Moltitudine Inarrestabile


Paul Hawken  MOLTITUDINE INARRESTABILE

Come è nato il più grande movimento al mondo

e perché nessuno se ne è accorto

Dall’Australia all’Italia, dal Brasile alla Cina, dagli Stati Uniti alla Russia: in tutto il mondo, milioni di uomini e di donne agiscono nella convinzione che le ferite alla Natura sono ferite inferte a ciascuno di noi. Gestione dell’acqua, tutela della biodiversità, diritti dell’infanzia e dei lavoratori, impegno per uno sviluppo più sostenibile e per contrastare il riscaldamento globale, tutela dei patrimoni linguistici e culturali che danno forma ai luoghi in cui viviamo: migliaia di organizzazioni collegate tra loro in reti fluide, dinamiche e capaci di rapidi adattamenti operano in questi e in moltissimi altri settori.

Paul Hawken ricostruisce le radici di questi movimenti e, per la prima volta, ne fornisce le coordinate e le metafore con cui descriverli, lasciandoci la convinzione che i loro risultati saranno una delle più grandi eredità che il nostro tempo potrà offrire alle generazioni che verranno.

Tratto dal sito:   http://www.moltitudineinarrestabile.it/

L’essere umano è formato da un quadrilione di cellule, di cui il 90% sono batteri, funghi, lieviti e altri microbi, indispensabili per la nostra sopravvivenza. Ecco quindi un paradosso: ciò che ci rende pienamente umani non è umano. La prospettiva di discendere dai primati inferiori, eresia per i fondamentalisti cristiani, costituisce un fenomeno relativamente minore nel più grande quadro della scienza. Nel nostro organismo si trovano le tracce della storia della Terra retrodatate a 4 miliardi di anni fa, le catene molecolari, i composti essenziali, i semplici batteri e i fluidi salini che puliscono i nostri occhi e circondano le nostre cellule; in pratica, un intero compendio della vita che ci ha preceduto. Siamo sempre stati un cantiere in attività, un animale cumulativo, una chimerica fusione di diversi organismi “uniti da un’elastica sequenza temporale”4 sin dall’inizio della vita. Si pensa che i nostri antenati microbici nacquero quando un po’ di polimeri di carbonio, nucleotidi e aminoacidi si combinarono in uno sfiato sulfureo oceanico. Se mai si verificò un evento soprannaturale, fu questo: una cellula vivente formata di composti inanimati. In verità, non sappiamo precisamente come la vita ebbe inizio e, come ha sottolineato un biologo, solo i pazzi e gli impostori azzarderebbero una tale dichiarazione.* Il salto dal brodo chimico al microbo sembra stupefacente, come se la prima pressa per la stampa di Gutenberg fosse stata una stampante laser collegata a un portatile, e non un semplice portatile, ma uno in grado di generare all’infinito nuovi portatili partendo da componenti semplici. Senza dubbio, la creazione della prima cellula fu preceduta da decine di milioni di anni di esperimenti chimici, nei quali le forme di vita precedenti esistevano in combinazioni differenti. Ancora fino a poco tempo fa si pensava che l’eventualità che la vita fosse scaturita da un simile brodo annacquato fosse così remota che nessuna analisi statistica fosse in grado di calcolarne le probabilità, come se un uragano avesse assemblato un Boeing 747 dopo essere passato su un cantiere di demolizione pieno di pezzi gettati alla rinfusa.5 La scienza ha capovolto questa logica: adesso guardiamo al miracolo della vita non dal punto di vista della sua impossibilità, ma da quello della sua inevitabilità.6 In condizioni simili a quelle presenti sulla Terra quando la vita ebbe inizio, la vita avrebbe avuto inizio in ogni caso.

La prima forma vivente fu un organismo unicellulare microscopico, chiamato “procariote”, che all’incirca significa “prima del nucleo”, cellule senza un vero nucleo. Nei libri di testo vengono raffigurate come capsule con un materiale sinuoso all’interno, il che rappresenta una grossolana semplificazione. Una singola cellula batterica, l’Escherichia coli, contiene 2,4 milioni di molecole proteiche di circa 4.000 tipi diversi, 280 piccole molecole di metaboliti e ioni, 22 milioni di lipidi, un genoma formato da 4,6 milioni di coppie di basi di nucleotidi e 40 miliardi di molecole d’acqua, tutte racchiuse in un’unica cellula il cui diametro è un centesimo della larghezza di un capello.7 Queste prime cellule, secondo le parole di Robinson Jeffers, “contenevano echi del futuro” in loro stesse8 e, sostanzialmente, conquistarono il pianeta. Sono presenti in ogni fosso, su ogni foglia, nel cielo, al Polo Sud, sulle nostre lingue, a 5.000 metri sotto gli oceani e in tutti i deserti del mondo. Danno origine alla fotosintesi, alla respirazione, alla fermentazione e, infine, ai mitocondri e ai cloroplasti, gli organuli che digeriscono, respirano e mettono in circolo i nutrienti nelle nostre cellule. Anche se abbiamo identificato le molecole in una singola cellula di E. coli, non siamo in grado di capire le modalità con cui collaborano per dare origine alla forma, alla riproduzione, alle funzioni mentali e ai comportamenti finalizzati. Quando separiamo una cellula, la vita scompare e troviamo solo molecole.

I procarioti sperimentarono per primi i diversi modi in cui la vita può metabolizzare l’energia, dal sole allo zolfo, e poi diedero inizio a un movimento, combinandosi in colonie divise in compartimenti al fine di creare nuove forme di vita: gli eucarioti, cellule dotate di nucleo, che possono raggrupparsi in scinchi, caprifogli ed esseri umani. Gli eucarioti impugnarono la tavolozza molecolare preparata dai procarioti e divennero artisti, raggruppandosi in milioni di diverse forme di vita, creando mantidi religiose, finferli, gelsomini dalla fioritura notturna e sistemi limbici, un grande stufato di vita insaporito con timidezza, chicchi di caffè, mandrie di caribù e la seconda sinfonia di Mahler. La differenza fra un procariote e una cellula eucariotica è quella che passa fra un igloo e Parigi. Con 30.000 geni e 400 miliardi di molecole, una singola cellula animale supera qualsiasi microprocessore Intel per la sua prodigiosa capacità di calcolo. Ogni cellula porta avanti simultaneamente milioni di processi molecolari, che coinvolgono mille miliardi di atomi. Moltiplicate questa attività per le migliaia di miliardi di cellule dei quintilioni di creature sul pianeta e sorge una domanda: chi, esattamente, è il responsabile?

Il numero totale di attività intrae intercellulari in un solo corpo umano è impressionante: un settilione di azioni al momento, 1 seguito da 24 zeri. In un secondo, nel nostro organismo si svolge un numero di processi pari a dieci volte il numero di stelle presenti nell’universo, proprio ciò che Charles Darwin aveva pronosticato affermando che la scienza avrebbe scoperto che ogni creatura vivente rappresentava un “piccolo universo, formato da una moltitudine di organismi autopropagantisi, straordinariamente piccoli e numerosi come le stelle nel cielo”.9
Complessi organismi replicanti composti da molte migliaia di miliardi di cellule, chiamati Homo sapiens, sono in grado di discutere sull’ambiente e sulla gravità dei cambiamenti climatici. Tuttavia, non possono sedersi a parlare con una cellula delle loro personali aspirazioni o delle pecche del capitalismo del libero mercato. La vita funziona così e nulla di quanto abbiano mai detto o votato i politici può influenzare i principi di base della biologia. Come ironicamente scrive Bill McKibben, in caso di scelta fra le leggi del Congresso e quelle della fisica, quasi sicuramente prevarrebbero le leggi della fisica. Credere che le sue cellule siano privilegiate o uniche costituisce una comprensibile vanità dell’essere umano, ma la differenza fra le cellule umane e quelle di un girasole è piccolissima, mentre fra i primati e gli umani è infinitesimale. Per trovare occasionali diversità con cui distinguere le cellule umane da quelle di tritoni, foche o coyote è necessario scendere al livello molecolare. Noi siamo la natura, una presa di coscienza che bloccò Emerson a Parigi e che potrebbe bloccare anche noi. Noi viviamo in una comunità, non da soli, e qualunque sensazione di divisione è un’illusione. Gli esseri umani sono animali straordinari, ma rimangono animali, e non possiedono alcuna immunità particolare. Visto l’attuale tasso di distruzione e inquinamento del pianeta, dobbiamo negoziare una distensione dei rapporti con la natura e con noi stessi.
Le funzioni collettive del settilione di attività che avvengono simultaneamente nel nostro organismo hanno un nome: resilienza. Questa eccezionale ridondanza costituisce il motivo per cui noi possiamo essere insensibili alle nostre necessità fisiche, ingollare cibo da fast food, avvelenarci con alcolici e droghe, vivere nell’aria inquinata e continuare a sopravvivere. Per la stessa ragione, possiamo maltrattare la natura in una miriade di modi e continuare ogni giorno a trovare i nostri cornflakes, il nostro SUV e il nostro pianeta che ancora funziona. La resilienza è uno dei segreti della vita e il suo funzionamento è l’opposto della teoria del domino.

Le cellule cambiano e muoiono costantemente, ma non coinvolgono le cellule circostanti. Gli organismi e gli ecosistemi sani sono diversi, imprevedibili, ridondanti e adattativi. Le forme di vita sono collegate in maniera incredibile, ma si rifiutano di procedere simultaneamente o di sincronizzare i loro orologi. Ogni sistema vivente rappresenta un dialogo costante fra armonia e autonomia, fra persistenza e fluidità, prevedibilità e instabilità. Non possediamo un solo cervello, ma tre, rettile, limbico e neocorticale, ciascuno con differenti funzioni e capacità. Un essere umano può perdere la vista, un arto, un lobo frontale, un rene e metà della capacità dei suoi polmoni e continuare a sopravvivere. Per definizione, l’evoluzione produce creature e sistemi dotati della massima abilità possibile di durare nel tempo, e la resilienza permette a un organismo di resistere alla più vasta gamma di problemi. Ciò vale per i sistemi sociali e per quelli ambientali, per i governi e le aziende, per gli stock ittici e le scogliere.

Maggiore è la resilienza di un sistema, maggiore sarà la sua capacità di riprendersi da traumi e impatti.10 Di contro, quando un sistema perde la sua diversità e, di conseguenza, la sua ridondanza funzionale, diventa vulnerabile a sconvolgimenti e crolli. L’ecologia si occupa delle interazioni tra gli organismi viventi, sia fra di loro sia con l’ambiente circostante. La sostenibilità è finalizzata a una stabilizzazione della relazione, attualmente distruttiva, fra i due sistemi più complessi della Terra: la cultura umana e il mondo vivente. L’interrelazione fra questi due sistemi segna l’esistenza di qualsiasi persona ed è responsabile dell’ascesa e della caduta di tutte le civiltà. Benché il concetto di sostenibilità sia relativamente nuovo, ogni cultura si è dovuta confrontare con questa relazione. Per migliaia di anni le civiltà non sono state in grado di invertire la rotta, per quanto riguardava i danni all’ambiente, e questa incapacità ha causato il loro declino e la loro scomparsa. Per la prima volta nella storia, oggi un’intera civiltà – persone, aziende e governi – sta tentando di interrompere questa spirale negativa e di capire come vivere in armonia con la Terra, un tentativo che rappresenta uno spartiacque nell’esistenza umana. La vita è crescita o decrescita, non esiste una via di mezzo dorata in cui tutto è giusto. Al punto di caduta libera ambientale in cui ci troviamo, dobbiamo tutelare quanto rimasto e dedicarci a ripristinare quanto abbiamo perso.

Alcuni potrebbero rispondere che si tratta di uno sforzo inutile. Sembra che il triste presagio di Robert Kaplan di un mondo in cui crimine, violenza e anarchia si alimentano di povertà ambientale e ingiustizia si stia realizzando. Collasso, di Jared Diamond, racconta come gli esseri umani abbiano ripetutamente ignorato i feedback dell’ambiente e siano precipitati nell’oblio. Malgrado la popolarità di questo tipo di libri, nel migliore dei casi le persone comuni sono poco coscienti delle dimensioni che tali problematiche stanno assumendo e della rapidità con cui ciò sta avvenendo. Nondimeno, il mondo sta per raggiungere un punto decisivo in questa presa di coscienza. Anche se la vastità del crollo sociale e ambientale fa sì che risulti impossibile, per un singolo individuo o ente, essere pienamente informato su tutto, i segnali di allarme sono evidenti ovunque.

Di recente, nell’arco di un anno si sono verificati due eventi che sono rimasti largamente ignorati, ma che hanno segnato il nostro futuro sulla Terra. Il 30 marzo 2005, alcune organizzazioni delle Nazioni Unite (come FAO e UNEO), i segretariati delle grandi convenzioni internazionali, 1.360 scienziati di 95 paesi, hanno pubblicato il Millenium Ecosystem Assessment. Questo rapporto, costato 24 milioni di dollari, costituisce il più grande studio scientifico mai intrapreso sulla capacità di carico del pianeta. Per la prima volta, la comunità scientifica globale ha esaminato le risorse biologiche mondiali e ha valutato l’influenza, sul nostro futuro, delle sempre maggiori perdite. Benché il rapporto presenti un’analisi estremamente dettagliata, la diagnosi finale risulta semplice: le risorse del pianeta si stanno consumando e presto si esauriranno; a quel punto, la Terra non sarà più in grado di supportare la vita così come la conosciamo.

Lo studio include alcuni dati mai rivelati, pubblicati o resi noti in precedenza. La sua novità consiste inoltre nell’ampiezza e nei toni misurati. È un riconoscimento degli allarmi che gli scienziati stanno lanciando da oltre dieci anni: come tutti i sistemi non lineari, gli ecosistemi, se presi d’assalto, non si esauriscono in maniera graduale, ma possono raggiungere delle soglie critiche sorpassate le quali improvvisamente collassano e muoiono, in una sorta di attacco cardiaco ecologico. La resilienza può proteggere un sistema solo fino a un attimo prima che il crollo coinvolga tutto.

Tratto dal sito:   http://www.moltitudineinarrestabile.it/

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