I semi dell’Acquacheta, parte II


Continua il racconto Di Gianni “I semi dell’Acquacheta”

(la prima parte la trovate QUI)

quindi salimmo in 5 o 6 sullo spazzaneve stipati come sardine,(allora non esisteva la protezione civile a rompere le scatole), san maledetto in alpe era ed è un posticino dove le persone vivono da sempre nel terrore l’uno dell’altro, parlano una lingua incomprensibile dove lo sconosciuto se non è un prete o un carabiniere, è sicuramente un pericolo, dopo tante curve lo sferragliante spazzaneve ci scaricò finalmente in paese, gli indigeni ci scrutavano quasi di nascosto, lo spazzaneve era completamente coperto di neve , mentre uscivamo dalla cabina, sembravamo delle sorprese pasquali un po’ fuori stagione, la bava alla bocca dei maschietti puttanieri, e di conseguenza i commenti delle rispettive sdore. arrivammo a san maledetto nel pomeriggio, e dire pomeriggio a gennaio in un posto maledetto dal cielo che non vede mai il sole, vuol dire quasi notte. in paese c’era circa un metro di neve, dei solchi scavati nella neve simili alle piste di bob univano le case tra loro, domandai se qualcuno poteva indicarmi la strada per pianbaruccioli…

domandai, domandai, domandai. Mi resi conto che chiedevo di un posto che, se parlavo d’ altro ed evitavo questo argomento forse era meglio; ormai s’era fatto buio , mi indicarono l’albergo per passare la notte: saremmo chiusi perché non è stagione, ma come si fà, tu potresti essere mio figlio ed hai l’aria di un bravo ragazzo, sei diverso da quelli lassù, dì, ma la tua mamma non sarà in pensiero? Vuol dire che ci accomoderemo come possiamo , nel mentre che la Maria mi rimirava come fossi un angioletto uscito fuori pista (giovane , ingenuo, occhi azzurri, contanti riccioli biondi e la cosa forse più strana fiorentino ; si perché a memoria d’uomo un fiorentino, anche con la bella stagione doveva proprio impegnarsi a sbagliare strada per passare da san maledetto)… …
in quel mentre entrò suo figlio Rino, in compagnia delle due romane, la Maria fu curiosamente sorpresa di vedere suo figlio in compagnia di due così belle ragazze: da quelle parti di novità non cen’erano molte, era più facile che le ragazze del posto scappassero da lì piuttosto che arrivarne di nuove (le romagnole sono sicuramente meglio rinomate) anche se avevo fato la conoscenza della signora Maria solo da pochi minuti, avevo l’impressione che ne fosse molto felice, e senza mettere troppo tempo in mezzo decise di invitarci tutti a cena.
Vi assicuro che una cena organizzata da una mamma felice per suo figlio ha un sapore veramente speciale; durante la cena facemmo le rispettive presentazioni, la padrona di casa fu contrariata quando le comunicai la mia ferma intenzione di andare a pianbaruccioli, io poi rimasi sorpreso quando appresi che anche le romane erano lì per andare a piamba; la signora Maria invece non fu per niente contenta, a differenza mia le romane davano l’aria di essere colte e scaltre oltre che belle, Rino ne era affascinato, e questa associazione di idee forse preoccupava la signora Maria, è vero che Rino è una persona che sa ragionare con la sua testa, ma le ragazze erano veramente belle.
Per quella notte mi trovai a dividere l’ unica camera riscaldabile con le romane, e non dormii molto, perché anche solo col pensiero non mi era mai capitata una simile compagnia (che cosa avete capito?),
il mattino dopo mi svegliai che le ragazze erano già uscite, la signora Maria mi invitò a fare colazione e non mi permise di pagare il conto, anzi mi diede un fagottino con un po’ di biscotti e due panini e una coperta, “se tornerai a trovarci ci farà piacere” .
era una mattinata particolarmente fredda, uscii dall’albergo, attraversai la strada ed entrai dentro l’osteria; In paese c’era l’osteria delle sorelle dove oltre al vino che era intriso anche nelle pareti e nel soffitto, lì potevi acquistare anche le retine per le lampade a gas ed il caglio per fare il formaggio, poi c’era il tabaccaio che vendeva il trinciato forte e le alfa a tutte le ore anche della notte bastava bussare, l’alimentari più conosciuto come il ladro per ovvie ragioni, il fornaio che riusciva a fare delle composizioni che dopo un ora che erano uscite dal forno se le tiravi nel muro si rompeva il muro, la benzinaia, che tremava come una foglia e se lo sconosciuto le si rivolgeva si faceva il segno della croce e tre passi indietro, a volte si rinchiudeva nel suo gabbiotto e non ne usciva fin quando non scorgeva qualcuno di rassicurante, il meccanico, che aveva il fucile sempre carico e pronto per quelli lassù, il vigile che bastava che il meccanico gli desse il via e lui era pronto ad aggregarsi in corteo spalleggiato da tutto il paese con tanto di prete e santo in testa, il maresciallo coglio al secolo Di Matteo Pierluigi pensava di essere in un posto sperduto e tranquillo ma aveva fatto male i suoi conti, l’albergo Valtancoli: 3 camere 700 lire a notte 900 in coppia.
quando alla mattina alle 6 le sorelle aprivano i portoni all’ interno entravano automaticamente a fare da arredamento il postino e yuri il becchino, la posta arrivava con la postale (la sita) e raramente il postino si spostava dal suo” ufficio” i destinatari venivano direttamente in osteria a ritirare la posta oppure si facevano ausiliari e passamano della corrispondenza, se arrivavano tra i primi era ancora lui a consegnare la corrispondenza, altrimenti eri costretto a sbirciare e cercartela da solo nel borsone perché il vino aveva preso il sopravento , al tavolo accanto risiedeva il becchino, quando era sveglio parlava di poesie e guerre perdute, quando poi il vino vinceva sprofondava anche lui accanto al bicchiere e farfugliava qualcosa in latino e sloveno non so perché ma avevo comunque la particolarità di riuscire a fare breccia in queste persone e quando parlavo loro in fiorentino della (loro) toscana gli luccicavano gli occhi e mi ascoltavano sognanti. (i san maledettini avevano una idea tutta particolare della rossa toscana: quella ricca terra baciata dal sole, in mano alle persone sbagliate, e già perché loro erano più vicini a Predappio che alla toscana).Tra san maledetto e la toscana anche se il territorio comunale confina, nel mezzo tra queste due distinte civiltà c’e un muro largo 20 km. Si parlano due lingue ben diverse, e nella confinante toscana si ignorava e tuttora si ignora l’esistenza di questo angusto paesino
-nell’osteria oltre i suddetti elementi di arredo dietro al bancone c’era radio maria sempre accesa e le sorelle propietarie dell’osteria che uscivano da li solo per andare a votare oppure a turno a messa (che poi era la stessa cosa). Quel posto era sicuramente un confessionale, li vendevano vino da sempre, ed il vino spesso fa parlare più del dovuto, le sorelle tra di loro non parlavano ma si confessavano perche era un mormorare e bisbigliare continuo, se poi entrava una paesana allora la messa era servita, se entrava uno sconosciuto, i loro sguardi ed i silenzi forzati erano altrettanto eloquenti, per poi riprendere la messa con rinnovato vigore quando questi fosse uscito.
Sull’uscio dell’osteria c’era un capannello di signori intenti a sbirciare all’interno, chiesi gentilmente permesso mi fecero passare con il rispetto che si deve ad un carabiniere (i paesani all’inizio fecero anche questo errore di valutazione nei miei confronti) e vidi le romane in chiacchiera con uno strano tipo, era Jo’.
Jo’ era talmente preso d’entusiasmo per questo incontro che non vedeva altro, gli fui presentato, ma si manteneva un po’ guardingo nei miei confronti, raramente e controvoglia rispondeva alle mie domande, il postino era stranamente sveglissimo e quando ha capito che andavamo tutti a piamba insistette per consegnare la posta alle romane nominandole postine pro tempore e benedicendo l’avvenimento con un brindisi, poi volle fare un abbraccio alcoolico alle neo assunte ma quelle evitarono il peggio spostandosi all’ultimo e l’abbraccio del postino rovinò addosso a yuri, quindi uscimmo dall’osteria, jò si fermò sull’uscio del ladro per caricarsi un pesantissimo zaino era forse mezzogiorno e partimmo tutti e quattro alla volta di piambaruccioli
Per me era tutto una novità, a cominciare dal fatto che non mi ero mai ritrovato in mezzo a tanta neve diretto verso aspettative decisamente ignote, non sapevo come figurarmi o prepararmi per l’ingresso in una comune, i miei compagni di viaggio avevano qualche anno più di me e dai discorsi di jo anche lassù erano quasi tutti sulla trentina, jò pareva avesse inguiato la puntina di un grammofono, parlava in continuazione e non so dove trovasse l’energia per portare tutto quel peso, provai ad abbozzare un ti posso aiutare, mi fece capire che non potevo trattarlo da vecchio paralitico ed io non avevo i muscoli che si era fatto lui su e giù per “l’arrabbiata”. Quando cammini nella neve i rumori lontani sono attutiti, ma se cammini al buio in un posto che non conosci anche i rumori più vicini possono avere una assonanza preoccupante, ebbene strada facendo Jò mi raccontava di serpenti, lupi, che dal circo di Marradi era fuggito un puma e non riuscivano a trovarlo, di un pazzo armato di coltello che si aggirava per i boschi, di alcuni figuri del paese che si erano armati per venire a caccia fin lassù e non guardavano troppo per il sottile quando sparavano, tanto anche se sbagliavano a chi mirare,non lo veniva a sapere nessuno, si narrava poi di qualcuno che avesse trovato delle uova di pterodattilo¸
Ebbene tutte queste potevano sembrare fantasie per spaventarci nel buio della notte imminente, ma purtroppo non scomparivano tutte col far del giorno
La strada per andare dal paese a piamba: strada comunale per Marradi, dopo un km. di tornanti in salita si lascia sulla destra il poggio, che poi era la parte alta del paese, ancora un paio di km. di salita e si arriva in un punto dove a monte della strada c’è la casa di un pastore ed a valle c’è un cancellino che si vede a malapena, da lì si abbandona la strada ed infilato il cancellino (ricordati poi di chiuderlo, perché il pastore comunque è arrabbiato ma poi si arrabbia due volte) si scende , quasi si scivola giù per un sentiero di circa 400 mt fino ad una casa disfatta, da li si attraversa un ponticello da dove partono diversi sentieri , se in una sera fredda prendi quello sbagliato sarai seriamente inguaiato, se invece indovini quello giusto sei sul sentiero dell’Arrabbiata. Prima di iniziare la salita anche se fa freddo devi spogliarti il più possibile
Non è un caso questo nome: circa due km per risalire dal torrente al crinale, in un sentiero particolarmente stretto ed irto, con balzi e tornanti che non farebbe neanche una capra, pieno di bivi che ti invitano a sbagliare e perderti in continuazione, quando sei arrivato quasi in cima sei dimagrito di tre kili circa dieci passi prima del crinale nel sentiero c’è una nicchia che ancora ti può riparare dalle tormente che ti aspettano di lì a poco anche in piena estate e se ci tieni alla salute devi fermarti un momento e possibilmente ricoprirti\ripararti alla meglio, ancora pochi passi ed entri nell’ imbuto del vento: sembra difficile a credersi ma tutte le correnti più fredde si danno appuntamento proprio li dove sei spuntato tu in cima al crinale; da li ti trovi a dover camminare per circa trecento metri una leggera depressione del terreno,(forse un antico lago\cratere chissà per poi attraversare una piccola gola al di la della quale…

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4 risposte a “I semi dell’Acquacheta, parte II

  1. grazie Renato
    e grazie a quelli che ti stanno mandando questi racconti
    li leggo con i sogni negli occhi, la fame di particolari di altri tempi e sempre una briciola luminosa di speranza per un futuro più semplice, anche nel nostro paese contorto e complicato.

    un abbraccio

    roberta

  2. ovvia ora ho letto anche la seconda puntata e con mio grande dispiacere devo dirti che m’è venuta voglia di andarci

  3. Salve a tutti,mi rendo conto che la STORIA sia una fondamentale risorsa del sapere che il nostro popolo e quelli a venire dovrebbero custodire,imparare da esso…Ma pultroppo,(o fortunatamente)non accade,o x lo – non nella mia generazione!Scrivo semplicemente perchè il web non mi sembra il luogo in cui si debba far luce sulla SORIA dell’Akuaketa,è umano,romantico,nostalgico e sicuramente bellissimo il riaffiorare dei ricordi,di una givinezza passata in quegli anni ma nessuno e ci tengo nessuno!Di qelli ke ora vivono li,che stanno continuando a tener vivo il focolare,a coltivar gli orti,a far legna,le azdorine a cucinare bè insomma loro,qelli che ora vivono la loro storia quassù,piamba-tafossi,sarebbero felicissimi di rimaner fuori dall’web!

  4. Caro Omero, ben lieti di darti ragione: infatti Gianni parlava della “sua” storia di allora, il presente ciascuno se lo narra se vuole e dove crede opportuno, il passato collettivo è patrimonio condivisibile da parte di chi lo ha vissuto.Ad Acquacheta c’è stato un incontro del CIR da cui è uscito un numero della rivista scritto da alcuni degli attuali abitanti. che abbiamo distribuito tramite questo blog. Eviterò in seguito di parlarne e se volete tolgo il numero della rivista che parla del vostro presente ma del passato collettivo … Buona vita

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