Temporary Agricoltur Zone


Prendo a prestito da Hakim Bey questa T.A.Z. con la certezza che l’autore comprenderà l’abuso che ne faccio.

Un poco di giorni fa Nicola proponeva un post, diciamo polemico, centrato sulla figura del “contadino”, di riflesso quindi sull’agricoltura, sulle pratiche… ecc.

Preferisco non soffermarmi sulle critiche, non trovare elementi di discordanza sul vissuto altrui ma parlare di quello che penso il “mio” e altrui positivo, raccontare storie che contengano la possibilità del cambiamento piuttosto che tracciare linee di separatezza con il degli altri vissuto.

Questo non vuole dire che mi astengo dalla analisi, feroce e radicale, al sistema dominante ma che preferisco puntare la mia attenzione sulle teorie e pratiche in grado di aggirare e confondere l’occhio immanente del potere.

Almeno una decina di anni fa, durante un incontro del C.I.R., tentavo di analizzare il calderone culturale da cui erano nate e prosperavano le comunità (collettività) rurali: una incredibile magmatica, ribollente mistura di cultura underground – hyppie – contadina – comunista – anarchica – situazionista -. femminista – chi più ne ha più ne metta …insomma: il meglio di quegli anni.

Quel calderone si confrontava e si confronta con le culture pratiche del mondo contadino e con quelle innovative della Permacultura, dell’Agricoltura Naturale di Fukuoka e della Hazzelip, con il Primitivismo di Zerzan … questo non è il “confronto” maggiore o prioritario …le pratiche di Agricoltura Naturale non danno risposte al conflitto con la Globalizzazione, con il Moderno, indicano solamente percorsi pratici di Esodo possibili.

orme-selvatiche


La discrepanza tra il detto e il vissuto comincia a diventare incolmabile, le dichiarazioni di intenti strabordano: per la complessa e comunque poca esperienza che mi accompagna vedo che lo scoppio delle rivolte esistenziali provoca immediati cambiamenti, ma di questi tempi i ragazzi/e che ci transitano intorno sembrano cercare situazioni stabili, date, sembrano poco interessati a quelle in costruzione, più portati/e a quelle generazionali che a quelle progettuali… li vedo molto più propensi al “Cercare” che al “Trovare”.

Se ti ribelli, questo e comunque accade adesso … senza misure e/o premonizioni o previsioni … soprattutto senza calcoli … l’immaginario si situa nella rivolta e non le sue aspettative future!!

Non ti ribelli tenendo conto del risultato della tua ribellione come fosse un calcolo d’impresa.

Volendo tracciare una linea di discendenza dovremmo comunque partire dalle culture dei popoli nativi, di ogni luogo e di ogni tempo, e questo ci tocca farlo con molta umiltà, coscienti della nostra ignoranza e supponenza occidentale fino ad arrivare ai racconti di Victor Serge – “Memorie di un rivoluzionario” – sulle comunità vegetariane durante la Rivoluzione D’Ottobre, ai racconti di “Camminare Domandando” durante il più incredibile periodo rivoluzionario della nostra storia: quello delle IWW: le collettività di autoproduzione, le comunità di mutuo appoggio e solidarietà femministe fino ai Diggers degli anni 60, agli Hippyes della Comunità del Crinale, ma anche i Ballabiot dei primi del 900 nel Canton Ticino come ai comunardi e alle comunarde di Ovada degli anni 70’.

Mio padre, mio nonno…erano contadini… da loro ho imparato a riconoscere ogni vite, quasi per nome, ogni angolo di terreno per possibilità, pregi, mancanze … dove prima germogliavano o dove ritardavano foglie e frutti, dove trovavi le uve per il vino dolce, frizzante e dove per quello da invecchiare negli anni, tutte cose che la moderna enologia ha reso superflue.

Contadino è colui che conosce la Terra i suoi cicli e le sue peculiarità … i suoi segreti e le sue meraviglie.

L’agricoltore è come l’operaio della fabbrica, conosce tempi, ritmi, tecniche ma ignora la mirabilia della creazione…

La ribellione che viene non è figlia della cultura contadina, o meglio: non sono le pratiche dell’ autosufficienza rurale che la rendono tale, ma sono le polifonie delle molte e differenti culture ribelli del 900’, una specie di biodiversità narrata e narrante da scoprire e da cui attingere e grazie alla quale sperimentare.

Il contadino invisibile e nomadico del moderno è una figura imperscrutabile, che coniuga la semplicità volontaria, la decrescita con le tecnologie informatiche della comunicazione, le pratiche del basso impatto ambientale con le culture arcaiche dell’autoproduzione, il bioregionalismo del luogo con la conoscenza della visione globale del dominio.

Contadini oggi è un vivere molto difficile e impegnativo, ribaltamento del significato originario, contadini oggi sono quelli della rivoluzione che viene … non quelli della conservazione che impera.

Allora dobbiamo stare ben consapevoli dell’effetto del racconto delle nostre vite, attenti alle energie telluriche dei nostri comportamenti: la condivisione vive nella pratica, nei gesti del quotidiano, nella sottile leggerezza emozionale dei nostri rapporti con i mondi non umani.

Impariamo ad imparare che non viviamo per insegnare come si coltivano i fagioli ma per trascorrere un tempo in cui la bellezza del coltivare fagioli è proporzionale agli amici che li assaggeranno, alla nostra gioia nel coltivarli nel rispetto dei cicli e dei luoghi, nell’importanza o meno che avranno nel dispiegarsi dei conflitti epocali, situare nel fagiolo il nostro resistere all’impero del tempo … nei giorni di questo pianeta che sarebbe meraviglioso anche senza di noi e senza i nostri fagioli. Contadino allora si diviene perché ci importa anche del fagiolo, metafora di una resistenza che ha appreso gesti minimali e non codificabili, comportamenti inclassificabili, forme e difforme informali, gesti ingestibili, saperi saporosi, informali rampicanti, alfabeti inconsulti.

Contadino non mi considero, di questi tempi … ma è un termine a cui mi piacerebbe essere identificato, una cultura in divenire di cui vorrei fare parte, per la Terra.

Allora mi accorgo che la miseria delle parole mi fa un poco da ostacolo, anzi…sgorgano frasi inconcludenti mentre mi partono visionarie pratiche immediate, cioè manco riesco a descrivere il quotidiano possibile, non sò disegnare la vita, non riesco a cantarla, allora penso che sia la bellezza a difendersi dalla pochezza che mi appartiene.

Guardo lo schermo della macchina, ma vedo con lo sguardo emozionale altro .. complicità della musica …Waterbois … l’irraccontabile prende posto, scalza la tastiera… sedersi sull’orlo della terrazza …freddo secco e gelido … vento … i contorni notturni li riempio con la memoria di ogni alba … si confonde la vista … suoni, versi, forse grida … la trama della vita …mi allontano. Pensavo di essere al riparo dalla tormenta … invece ci siamo dentro!

“Una maschera,un’automitologia una mappa senza nome di località – rigida come un dipinto murale egiziano, nondimeno si spiega ad accarezzare il viso di qualcuno – e all’improvviso si trova fuori in strada, in un corpo, rappresentato in luce, camminare sveglio, quasi soddisfatto.”

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2 risposte a “Temporary Agricoltur Zone

  1. Nulla è per sempre, panta rei dicevano gli antichi ed è vero oggi più che mai, in cui tutto scorre ad una velocità mai vista prima..
    o forse la razza umana è solo un alito di vento nella maturità del nostro pianeta terra, dunque perché crucciarsi?

    Da sempre la semplicità, la rinuncia ai desideri illusori, l’accumulare virtù invece di beni materiali è sempre stato sinonimo di saggezza ed anche oggi, forse più di ieri, o forse no, lo è.

    Il fagiolo ci salverà, ed io ci aggiungerei un buon bicchiere di vino, perché…

    Poiché nessuno risponde, ahimè, del domani
    Rallieta dunque, oggi, questo triste cuore
    Vino bevi al chiaro di luna, o Luna, ché la luna
    Molto ancora brillerà, e noi non troverà sulla terra.

    Omar Khayyam
    quartine

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