Erotismo, compassione, creato


da Etain Addey , Pratale

Donne che furono rivoltate dieci volte dal parto sulle isole solitarie lavate dal vento guidano il cerchio di danzatori obon attraverso una notte di plenilunio d’agosto la ragazza più piccola per ultima; Donne che sono sveglie dall’altra nottata per pulire e squamare i pesci volanti cantano dell’amore ancora e ancora cantano dell’amore Snyder, Love, Suwa-no-se Island

Quando arrivai qui nella valle trovai nel casale più vicino a casa mia una donna, Lucia, che allora aveva quasi ottant’anni. Aveva fatto sempre la vita della mezzadra, ma era la persona più padrona del mondo che abbia mai conosciuto. Era padrona del mondo nel senso più interiore della parola, nel senso che ne avrebbe dato il filosofo arabo al-Kindi, che parlava dell’unitas reggitiva, il principio unificante che permette alla volontà dell’individuo di modificare l’esistente quanto più la volontà è innervata dai moti dell’animo e dai desideri.   Lucia strofinava il fianco caldo della vacca Chianina che usciva dalla stalla con la stessa sensualità palpabile con cui mi accarezzava la pancia arrotondata dalla prima gravidanza. La vedevo versare litri di latte nel calderone per fare il formaggio, come se quel latte fosse la soma dei Vedici, lavorare la pasta per la crescia come se ogni chicco di grano le fosse familiare, come se potesse sfamare ogni creatura del mondo con quello che usciva dalle sue mani.  Nonostante l’età, aveva nella sua persona un ardore conturbante.  Aveva fatto undici figli, “tutti boni”, ma dava a me l’impressione di fare ancora, nel suo quotidiano, l’amore con ogni cosa. Al-Kindi affermava che ogni sostanza, celeste o sublunare, emette raggi in ogni direzione, di modo che, in virtù di queste radiazioni e della loro propagazione, non sarebbe avventato sostenere che ogni cosa sia in ogni altra, e che ogni parte del cosmo sia legato empaticamente a tutte le altre.

Quella mezzadra che mungeva, che mieteva, che partoriva, che faceva partorire, che macinava e tritava, che raccoglieva e seminava, che uccideva, che cuoceva e conservava, che lavava il morto, che accarezzava e incoraggiava, era nella condizione ideale per penetrare, no, per incarnare l’erotismo del mondo.  “La conoscenza integra ed esauriente di una pur minima cosa rivela, come dentro uno specchio, l’universale essenza del cosmo”: Lucia nella sua posizione sociale apparentemente umile, con il suo maneggiare il poco o niente di questo mondo, sembrava maestosamente piena di quella essenza cosmica. Naturalmente si può seminare e raccogliere le piante o allevare gli animali come se queste attività fossero solo un lavoro, se manca il rispetto per queste entità, se non vengono accolti come esseri con un interiorità loro.   La poetessa Mary Oliver parla di “Alcune domande che potresti fare”:  L’anima è solida, come il ferro?O è tenera e frangibile come le ali della falena nel becco del gufo?Chi ce l’ha e chi non ce l’ha?Continuo a guardarmi attorno .Il muso dell’alce è triste quanto quello di Gesù.Il cigno apre le sue ali bianche lentamente .Nell’autunno l’orso nero porta le foglie nell’oscurità. Una domanda porta ad un’altra. Ha una forma? Come un iceberg?Come l’occhio del colibrì?Ha un solo polmone, come il serpente e il pettine?Perché lo dovrei avere io e non il formichiere che ama i suoi figli?Perché lo dovrei avere io e non il cammello?Ora che ci penso, e gli aceri? E l’iris azzurro?E i sassolini, sparsi solitari alla luce della luna?E le rose e  i limoni, e le loro foglie scintillanti?E l’erba? Lucia falciava l’erba come se quella avesse un’anima e non posso evitare di pensare che il suo largo sorriso, il suo tocco elettrico, il suo invisibile planare sulla valle con occhio di falco, così che nessuna noce, nessuna bacca di corniolo, nessuna melacotogna maturasse senza che lei lo sapesse al tempo debito, fosse dovuto a questo suo rispetto per il creato e il suo riconoscere l’interiorità di ogni essere.  Allineata con il grande flusso, partoriva con ogni essere, moriva con ogni essere, era la padrona delle trasformazioni senza fine.  Il paradosso terrificante del mondo, il tendere alla più stupefacente bellezza di un creato che si nutre di se stesso, trovava in Lucia un’accettazione gioiosa. L’erotismo è la delizia, il desiderio, il canto del creato, che continua a versare se stesso involontariamente attraverso il tempo, come una coppa traboccante. La generosità è la natura del mondo. Plotino disse: “Ciò che è pieno deve traboccare, ciò che è maturo deve generare” e postulava l’immortalità dell’anima individuale umana, animale e anche vegetale. Per lui, il mondo intero era un organismo vivente e ogni parte dell’universo era legata ad ogni altra parte. Ebbe questo consiglio per raggiungere l’unione con l’Uno, “Spogliati di tutto”; ed era, fra i filosofi dell’antichità, un ottimista -forse dal largo sorriso anche lui – pieno di alto elogio per la bellezza del cosmo visibile. Secondo Proclo, la struttura dell’universo parte dall’Uno per aprirsi nella dualità del Limite e dell’Infinito. Da questa divisone derivano gli Dei e l’Essere. L’essere si dispiega nella triade dell’Essere Unico, Eternità e Phanes, chiamato anche Eros Protogonos , l’Amore primogenito. Da qui deriva la Vita e poi l’Intelletto, che è composto di Kronos, Rhea e Zeus. Zeus è il demiurgo, il creatore dell’universo manifesto. Man mano che si dispiega l’universo, le profondità ineffabili dell’Uno si manifestano in modo sempre più chiaro, come descrive la tradizione orfica. Zeus chiede all’Oracolo della Notte: “Come posso creare una cosa che contiene molte cose?” E la Notte risponde che deve ingoiare Eros Protogonos, il Dio che governa il Tutto quando è ancora Essere puro e indiviso.  Zeus quindi crea l’universo manifesto attraverso il potere di Eros. Il legame maestoso e perfetto con cui Zeus avvolge il cosmo è quello che gli oracoli chiamano il legame dell’amore, gravido di fuoco. Il potere trasformatore dell’amore dipende dall’incontro fra esseri che riconoscono l’interiorità l’uno dell’altro, perché  Eros lega tutte le parti del mondo all’Uno. È per questo che, come dice Rumi, Attraverso l’Amore tutto quel che è amaro sarà dolce Attraverso l’Amore tutto quel che è rame sarà oro Attraverso l’Amore ogni feccia si trasformerà nel vino più fine Attraverso l’Amore ogni dolore si trasformerà in rimedio Attraverso l’Amore tutti  i morti diventeranno vivi Attraverso l’Amore persino il re diventa uno schiavo! Un’enciclopedia di filosofia pubblicata negli Stati Uniti nel 2006, a proposito di questa visione del mondo, che viene etichettata “Panpsichismo”, una visione che ha informato l’agire di popoli indigeni di tutto il mondo per millenni, e che ha informato il nostro quotidiano europeo prima dell’avvento del cristianesimo, recita così: “Anche se il panpsichismo sembra ora incredibile alla maggior parte delle persone, è stato accolto in un  modo o l’altro da molti pensatori eminenti sia nell’antichità che in tempi più recenti.” Segue un elenco di pensatori che hanno osato credere di non appartenere all’unica specie con una propria vita interiore.  Vengono nominati Thales, Anaximenes, Empedocles, molti stoici, Plotino, Simplicius, molti filosofi del Rinascimento italiano e tedeschi come Paracelso, Girolamo Cardano, Bernardino Telesio, Giordano Bruno e Tommaso Campanella, e poi Leibniz, von Schelling, Schopenhauer, Rosmini, Clifford, Høffding, Renouvier, von Hartman, Wundt; i liberi pensatori tedeschi come Haeckel, Bölsche, Wille; C.A.Strong, Adickes, Becher, Fouillée, C.S.Pierce, F.Schiller, e  Fechner, Lotze e Royce, e nel ventesimo secolo, A.N. Whitehead, Samuel Alexander, Bernardino Varisco, Paul Haeberlin, Aloys Wenzel, Charles Hartshorne e i biologi Pierre Teilhard de Chardin, C.H. Waddington, Sewall Wright e W.E. Agar.

Sembra un elenco di pochi individui fuori dal coro, ma forse sono solo quelli (occidentali poi) che hanno lasciato degli scritti sul loro pensiero, perché i mille e mille abitanti della terra come Lucia, questa visione del mondo l’hanno semplicemente sentita nelle viscere, l’hanno intuita e vissuta. Comunque mi ha incuriosito questo elenco di pensatori, specialmente quelli del ventesimo secolo. Quando negli anni sessanta cercavo di trovare un’università dove studiare filosofia, non ho potuto trovare traccia di una filosofia che avesse a che fare con questo mondo e quindi sono fuggita dal mondo accademico, che mi sembrava arido e distaccato. Forse non sapevo dove cercare degli insegnanti. Sdraiata sotto un acero nel sole di ottobre con i cani e con gli asini che si rotolano felici nella polvere vicini a me, mi metto a leggere a destra e a manca. Il capostipite in tempi recenti sembra essere stato A.N. Whitehead (1861-1947), che disse “I filosofi hanno disdegnato quelle informazioni sull’universo ottenute attraverso i loro sentimenti viscerali, e si sono concentrati su sensazioni visive.” Whitehead considerava che i portatori di vita psichica non erano tanto i sassi o le stelle ma gli “avvenimenti” che costituiscono questi sassi e queste stelle, che lui chiama “occasioni” e in questo senso si focalizzava sui processi della natura, sulle sue continue trasformazioni.  Comunque vedeva la natura, attraverso tutti i suoi cambiamenti, come un’entità intera e inclusiva, e rifiutava il dualismo mente-corpo, considerando che “ogni attualità concreta deve essere visto come un soggetto”. Così i concetti di soggetto e oggetto per Whitehead non solo devono abbracciarsi, ma in realtà sono legati inestricabilmente l’uno all’altro in un contesto concreto di avvenimenti. All’interno di un avvenimento “soggettività e oggettività si avvolgono a vicenda”.  Whitehead aveva un forte senso del continuum Uomo-Natura. Il filosofo e psicologo tedesco Gustav Fechner (1801- 1887) scrisse,“In una calda giornata d’estate stavo in piedi vicino a uno stagno e contemplavo una ninfea che aveva steso le sue foglie equamente sull’acqua e con il fiore aperto si crogiolava alla luce del sole.  Che fortuna eccezionale, pensai, ha questa ninfea che sopra gode del sole e sotto è  immersa nell’acqua – se solo fosse capace di sentire il sole e il bagno. E perché no? mi chiesi.  Mi sembrò che la natura non avrebbe sicuramente creato una creatura così bella, e così perfettamente disegnata per queste condizioni, solo per essere l’oggetto dell’osservazione casuale…ero incline a pensare che la natura l’aveva così costruita perché tutto il  piacere che si possa derivare dal godere contemporaneamente il sole e l’acqua fosse goduto da questo  essere nella misura più piena possibile.” Questo sentimento mi pare com-passione, mi sembra un suo riconoscere la natura erotica nell’altro, anche quando è una ninfea invece di una donna stesa che gode il sole. Il poeta inglese Wordsworthgli fa eco nella sua poesia intitolata Lines written in early spring:“Ed è la mia fede che ogni fiore gode dell’aria che respira.” Probabilmente nessun filosofo arriva a questa conclusione senza un’esperienza diretta del mondo, anche se poi non tutti quelli che scrivono ci raccontano la fonte dell’intuizione.  Lotze disse “L’intero mondo dei sensi…è solo il velo di un regno infinito di vita mentale”, usando qui un’antichissima   metafora per l’intelligenza della Natura, che ritroviamo nell’inno egizio a Iside Svelata:    “Salve, madre grande, la tua nascita non è stata scoperta:Salve, madre grande, nel mondo infero che è doppiamente celato tu sconosciuta!Salute a te, o grande, o divina, la tua veste non è stata sciolta, non è stata sciolta!Salute, o Nascosta, non c’è via che porti fino a te. Vieni e ricevi l’anima di Osiride, proteggila tra le tue mani.” Fechner considerava che l’intero universo avesse una natura spirituale, il mondo dei fenomeni essendo solo la manifestazione esteriore di questa realtà spirituale. Ciò che a se stesso risulta di natura psichica agli altri appare fisica.  E qui abbiamo la fonte di percezione più diretta possibile: ognuno di noi percepisce se stesso come un’entità psichica ma vede gli altri come corpi. Da questa esperienza primordiale, per analogia, ci pare credibile che l’intero mondo di fenomeni è un velo che nasconde ai nostri occhi la vera natura interiore del mondo fisico.  Così come nessuno di noi desidera essere trattato come un corpo solo, anche il mondo “altro” desidera essere conosciuto come soggetto e non come oggetto.  Così Fechner vedeva la coscienza come una caratteristica di tutto quello che esiste, anche degli atomi che sono solo gli elementi più semplici in una gerarchia che conduce a Dio, che egli considerava l’anima dell’universo.  Ogni vero incontro tra parti del mondo è un incontro di soggetti, ogni vero incontro è com-passione, e se deve produrre mondo, se deve creare, è un incontro erotico. Fechner era convinto che qualunque ipotesi che ci rende felici, anche se impossibile da provare positivamente, se non contraddice la scienza, è da abbracciare. Disse che la sua visione della realtà era la spiegazione più bella, più chiara e più naturale dei fatti dell’universo. Schiller aggiunge che questa visione “rende l’operare delle cose più comprensibile” e ci mette in grado di “agire con successo”. Agar, un seguace di Whitehead disse: “porta ad un quadro del mondo più coerente e soddisfacente di qualsiasi alternativa”, e questo soprattutto perché questa linea di pensiero, a differenza della visione convenzionale odierna,  “non accetta l’idea paradossale che il fattore mentale…fece la sua comparsa dal nulla in una certa data nella storia del mondo.”   Difatti, oggi regna l’idea che la coscienza è una “proprietà emergente”, che appare solo con la comparsa sulla terra di un organismo abbastanza complesso.  Questa idea sostiene una visione antropocentrica del mondo e credo che la sua accettazione derivi soprattutto dall’inurbamento massiccio della popolazione occidentale negli ultimi secoli.  La risposta viene da Zeno lo Stoico, citato da Cicerone, che disse: “Niente che è in sé privo di vita e ragione può generare un essere che possiede vita e ragione; ma il mondo genera esseri con vita e ragione; il mondo stesso quindi non è privo di vita e di ragione.”  Anche Paulsen (1846-1908) ai nostri tempi chiede: “Come ha avuto origine la vita dell’anima?” Nota che la biologia moderna crede che la vita organica derivi dalla vita inorganica. “La prima sensazione nella prima particella protoplasmica è allora qualche cosa di assolutamente nuovo, qualcosa che prima non esisteva in nessuna forma, di cui in precedenza non c’era nessuna traccia?” Paulsen suggerisce che credere in questa creazione dal nulla contraddice i principi della scienza e che lo scienziato farebbe meglio a concludere che “una vita interiore era già presente in germe (keimhaft) negli elementi e poi si è sviluppata in forme superiori.” Chi vive tra animali e piante, come la mamma di una mia amica, che diceva “Tutte le piante si chiamano”, trova facile, credo, attribuire coscienza al mondo animale e vegetale.  Forse è più difficile attribuirla al mondo inorganico.  La roccia che vita interiore può avere? Ero seduta, l’anno scorso, nel buio della notte,  cinquecento metri sotto il cratere del vulcano di Stromboli, a sentire nel corpo il ruggito delle eruzioni, cercando di resistere all’istinto di fuggire ogni volta che si innalzavano le fiamme e si riversava il magma incandescente verso il mare. Per la prima volta capii che viviamo su una palla di fuoco, non su una roccia fredda! Non potevo evitare la sensazione che quel fuoco avesse un impeto gioioso.  In seguito mi è capitato di leggere le parole di Maurice Krafft, a proposito della sua prima visita a Stromboli, all’età di sette anni: “L’odore penetrante di zolfo, il fragore delle esplosioni di quel vulcano, perennemente e quasi gioiosamente attivo, mi si scolpirono nella mente e nel cuore.  Fin da quel momento non ebbi alcun  dubbio: da grande avrei fatto il geologo.” Quell’esaltazione di Maurice ognuno di noi l’ha vissuto, davanti a una cascata d’acqua fragorosa, in cima a una montagna battuta dal vento, o sul mare in tempesta. L’energia della terra trova una risposta forte nella nostra anima, anche quando, invece del mondo “vivente”, si tratta di fuoco, roccia, aria, acqua. Ma la terra ha una vita interiore? Risponde Royce, che credeva che la differenza nella coscienza dei corpi inorganici fosse solo una questione di velocità. Diceva che la natura “fluida” della vita interiore dei sistemi inorganici viene ignorata  per via della sua “vastissima lentezza”, che però non significa che sia “un tipo di coscienza inferiore”. Gli sciamani nativi americani spesso parlavano di pietre sacre che viaggiavano per compiere certe missioni e mi ricordo la descrizione di Brave Buffalo, un Teton Sioux, di alcune pietre rotonde: “Queste pietre sono rotonde, come il sole e la luna, e sappiamo che tutte le cose rotonde sono parenti. Le cose che sono simili di natura diventano simili di aspetto e queste pietre sono state là molto tempo a guardare il sole.” Brave Buffalo disse che aveva sognato la pietra poco prima di trovarla e nel sogno questa gli aveva detto che per onorare lo spirito creatore del mondo Wakan’tanka, è necessario onorare il suo creato nella natura, e che la pietra lo avrebbe aiutato a guarire i malati. Teneva la pietra avvolta in piumini d’aquila dentro una stoffa rossa. “C’è qualcosa fra l’aquila e la pietra, perché quando la pietra è dentro i piumini, non può scappare”; ma qualche volta Brave Buffalo mandava la pietra a osservare cose distanti. Il canto dei Teton Sioux per le pietre si intitolava “May you behold a Sacred Stone Nation” (Possiate vedere la nazione sacra delle pietre). L’asino Teseo si è avvicinato a me e sta in piedi con il muso quasi appoggiato alla mia spalla. Il sole sta declinando e siamo in quel momento della sera quando la natura conduce alla riflessione e gli asini hanno una propensione apparente per lunghe riflessioni. Le file di formiche che prima si industriavano a portare via i semi dell’acero verso il loro nido si stanno diradando.  Dovrei alzarmi e andare a fare la cena.  Leggo le ultime biografie di due genetisti che condividevano una visione del mondo intriso di coscienza.  Sewall Wright (1889 -1988) era un biologo americano; credeva che la nascita della coscienza non fosse dovuta ad una misteriosa proprietà della complessità crescente ma che era una proprietà inerente anche alle particelle più elementari.  Il suo amico Charles Harthorne (1897 – 2000) era un assistente di Whitehead ed era evidentemente un genio, avendo conseguito in gioventù ben tre lauree in quattro anni a Harvard.  Quello che è notevole di questi due amici è la loro longevità: Wright è morto a 98 anni e Hartshorne a 103 anni. Questo l’avevo notato anche nel caso del filosofo americano di questo filone, Frank Emersole, zoologo, ornitologo e poeta, insegnante in Oregon e morto a 90 anni, e Charles Birch, biologo, teologo e Professore Emeritus all’Università di Sydney, che ha appena pubblicato Biology and the Ridde of Life all’età di 89 anni, e che dice: “Tutti gli esseri viventi sono soggetti – e questo vale fino agli elettroni e protoni…questo è un universo senziente.” Forse aveva ragione Fechner nel dire che questa è una visione che rende felici: certo che i suoi fautori sembrano godere di una lunga vita. Il sole è definitivamente tramontato. Io rimango a pensare con meraviglia all’idea della mia giovane persona che girava la facoltà di filosofia senza sapere che in quel momento, per me di grande confusione, c’erano persone nascoste in piccoli laboratori sparsi nel mondo, con questa visione grandiosa, che parlavano solo fra di loro, che qualche volta persero perdevano l’occasione di scambiare le loro idee filosofiche, come nel 1926, quando Agar e Wright si incontrarono a Chicago e parlarono di genetica senza scoprire l’identità della loro visione filosofica.  Non mi pare una coincidenza che questi ultimi quattro pensatori erano tutti biologi e quindi a contatto con la vita fisica.  Io ho dovuto aspettare Lucia e la mia esperienza diretta; forse è stato meglio così. In questo momento la visione del mondo come un essere dotato di interiorità sta godendo di un risveglio. Sono usciti alcuni libri importanti sul panpsichismo, di Skrbina nel 2005, di Strawson nel 2006 e quest’anno esce un altro libro di Skrbina, Mind that Abides. C’è poi l’ecofilosofa australiana Freya Mathews, autrice di For Love of Matter (Suny Press 2003) che riconosce alle filosofie non occidentali quali il Taoismo e la cultura degli indigeni australiani il suo debito principale.  Mathews vede l’universo come una specie di “sé cosmico”, autogenerativo, autorealizzante e autoreferenziale.  Il campo primario, dal suo punto di vista manifestato come entità e luoghi specifici, è la dimensione soggettiva, in cui esiste un nesso di comunicazioni condivise tra l’Uno e la moltitudine, e tra le parti del mondo nella realtà fisica.  Mathews giustifica il suo progetto come una ricerca, non tanto della verità, ma di una metafisica in cui viene affermata e nutrita la capacità umana di innamorarsi non solo di un individuo umano ma del mondo fisico stesso. E’ nel nome dell’amore per la realtà materiale ultra-umana che ci supporta e ci avvolge e di cui come esseri incorporati facciamo parte, che Mathews ci invita ad abbracciare la visione panpsichista.   E quando l’abbracciamo, troviamo che il nostro atteggiamento cambia: non più una oggettivizzante ricerca della verità ma una serie di incontri erotici, che implicano la conoscenza carnale, la compassione, un’apertura verso l’altro piena di sorprese e rischi. “L’obiettivo non è quello di fare teorie sul mondo ma di rapportarsi ad esso e di godere di quel rapporto. Per questo ci servono…poesia e canto.” Si mira ad un atteggiamento di devozione verso il mondo, che Mathews spera sarà l’inizio di un profondo ripensamento della tradizione occidentale in una prospettiva ecocentrica. Ha osservato che i primi passi di questo cambiamento sono stati fatti in due paesi, la Norvegia di Arne Ness e l’Australia di Val e Richard Routley negli anni settanta, luoghi dove la presenza del non umano è ancora palpabile. “La terra è un essere…un’unità intera in forma e sostanza, in scopo ed effetto, e autosufficiente nella sua individualità”,  (Fechner).  “Ogni cosa è piena degli Dei”, (Thales).  “Il mondo è un Dio benedetto”, (Platone). “Dobbiamo accantonare i beni del mondo per cercare l’unione che la mente ha con l’intera Natura”, (Spinoza). “L’intero creato costituisce una simbolica riflessione di Dio”, (Pico della Mirandola, che doveva anche stare attento alle parole per evitare l’attenzione della Chiesa!). Questi sono gridi che cercavano di rammentare all’uomo civilizzato il suo gioioso far parte di un creato vivo, delizioso, estatico, erotico, compassionevole.

Lucia è vissuta 93 anni, suo marito, Gervaso, 101. Semplicemente vivi entrambi, io e il papavero.

Issa

Fonte: Quaderni di vita bioregionale

BibliografiaMary Oliver, Wild Geese, Bloodaxe Books, Tarset 2004Al-Kindi, De Radiis, Teorica delle arti magiche, Mimesis, Milano1994Snyder Gary, L’Isola della Tartaruga, Stampa Alternativa, Viterbo 2004Plotino IV. 7 (2), chs.2-8iii, 14)/ III,2 (47), Ch.12, 1.4)Encyclopedia of Philosophy, ED. Donald Borchert, Thompson Gale, USA 2006A.N.Whitehead, Process and Reality, Cambridge, 1929A.N.Whitehead, “Nature Alive” Lecture 8 of Modes of Thought, MacMillan, New York 1938Bureau of American Ethnology, Teton Sioux Music, 1918E.A. Wallis Budge, The Gods of the Egyptians, Chatto & Windus, London 1904.F.C.S.Schiller Studies in Humanism, MacMillan, 1907. Agar, W.E., The theory of the Living Organism, Melbourne University Press, 1943Cicero On the Nature of the Gods, BkII, Sec.VIII citando Zeno.Royce, The World and the Individual, 1899,1900Paulsen, Introduction to Philosophy, 1899Freya Mathews, For Love of Matter: a contemporary Panpsychism, SUNY Press, Albany 2003Skrbina David Panpsychism in the West, Cambridge, MA, MIT Press, 2005Strawson, Galen, Consciousnmess and its place in Nature, Anthony Freeman, 2006Skrbina David, Mind that Abides, John Benjamins, 2009

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