Grida silenti


Ore 14.17 La giornata era di quelle plumbee, nebbiose, da ore una neve bagnaticcia scendeva a intervalli e nonostante le stufe a legna andassero a pieno regime, la casa restava fredda. La donna pisolava sotto un paio di coperte mentre l’uomo con la barba teneva le mani appoggiate ai lati della tastiera. Stava davanti al computer da una quarantina di minuti ma sullo schermo bianco non c’era traccia di parole. La cosa si ripeteva costantemente da giorni ma l’uomo con la barba non aveva storie da raccontare: Da quando avevano dovuto abbandonare la casa sulle montagne liguri, le loro vite erano entrate in uno stato di sospensione: niente orti e nemmeno profumi di pane o torte appena sfornate, niente conserve e marmellate nella dispensa, niente funghi a seccare sul graticcio sopra la stufa, niente tisane e fiori secchi. Da mesi la ricerca di una casa decente, vicino agli alberi di un qualche luogo a mezza montagna non approdava a risultati, l’inverno tra quelle mura inospitali con per vicini una coppia di squinternati irresponsabili si era trasformato da periodo di riposo da riempire di letture, di progetti, di piccoli lavori, di tavolate conviviali e solidali a quotidiano vuoto melanconico. Lo schermo continuava a restare bianco, la testa un affollarsi di mancanze, di lontananze, di rimpianti. Lo sgocciolio proveniente dalla scala del corridoio annunciava all’uomo con la barba che l’ennesimo tubo del vetusto e maccheronico impianto idraulico della casa era saltato. L’uomo abbassò leggermente il capo, rimase qualche attimo immobile e dalle profondità del suo essere proruppe un magmatico “BASTAAAAAAAAA … voglio una casa come l’abbiamo sognata, con terra e alberi e acquaaaaaasorgenteeeee!! talmente intenso, vibrante ed accorato che l’energia di quel grido silenzioso e modulato come un OM sembrò trapassare i muri della casa, fendere la nebbia, le nuvole e scagliarsi contro il cielo, assalire l’atmosfera e inerpicarsi oltre i pianeti e le galassie cercando nello spazio cosmico i responsabili di quella situazione.

Nello spazio profondo, a milioni di anni luce, l’indicibile massa di energia da cui tutto aveva avuto origine stava ascoltando assorta la cacofonia degli scontri di galassie, delle supernove, degli sciami di meteore … l’ineffabile ascolto fu turbato dall’intromissione di una nota stonata e inusitata: in una frazione di nanosecondo l’indicibile aveva individuato la provenienza della stonatura e dopo un ascolto più attento si rese conto che quelle stonature erano decine e centinaia di migliaia, di differenti intensità ma sufficienti a rovinare l’ascolto. Non se ne era mai accorto ma bisognava porre rimedio per evitare che turbassero ulteriormente l’ineffabile suono … decise di esaudire quei desideri e ritornare alla sua cacofonia.

L’uomo con la barba era appena uscito quando il telefono squillò svegliando la donna: un caro amico dalla toscana li informava che vicino a lui era disponibile per un affitto modico una piccola cascina con orti, campi e sorgente, circondata da castagni, faggi, querce….

Ore 14.18 Ad un migliaio di chilometri Mgabo N’Dani stava posando sul carro l’ennesima cassa di arance, aveva la schiena a pezzi e la giornata sembrava non finire mai, che poi era lo stesso visto la catapecchia dove insieme ad altri 25 – 30 migranti era costretto a dormire.

Pensò che sarebbe stato meraviglioso se, in fondo alla fila di alberi, al posto di un’altra catasta di casse ci fossero state le ragazze del suo villaggio con cesti di frutta, frittelle e miele … con i costumi tradizionali e i tamburi e le danze…

Mentre sollevava la cassa seguente Mgabo N’Dani senti il battere ritmico di una decina di tamburi e vide una fila di donne che ballando venivano incontro agli strabiliati raccoglitori tenendo in ritmico equilibrio sulla testa enormi cesti ricolmi di frutta e dolci e ….

N’Dodo Giai, l’amico di sempre, lo guardò con un sorriso smagliante e disse: “adesso questi bianchi diventano neri e si balla tutti!!” La festa durò ininterrottamente 14 giorni e coinvolse migliaia di migranti e abitanti di Rosarno, la frase “sporco negro” perse di significato e fu dimenticata per sempre.

Ore 14.18’.12” A migliaia di chilometri, ai bordi di quello che restava della foresta amazonica, il vecchio sciamano Xinondidai (che tradotto vuole dire “colui che canta alla foresta ascoltando gli uomini”) seduto da giorni sotto il gigantesco albero, con altri vegliardi della tribù degli Xavantes pensò che era tempo di addormentarsi. Avevano giurato di morire insieme a quel lembo di foresta che il giorno seguente sarebbe stato abbattuto e incendiato per fare posto ad una piantagione di caffè.

Xinondinai guardò con orgoglio i visi di quei vecchi guerrieri e prima di addormentarsi immaginò a come sarebbe stato bello svegliarsi con loro nella foresta dei loro avi. Un sonno profondo e pietoso li avvolse ma mentre chiudeva le palpebre al vecchio sciamano non sfuggi il tremito della terra intorno a loro e si addormentò sorridendo. Spandendosi ad onde concentriche centinaia e poi migliaia e migliaia di alberi germogliarono ad una velocità incredibile … ad ondate un’immensa foresta iniziò a ricoprire il continente, e mentre cresceva veniva popolata da una varietà e quantità enorme di animali, insetti, uccelli, Rettili, pesci e persino gli spiriti che gli antenati dello sciamano onoravano presero ad aggirarsi nell’intricata e invalicabile vegetazione. A circa 60 chilometri la colonna di camion e caterpillar che si apprestava alla distruzione fu sommersa da una foresta feroce e implacabile mentre il ruggito del coguaro rimbalzava ad ogni ansa del fiume.

Ore 14.18’19” La ragazza strappava le erbe selvatiche dall’aiuola e le stendeva sulla pacciamatura dell’orto, si chiamava Rossella ed era arrivata al villaggio da alcuni mesi, con un bimbo: Matteo che aveva 11 mesi e dormiva placido nel cesto di vimini avvolto dalle coperte. La limpida giornata permetteva al sole di riscaldare le terrazze dove stavano gli orti e Rossella aveva portato anche il figlio a godersi il tepore, lo guardò sorridendo e poi guardò Mario, l’anziano del villaggio, che accudiva la minuta mucca di montagna. Rossella aveva abbandonato la città, il lavoro e l’impegno politico per stanchezza, per sfiducia ma con grande speranza, guardò ancora una volta il figlio, pensando a quale futuro lo stesse attendendo, e poi gli disse: ”se tutti gli uomini e le donne che si occupano di politica fossero come Mario,il futuro non farebbe paura!” … sorrise e continuò a lavorare

Alle 14.20 il Presidente del Consiglio annunciò al Parlamento, riunito in seduta plenaria, una serie di misure sociali ed economiche talmente rivoluzionarie e innovative che alcuni giornali si rifiutarono di pubblicare la notizia, aggiornò la riunione del Consiglio dei Ministri ad Arcorville per una Merenda di Lavoro Comune nei giardini della sua villa durante la quale sarebbe stato messo in opera un Orto Sinergico Collettivo e invitò tutti i membri dell’opposizione all’evento. Nelle settimane seguenti, il ceto politico che aveva infestato il Pianeta si estinse perché inutile.

Ore 14.19’ 06” …continuate voi!

(E’ chiaro che io, con questo post, ho contratto un grosso debito

nei confronti di Lars Gustafsson!)



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8 risposte a “Grida silenti

  1. Ore 14.19’ 06”: uomini con la barba, braccianti, sciamani, ragazze delle erbe selvatiche, lettori in cerca di risposte, di giustificazioni o di evasione. In quell’istante tutti, ma proprio tutti, furono derubati della cosa che più scaldava i loro cuori: la possibilità di indugiare nei propri sogni. Ma fu lo scippo più dolce della storia. Perchè i loro sogni si erano avverati. Restava solo da decidere se consegnare i loro cuori nelle mani di altri sogni, oppure per una volta fermarsi a godere. E mentre decidevano, qualcuno di loro cominciò a sognare il momento in cui avrebbe smesso di sognare.

  2. Molto, molto bello, Renato.
    Posso dirti che qualcuno ha perfino singhiozzato. Forse non nello stesso istante, ma erano lacrime brucianti, simili a grida, sì. E poi potrei raccontarti che è arrivato un dono da un’amica e sulle pagine spedite c’era questa citazione: «Tutti gli uomini, ma non in modo uguale. Quelli che sognano di notte, nelle pieghe polverose della loro mente, si svegliano al mattino constatando che il loro sogno era solo vanità. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché vedono il loro sogno a occhi aperti e possono realizzarlo».
    Parole che sono state un ottimo pretesto per smettere di piangere…

    Dunque partite? La Toscana è meravigliosa e leggere del vostro nuovo inizio mi ha riempito il cuore di gioia sincera. Volate alto, volate lontano.
    E, mi raccomando, non smettere di scrivere…

  3. Ma contraiamone altri, e più di frequente, questo è l’unico genere di debiti che fa sempre piacere avere 🙂

    Questo post m’era sfuggito (vatti a fidare dei feed), ed è bellissimo!

    (Tenete duro, eh).

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