la più temuta delle irruzioni, si fece avanti una ragazza, mi prese tutte e due le mani e mi disse:
“devi essere molto stanco”
Io divenni rosso come un peperone, poi il presidente al quale luccicavano gli occhi, mi chiese:
“quanti anni hai, sei venuto da solo o c’è anche la tua mamma?”
Io risposi che per me è stata una impresa molto impegnativa arrivare fin quassù.
In mezzo a tutta quella marmaglia c’era un pistoiese: Enka e quando capi’ che ero toscano gli si alzarono le antenne gli si allargò un sorriso fino alle orecchie e mi disse:
“ oh te? chi ti ci ha mandato?, finalmente qualcuno che parla la mi’ lingua”
e mi tese la mano per una stretta, io mi ritrassi,
“se voi darmi la mano devi prima disinfettarla”
Allora Ulisse, quello tutto igniudo mi disse che lui era caduto nel disinfettante da piccolo ed era allergico al sapone, e senza mettere tempo in mezzo mi abbracciò senza possibilità di scampo, così tutti risero a crepapelle,
si fece avanti Giambardo che mi invitò a sedermi e mi parlò di orti, semine,della sua mamma che non stava troppo bene,e che dopo l’inverno viene la primavera …
solo allora mister X si è rimaterializzato …

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5 risposte a “I semi dell’Acquacheta parte III

  1. Bello ed emozionante…adesso ho delle difficolta’ a pensare che devo attendere il proseguimento della storia. Cerchero’ di resistere.

  2. Chissà quante sono le “storie” individuali e collettive che aspettano di essere narrate!! Raccontare, gente …raccontare

  3. -preambolo al vento:

    “nella mia vita mi viene di dare tutto per scontato: ormai so difendermi, conosco tutto ciò che mi necessita ho delle idee precise e non mi lascio fregare, perché io sono furbo”
    questo lo pensavo a due anni, ma anche a 18, ogni tanto anche adesso; poi puntualmente assisto come un baccalà alla smentita delle mie convinzioni passeggere, ma sono comunque contento, di convincermi,tradirmi e trasgredirmi cosi tante volte, ogni volta cerco di aprire un qualcosa nella siepe che mi circonda con la speranza che forse riesco a ritornare e far la guerra contro me stesso e finalmente vincere: con è facile perché sono io che stabilisco le regole del gioco, sono io che attacco per cui so anche dove devo difendermi, sono tenace, vedrai ce la farò un giorno a girarmi di scatto e mordermi un orecchio, e forse anche a correre più veloce della mia ombra.
    -8
    Si era fatto tardi, per chi? Per che cosa? Non so, ma ero davvero stanco di tutta quella camminata nella neve, forse la mia testa girava ancora veloce ma il mio fisico non riusciva a starle dietro, dovevo stendermi da qualche parte e magari farmi una bella dormita, dove? Provai a domandare, a Jò, mi disse che per lui era troppo presto e non aveva sonno, da altri ricevetti una serie di risposte, quella più sensata cantava più o meno così:
    “esci dalla porta dove sei entrato gira un paio di cantonate sulla destra e se non entri nello stalletto del maiale, vuol dire che sei entrato nel palazzo, ci sono delle scale, stai attento perche alcuni gradini sono rotti e gli altri mancano, su di la dovresti trovare un letto se non ci vedi perché è buio fai domanda all’ Enel.
    Presi le mie cose e mi apprestai a seguire le indicazioni della reception, Fuori c’era un metro di neve e ancora ne veniva, pensai di girarmi per chiudere la porta ma la mia mano imbracciò in qualcosa di morbido: le romane mi stavano appiccicate dietro, arrancando di nuovo nella neve (che ci permetteva un minimo di bagliore) arrivammo al portone del palazzo, a tasto trovai la scala di petra e mentre salivamo sentimmo aprirsi l’uscio, capimmo dalla voce che era uno di casa, salendo ancora per quelle scale la prima porta non si apriva ed aperto la seconda mi accesi l’unico fiammifero che avevo; dovevo memorizzare molto velocemente quello che vedevo perché di lì a pochi secondi sarebbe stato buio pesto: in un angolo c’era della paglia, nel mezzo un buco di circa un metro, poi ciarpame, un aratro e scritte sui muri;
    si spense il fiammifero e quel figghio n’drocchia solo allora accese una candela, invitando le romane a dormire in camera sua, che ci aveva un letto con le coperte e la borsa dell’ acqua calda, “buonanotte Gianni” cosi mi salutarono tutti e tre. In quel momento ho apprezzato più dell’oro il regalo di Maria: la coperta.
    Non so quanto è passato, ma mi svegliai, sentii dei rumori, delle voci bisbigliate ed una porta che forse si apriva nella notte più nera, ma prima ancora di riconnettere chi fossi e dove mi trovavo avevo riconosciuto la voce delle ragazze, mi affrettai a ricordare loro che dovevano camminare raso alle pareti perché la stanza in mezzo era sprofondata, mi si spalmarono accanto una per lato e si addormentarono praticamente subito, forse volevo domandare loro qualche spiegazione, capire il perché ma mi tenni tutto per me; loro mi dormivano appiccicate, io ci misi un bel po’ a prendere sonno ma ero felice, per la testa mi girava di tutto e tutto positivo.

    Una collezione di chicchirichì continuava a risuonarmi nella testa, avevo gli occhi ancora chiusi, non capivo se erano la coda dell’ultimo sogno, ma questo gallo era insistente: insisteva, con questo pensiero mi si aprì quella tendina che c’è tra i sogni e le palpebre degli occhi ancora chiusi, mi sentivo addosso un piacevole abbraccio, insomma mi sentivo felicemente e morbidamente, compresso; mi tornava in mente come una velocissima moviola,l’accaduto della sera precedente, ma in questo delizioso quadrettino c’era qualcosa che non quadrava: sentivo sui piedi un peso che si muoveva lentamente e non potevano essere i piedi delle ragazze e tanto meno gli zaini; cercai di ritrarre i piedi mentre sbottonavo gli occhi, ma non fu facile ne’ l’uno ne’ l’altro: i miei piedi erano diventati un materasso per un cane. Ero sveglio? Si ero sveglio.
    Le ragazze cominciavano a svegliarsi e mentre una si stirava tra me e il muro, l’altra, che aveva ancora gli occhi chiusi mi fece un abbraccio dalla testa ai piedi che melo ricordo ancora… ed aprendo gli occhi disse: ma che ore sono? Le dissi barando che era ancora notte fonda, mentre me la avvinghiai per non fare scappare tutto questo, l’altra che era dietro di me mi diede un bacio sul collo e mi esortò: alzati scemo !
    L’unica finestra era aperta per metà, perché aveva solo una anta con i vetri di un tempo, faceva molto freddo, anzi freddissimo
    Il cane scodinzolava felice, anch’io sentivo qualcosa che scodinzolava, mentre cercavamo di riassettarci un po’ alla meglio saltellando e tremando, valutai che la c o m u n e.. aveva degli aspetti decisamente apprezzabili.
    La stanza aveva oltre il pavimento sfondo anche il soffitto aperto, e si intravedevano delle trecce di cipolla e granturco appese al trave del piano superiore, le pareti mezze stonacate facevano intravedere vecchi disegni e scritte di nuovi proclami:
    “la famiglia è ariosa e stimolante come una camera a gas”
    Aprimmo la porta con circospezione e scendendo quel che rimaneva delle scale mi resi conto che la sera prima, qualche santo ci aveva aiutati a non romperci l’osso del collo, scendendo si incontravano altre porte che portavano chissà dove ma la curiosità di vedere il fuori era troppa,di sottofondo su sentivano urla dilungate e confuse, tintinnare di campanelli, gente che chiamava, altri che rispondevano;
    uscimmo fuori da questo palazzone di pietra grigia decadente, o meglio, non fu facile perche durante la notte era caduta altra neve, ma in quel momento c’era un po’ di sole che rispecchiandosi nella neve rendeva tutto particolarmente luminoso, pianbaruccioli è un insieme di tre case, tre capanne e un rudere all’ingresso, con da un lato il forno e dall’altro l’osservatorio, c’erano dei solchi nella neve che univano le case evidentemente utilizzate, sull’ ingresso della stalla era una scritto: “chi non occupa preoccupa”
    una ragazza che proveniva dalla stalla aveva un pentolo con il latte delle capre appena munto, distante era seguita da un caprone con le corna lunghissime, le andammo dietro, verso la cucina, strada facendo lei superò con noncuranza un asino, noi NO. A quel punto ci trovammo in mezzo tra l’asino ed il caprone, non si metteva per niente bene, sopraggiunse un’ altra ragazza che ridendo abbracciò l’asino chiamandolo Luna, era una asina ! così ci facemmo coraggio e passammo oltre verso la cucina.
    La cucina? Si attraversava una massa informe di cenci e zaini poi scavalcando 4 o 5 persone che dormivano per terra, si arrivava al camino che tirava come la sera prima, in mezzo al fumo si intravedeva un paiolo con dell’acqua a bollire, di lato c’era il cuoco che tenendo in mano una padella sulle braci, faceva abbrustolire dei grani d’orzo, di fianco c’era l’aiuto cuoco che anche lui faceva riscaldare qualcosa in una padella: erano delle foglie ed a guardarlo bene l’ho riconosciuto, era mister X, aveva in testa uno strano cappello su cui era ricamata la scritta “coldiretti mariù” di fianco al camino sotto una montagna di pentole, pentolini, padelle e piatti sporchi si scopriva l’acquaio, ai piedi un secchiello di cenere e due taniche d’acqua, allora un indigeno entrò e molto velocemente si versò un po’ d’acqua in un bicchiere ed usci altrettanto velocemente, io commentai:
    -”andrà a lavarsi i denti ?”
    -“ no gli scappa da cacare e va a pulirsi il culo” mi rispose il cuoco,
    dopo poco l’indigeno rientrò con aria soddisfatta e buttando il pentolino sull’acquaio chiese:
    “chi vuol fare una maraffona per lavare i piatti?”
    Nella stanza accanto c’era il tavolo con sopra ogni ben di dio, tra cui: bottiglioni vuoti, carte da giuoco, uno zaino, uno sparpaglio di muci, la Marisa sempre sorridente, si era ritagliata un angolino per bersi una tazza di qualcosa, la stufa riscaldava il latte di capra da aggiungere poi al paiolo con l’orzo, qualcuno impastava dei chapati, un altro dopo essersi soffiato il naso su una manica raccattava un po di pane secco dalla cesta con su scritto “per il maiale” e lo miscelava nel paiolo con l’acqua, l’ orzo e un po’ di manica, una delle panche era caduta per terra e di lato a questa un giovine di belle speranze russava con la guancia nel suo vomito.
    Entrò la Snella “non ci fate caso anche a me le prime volte faceva impressione, poi ci se ne fa una ragione, a questo mondo c’è gente che sarebbe ben felice di avere tutto questo, fate colazione con noi e prendetevi un bicchiere, un pentolino, insomma quello che riuscite a trovare di là sull’acquaio …”

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