Addio Milano bella, o dolce terra mia …


Riprendo il racconto, iniziato alcuni mesi fa e mai continuato, sulle persone incredibili e straordinarie che, in vario modo e differente misura, hanno influenzato il tempo della mia vita.

Per scrivere di Primo Moroni è necessario intrecciarne il suo ricordo con quello della libreria Calusca e del quartiere Ticinese perché il tutto è legato indissolubilmente in quella Milano degli anni 70’ e 80’.

La Calusca era stata fondata da Primo e dalla moglie Sabrina, situata poco prima delle colonne di San Lorenzo (cambiò locazione 2 o 3 volte, ma sempre in quella via fino alla chiusura e riapertura in via Conchetta) era la principale libreria alternativa in Italia, punto di riferimento di un’area indefinibile di non organizzati, cani sciolti, situazionisti, libertari, operaisti …

Ci andavo quasi tutti i mesi, era un viaggio rituale e spesso solitario; i luoghi di partenza, nel tempo sono cambiati ma la direttrice è sempre rimasta la stessa: Pavia – Porta Ticinese.

Avevo in quegli anni una Simca 1000 color blù, auto inusuale e appannaggio dei “vecchietti con cappello” … le auto alternative erano le R-4, le Dyane 2 cavalli … rosse, ma avevo quella perché … ai posti di blocco non ti fermavano mai, cosa che non si poteva dire degli altri veicoli: in una dozzina di anni fui fermato, su quella auto, una sola volta … incalcolabile il numero di quando viaggiavo sulle altre.

Entravo nella cerchia e posteggiavo in una piazzetta vicino a via Pasquale Paoli quindi proseguivo a piedi verso San Lorenzo perché la prima tappa era il mitico Bar Rattazzo dove, trovato un posto libero facevo colazione: bianchino e paninazzo. I panini di quel tempo erano: la michetta o la biova, debitamente riempiti vuoi di salumi o vuoi di formaggi con al massimo insert di acciuga e sottaceto e non le ogive plastico surgelate di adesso con 7 salse e 9 ripieni che sanno tutti lo stesso sapore. Detta colazione era indispensabile per affrontare la lettura dei quotidiani, imprescindibile per ritenersi ed essere ritenuto un militante, quindi tra un boccone e un sorso sfogliavo attentamente il Manifesto e Lotta Continua … al secondo bianchino attaccavo il sole 24 ore …?? per la conoscenza profonda del “nemico”!

Mentre un occhio scorreva le righe, l’altro vagava per il locale; dovete sapere che il quartiere Ticinese che negli anni 50’ e 60’ era quello che ospitava la “ligera”, la piccola malavita, la prostituzione, gli artisti, insomma i diversi adesso ospitava la nutrita colonia degli alternativi e dei politicizzati, quindi da Rattazzo era tutto un transitare di barbe e baffi, capelli lunghi, eskimo, giacche di velluto, gonne a fiori, zoccoli, sandali indiani, giacche tibetane, maglioni peruviani … in questa kasba multicolore io … ogni tanto andava a finire che mi innamoravo … magari per una mezzora ma mi innamoravo. C’erano anche gli amici, i compagni di stendardo … e poi da li ci sono passati in tanti … tanti futuri deputati, leader, portavoce, direttori di giornale, creativi, giornalisti e commentatori scomodi stravaccati oggi sui divani di Bruno Vespa e anche tanti futuri “fine pena mai” ed esiliati politici.

L’ultima volta che ho visto il sig. Rattazo e sono almeno 10 –11 anni, in un locale quasi deserto dopo esserci scambiati il ricordo dei passati mi sono sentito quasi onorato quando mi ha detto “ …però a te ti trovo bene, non mi sembri cambiato di tanto …”

Finita la colazia era il momento di dirigersi al mercatino di Senigaglia, bailamme di vestiti usati, dischi, libri, abbigliamento militare, artigianato multietnico, sarabanda di voci e colori, ci andavo anche perché lungo la strada a ritroso si potevano leggere sui muri istoriati decine di volantini e manifesti contro tutte le dittature e contro tutti gli stati, o per le manifestazioni, i concerti … la comunicazione orizzontale sui muri rendeva quel tratto di strada più impegnativo del menabò del Manifesto.

Ma tiravo giusto fino all’apertura della Calusca, dove mi fiondavo a scorrere titoli, riviste, ciclostilati … il Primo aveva attenzione per tutti, un vero affabulatore, un comunicatore gentile, coscienza critica e memoria del movimento. Grazie a lui ho conosciuto gli scritti di Danilo Montaldi, i Quaderni Rossi di Panzieri, le poesie di Ferruccio Brugnaro e Nanni Balestrini, le riviste 1° Maggio, Contoinformazione, Aut Aut e poi Sergio Bologna, Toni Negri … i grandi romanzi della letteratura sudamericana e di quella europea da Josehp Roth a Christa Wolf a Elias Canetti. Debitamente munito di cultura e impegno militante mi trasferivo “all’Osteria dell’Operetta”, a scorrere felice libri e riviste poi, se non ero solo, ci poteva scappare un salto alla Briosca, al Capolinea a sentire Jazz e se gli dei erano benigni … un concerto!! Gli improbabili lettori, alla parola concerto, non pensino a quegli eventi da stadio tipo Santana o Bob Marley … concerti per me erano quelli in qualche teatro o tendone da circo e i miei eroi musicali erano Art Ensemble of Chicago, Liberation Music Orchestra, Gato Barbieri, Keit Jarret, Area.

E’ naturale che durante giornate simili, in quel tempo e in quei luoghi, in quelle 10 o 12 ore finissi per architettare 3 o 4 Rivoluzioni, progettassi un paio di viaggi “on the road” verso Messico o Nicaragua o Patagonia e mi innamorassi un numero variabile di volte, magari sempre della stessa ragazza.
Ci voleva un cuore grande per vivere.

(…)L’arpeggio dell’accordo è una passione d’amore
e le mie scarpe cercano la via dell’equilibrio
mentre il gelido vento dell’est arrotola
l’asfalto delle contraddizioni
e infilza le anime come albondigas
Cammino solo verso la mezzanotte
e voglio riscaldare il tuo cuore gelato
anche se indosso i pantaloni di mio padre
e c’è poca chiarezza nella mia testa
Nella parte scura della città
hanno luogo assassinii da morte dei pegni
perdenti assonnati cercano letti di pietra
duri come il cuore della bestia
Nel mio sangue ogni cosa
è mischiata alla passione
come nelle vie della notte
fra il lampeggiare dei semafori
e le angosciose chiamate dei “cani della pioggia”
e il blu-ghiacchio della prigione
e ogni angolo di pub
ha una storia da raccontare
No, noi non saremo i padri delle nostre speranze
ma conosco il futuro nei tuoi occhi
oh, lo conosco bene
io so che ora e in seguito qualcosa
di nuovo si diffonderà come un’onda
ai margini del mondo o nel deserto
Le nuvole della luna
stanotte toccano il mio polso
il liquido scorre nell’oscurità
portando via tutta questa musica
e questo bisogno d’amore va avanti
C’è una storia che dobbiamo ricordare
dietro ai discorsi
“sui grandi affreschi epici”
per correre lungo il tempo e prendere
le lingue dei sobborghi (:::)

Midnight serenade, Tha Gang

Lo spazio urbano del quartiere Ticinese era il mio personale Triangolo delle Bermude o come diceva Primo “Il triangolo dei destini incrociati”, a camminare per quelle vie mi sembrava di essere a casa, di essere arrivato in quel mondo nuovo per cui la mia e altre generazioni lottavano e tale è rimasto per anni, fino agli anni di merda, fino all’85 quando la Calusca chiuse.
In quell’anno lasciai il lavoro e tornai tra le mie colline a fare vino, e l’isolamento in cui mi trovavo fu ingigantito dalla chiusura di quello che era il mio approdo culturale e a volte umano.
Qualche anno dopo riemersi, tornai a fare l’operaio e un qualche giorno un’amica mi portò il primo numero di Derive/Approdi … la Calusca e Primo erano tornati: in via Conchetta a fianco del centro sociale Cox 18. Non era un bel periodo per me, collaboravo con la CGIL, camera del lavoro, sul lavoro nero in agricoltura ..non durai a lungo ma la lettura della poesia di Balestrini che stava in seconda di copertina e l’articolo di Primo ebbero l’effetto del bacio su Biancaneve . Fu a suo modo un risveglio, e nell’aria stava un qualche cambiamento, sembrava che quegli anni plumbei fossero giunti al termine. Meno di frequente tornavo in Calusca, a volte mi fermavo in Cox ma … sentivo che non ero più lo stesso e cominciai a diradare le visite, poi per qualche tempo disertai quel posto, quel quartiere che nel frattempo era cambiato, si era imbarbarito, era arrivata la “movida”. L’ultima volta che ho visto Primo è stato a fine 97’ e i segni della malattia erano evidenti, quel giorno nella saletta erano in tanti: il Rino, Ivan della Mea, Sergio Bologna … più che un convegno sembrava un raccogliersi intorno a Primo, un fargli sentire che era vivo. Ciao Primo ..ciao Renato …
Primo Moroni se ne è andato a maggio del 98’, in 2000 a salutarlo. Non c’è modo di raccontare e ricordare Primo in poche righe … ci vorrebbero mesi e dovrebbe essere una narrazione collettiva. Qui trovate altre storie.
Aveva sbagliato, per una volta, previsioni: il ciclo di distruzione delle coscienze non volgeva al termine, stavano arrivando come nelle parole finali della Cassandra di Christa Wolf:
(…) Era chiaro: a tutti i soppravvissuti i nuovi padroni avrebbero imposto la loro legge. La Terra non era grande abbastanza per sottrarsi a loro.
Il dolore ci ricorderà di noi. Grazie ad esso, dopo, se ci riincontreremo, e qualora un Dopo esista, potremo riconoscerci.
La luce si spense. Si spegne.
Vengono.
Ecco dove accadde. Questi leoni di pietra l’hanno fissata.
Al mutar della luce paiono animarsi. (…)
A volte, quando la macaia, la nebbia che sale dal mare, si insinua su per la valle fino a coprire le case di Gazzo, e le nuvole basse lambiscono gli alberi sopra la casa, ai bordi di questa striscia irreale … à la limit du mond visible e du mond envisible… mi pare di sentire l’urlo del sax soprano di Gato Barbieri, la tromba isterica di Don Cherry e Charlie Haden che impugna il contabbasso e attacca le note della “Song for Che” … dum dum dududum dum dudum dum dum dum dum.

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2 risposte a “Addio Milano bella, o dolce terra mia …

  1. Grazie davvero per queste narrazioni, io le leggo con grande piacere.

    (Devo dire che io ho sempre evitato le narrazioni personali sul blog. Ma questa volta non è detto che ci riesca, ad evitarle ancora: sarà un bene, sarà un male?)

    🙂

  2. il mio, ” Triangolo delle Bermude” pencolava fra lì e l’Isola, dove gli operaisti vi guardavano con un certo sospetto (ma, io sospetto, anche con non poca invidia…). E il pencolare aveva (l’ho scoperto dopo) un significato.

    Quella Wolf finale, è proprio un gran finale: mentre sulla musica si pensa ad altri sax, altre cornette e altri contrabbassi 😉

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