La fatica della bellezza


evoluzione

I boschi che abbracciano la casa si sono spogliati dei colori cangianti d’autunno, restano pennellate di giallo sui pioppi, qualche macchia marrone di foglie secche abbarbicate su castagni e querce e il verde intenso d’edere che avvolgono alcuni alberi. Le prime gelide folate di maestrale mulinellano il fogliame caduto lungo i pendii ed è tempo di starsene vicini alla stufa, lavorando, leggendo, cucinando corroborati da un caffè lungo o da una tisana.


La stufa però necessita continuamente di essere riempita di legna, quindi esco e imbocco la salita di fianco al fosso che scende dallo Scravaion, durante i tanti giri ho memorizzato alcuni pioppi, faggi e carpini caduti negli anni precedenti.

Salgo lentamente con la sega a mano, dopo aver rassicurato il bosco che non taglierò nessun albero vivo, lo faccio sempre per non sentirmi “osservato” malamente, una ghiandaia si alza improvvisamente da un ramo, facendo un putiferio incredibile: allarme, allarme …più sopra rumori di zoccoli e di rami rotti: cinghiali, stupiti … oggi non è giornata di caccia!!

Uno spesso strato di foglie secche ricopre sassi e pozze d’acqua, gli scarponi faticano a fare presa, ogni tanto scivolo anche perché queste camminate sono occasione di sporadici “stadi modificati di coscienza” naturalmente indotti, allora mi appoggio a un tronco, chiudo gli occhi e immagino di immergere radici giù nel terreno, fino a sentire la roccia, la vena d’acqua, il pulsare della Terra, annuso l’aria e resto immobile. Provo a vedere questo luogo con i sensi dei suoi abitanti non umani originari. E’ per questo che non uso e non ho mai usato la motosega nel bosco.

Tagliare i tronchi secchi, impignarli in verticale contro gli alberi: se piove assorbiranno poca acqua e basterà un vento leggero ad asciugarli; la misura … quella giusta per portarli in equilibrio sulle spalle fino a casa. Questo è il settimo inverno che passiamo a Borgo Cerri, ad occhio e croce mi sono portato un 500 qli. di legna a spalla, che noi accendiamo stufe dai primi di settembre fino a fine aprile. Un amico dei Bassi mi dice sempre che se facessi il conto delle ore mi accorgerei che conviene comperarla, e quelle ore impiegarle in lavoro produttivo. Certo, comperarla … alberi tagliati, argani, trattori, gasolio, motoseghe. Un tempo in questo borgo vivevano 70 persone, Sigfrido (il vicino più vicino) racconta: “i boschi allora erano puliti e curati, la legna buona si vendeva, quella mediana si usava per scaldarsi (poco) le ramaglie grosse facevano carbone e le vedi a mezza costa le piazzole delle carbonaie, scure di terra … con le ramaglie piccole fascine … le foglie di faggio si portavano con i muli ad Albenga per le stalle al posto della paglia”.

Se il borgo tornasse ad essere abitato bisognerebbe fare tagli selettivi, trasportare i tronchi con un trattore, argani, motoseghe… Si pulirebbero le terrazze per fare orti, foraggio, cereali e poi stalle per gli animali, i pascoli sull’anfiteatro… Un tempo facevo di questi sogni e speravo si avverassero.

Cammino leggero con i due tronchi sulle spalle, mi fermo e riprendere fiato, guardo le terrazze dove i ginepri e i carpini e i pruni e la rosa selvatica preparano per il bosco a venire, dove passano le volpi e i tassi e le faine, forse il lupo, poi sotto, in lontananza il nostro orto dove caccia la poiana e lenta striscia la vipera, poco sopra la strada che Manù percorre sempre ad andatura bradipesca per non schiacciare salamandre, rospi, ramarri.

Mi incammino leggero con il peso di questa bellezza impagabile e le motoseghe… mettetevele dove dico io.

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Una risposta a “La fatica della bellezza

  1. Che descrizione meravigliosa!!! Anche io sono tornata ieri nel bosco dopo un po’ di tempo che mancavo e le sensazioni sono state piuttosto simili…
    GRAZIE!
    Ciao

    Che dolcezza infantile
    nella mattinata tranquilla!
    C’è il sole tra le foglie gialle
    e i ragni tendono fra i rami
    le loro strade di seta.
    (F. G. Lorca)

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