Into the Wild”.


Sempre da Rekombinant(in questi giorni vi trovo stimoli insperati) questo intervento di Rattus che parte da una risposta che avevo mandato in seguito ad un intervento di Bifo, la chiave di lettura stà, come spesso accade, nelle ultime righe

Qualche tempo fa Renato ha fornito un’interessante replica all’intervento di Bifo sui monasteri. Altrettanto interessante, sulla questione delle forme individuali dell’esodo, lo scambio tra Bifo e il ragazzo giapponese Naohisa Oda. Il ragazzo presentava il problema dell’hikikomori come un dramma sociale e faticava a comprendere come Bifo potesse cogliervi degli elementi positivi. Bifo in realtà non vi trovava alcun aspetto positivo, piuttosto il segno di una tendenza delle società a capitalismo avanzato. http://liste.rekombinant.org/wws/arc/rekombinant/2008-07/msg00026.html Ero abbastanza assorbito da questo dibattito quando mi sono imbattuto nel film di Sean Penn “Into the Wild”. Chi l’ha visto avrà anche un’idea della complessa vicenda del film, che prende le mosse da un libro di Jon Krakauer del 1996, dedicato alla storia di una singolare figura di homeless: Chris McCandless, laureato alla Emory e morto di inedia a 24 anni nei ghiacci dell’Alaska (1992) dopo aver vagato per due anni a piedi e in autostop negli Stati Uniti.

Il ragazzo aveva scelto deliberatamente di provare a vivere da solo “nelle terre selvagge” dell’Alaska e, secondo alcuni, c’era riuscito abbastanza bene per oltre tre mesi. Un avvelenamento alimentare, secondo la versione di Krakauer e di Penn, ha fatto precipitare la situazione fino alla tragedia. Dunque abbiamo tre passaggi essenziali: a) la “vera” storia di Chris McCandless; b) la ricostruzione effettuata da Krakauer; c) l’interpretazione di Sean Penn del libro di Krakauer; Qualunque cosa sia stata inventata o invece “persa” nel corso del lavoro dello scrittore e in quello del regista si deve prendere atto di una cosa: l’America in questi sedici anni ha sviluppato nei confronti di Chris McCandless un vero e proprio culto. Basta digitare su google immagini “Chris McCandless” per veder comparire una serie sterminata di foto, per lo più di persone andate in pelligrinaggio sul luogo in cui è stato trovato il corpo di Chris. Sui blog si leggono thread infiniti di ovazioni nei confronti del giovane americano. (Si veda per esempio qui http://www.ilcoso.org/?p=6 ) L’aspetto in qualche modo curioso di questo fenomeno è che, a fronte di una ricostruzione sempre più pignola della vicenda di Chris – di cui non si trascura più nulla, dalla ricerca maniacale dei luoghi che ha visitato nei suoi viaggi alle interviste ai suoi colleghi di campus – vengono tuttavia proposti argomenti estremamente generici sia sulla reale personalità di Chris, sia sulle possibili spiegazioni di un culto che sta assumendo dimensioni planetarie. Beninteso: sia il libro che il film sono sotto ogni profilo di grande qualità e possono essere senz’altro considerati, soprattutto in sinergia, all’origine del fenomeno di massa.

Ma né il libro né il fim si fanno carico fino in fondo del problema che pure intendono affrontare. Certamente scrittori e registi non sono tenuti a farlo e, nel gioco delle interpretazioni, ognuno si muove come ritiene opportuno. La mia impressione tuttavia, per quel che vale, è che questo dibattito decennale su McCandless sia per molti versi completamente fuori fuoco. Nel caso del romanzo dell’ottimo Jon Krakauer – che oltre ad essere un celebre scrittore è anche un valente alpinista – tutta la questione è spostata, da un lato, sulla passione americana per la frontiera e le terre selvagge, dall’altro, sulla questione delle reali capacità di McCandless di affrontare condizioni di sopravvivenza estremamente proibitive come quelle dell’Alaska. In buona sostanza Krakauer ha cercato di stabilire un nesso, una relazione, tra la passione diffusa per gli sport pericolosi o “estremi” e la vicenda di Chris. Nel farlo si è opposto fieramente a quanti hanno sostenuto che il ragazzo fosse uno sprovveduto. Secondo Krakauer il giovane McCandless era piuttosto sveglio e solo un episodio sfortunato ha determinato la tragedia. Lascia abbastanza perplessi che a distanza di sedici anni dalla pubblicazione della prima edizione del libro, e nonostante il progressivo dilagare del “culto” per McCandless, il dibattito sembri ancora inchiodato su queste problematiche. Così, un recente articolo di “Men’s Journal” sembra abbracciare l’ipotesi contraria a quella di Krakauer, secondo la quale il ragazzo è morto di inedia (e non per avvelenamento) a causa della sua ingenua presunzione di voler vivere da solo a ridosso dei ghiacciai del nord. http://mensjournal.com/feature/M162/M162_TheCultofChrisMcCandless.html Personalmente, sono dell’opinione che il culto per Chris McCandless vada letto come fenomeno spia di un malessere che sta assumendo dimensioni clamorose. Che il ragazzo fosse o meno un bravo boy scout mi sembra del tutto irrilevante. Analogamente, credo che discutere di Jack London e di Thoreau, del mito della frontiera in America e degli sport estremi è solo un sistema per aggirare i nodi più importanti che la vicenda solleva. In realtà il caso McCandeless ci permette di ragionare su delle nuove figure di vagabondo e di eremita, che hanno ben poco da spartire con lo stereotipo dell’homeless ultracinquantenne, semianalfabeta e alcolizzato. Figure che vanno dunque pensate con categorie del tutto diverse rispetto a quelle tradizionali che dietro ogni esodo o fuga individuale continuano a vedere motivazioni mistiche e/o disturbi psicologici. Un film che ha molti tratti in comune con “Into the Wild” di Sean Penn è, non a caso, “I cento chiodi” di Ermanno Olmi, uscito più o meno nello stesso periodo in cui il film di Penn usciva negli USA. Nel film del regista italiano, Ratz Degan interpreta un giovane professore di filosofia che, in modo del tutto analogo a Chris McCandless, abbandona l’automobile e brucia la carta di credito per andare vivere “into the wild” (sulle rive del Po). Come avremo modo di vedere anche la “morale” di Olmi è molto simile a quella di Penn. Fatte le necessarie distinzioni, un altro utile termine di confronto è anche Theodore John Kaczynski l’unabomber americano. Anche lui parte da un’esperienza nella ricerca universitaria (matematica) per poi trasformarsi in un eremita che vive con trecento dollari l’anno in una casetta di legno autocostruita su un albero. Ermanno Bencivenga, in un lavoro di qualche anno fa, ha fornito un elegante abstract del “manifesto” dell’unabomber: «Per recuperare l’autenticità dei bisogni umani, l’Unabomber riteneva necessario distruggere la tecnologia che ha reso superflua la nostra operosità e ci ha condannato a un’esistenza basata sull’inganno. Solo quando saremo nuovamente costretti ad affrontare le fiere a mani nude e a raccogliere giorno dopo giorno le provviste necessarie per sopravvivere ritorneremo a scoprire i nostri bisogni reali e a soddisfarli con attività di immediato, innegabile valore». Sebbene McCandless fosse un ragazzo del tutto pacifico e non teorizzasse vendette politiche contro chicchessia, probabilmente condivideva con l’unabomber la sostanza di queste posizioni (pur senza conoscerlo, ovviamente). Bencivenga notava giustamente come il riduzionismo dell’unabomber andasse incontro a dei cospicui paradossi. Distruggere la tecnologia per tornare ai bisogni fondamentali è un po’ come castrarsi per fare dispetto alla moglie. Ma dall’asserto generico secondo cui si deve tornare alla vita selvaggia si possono facilmente derivare alcuni importanti corollari. Per esempio, questo concetto rinvia ad un’idea di autonomia che è ben più potente e importante della passione per gli sport estremi o per i corsi di sopravvivenza (che potrebbero esserne solo un pallido riflesso). In altri termini, abbiamo a che fare con un bisogno radicale di autosufficienza. Si obietterà che l’autosufficienza, tradizionalmente, nelle società capitalistiche si conquista con il lavoro. Vero. Ma infatti niente esclude che sia proprio il venir meno del lavoro nel suo significato “antropologico” a scatenare questa ricerca di autonomia radicale. La condizione precaria, che colloca il lavoro nella sfera dell’aleatorio, privandolo di qualsiasi plausibile e credibile ruolo nella definizione “profonda” del sé, costituisce senz’altro uno dei fattori all’origine di queste frenesia di autosufficienza.

Sopravvivere per mesi nei ghiacci significa poter dire a se stessi: “sono un entità che può bastarsi”. Uno dei molti compagni di viaggio di Chris ha detto a Krakauer che Chris: «voleva dimostrare a se stesso che poteva farcela da solo, senza l’aiuto di nessuno.» Sarebbe così importante un simile concetto se non fossimo vittime di un perenne senso di inadeguatezza? E’ ben vero che anche Berlusconi sostiene che “s’è fatto da solo”, ma proprio per questo ci vuole un Chris McCandless per smentirlo. Insomma, il concetto capitalistico di autonomia viene estremizzato dai nuovi homeless fino a farne saltare le categorie portanti e la tenuta logica. Dall’altro lato, nel ritorno alla vita selvaggia c’è un tratto “utopistico” che andrebbe esaminato in tutte le sue articolazioni. In fondo la pretesa di tornare alle origini, nasconde l’idea di declinare l’umano in modo diverso da come si è concretamente evoluto. Si tratta, per certi versi, di una nuova teoria della “ricapitolazione” intesa in senso del tutto contrario rispetto a quello tradizionale.

Ai tempi di Cesare Lombroso la teoria della ricapitolazione sosteneva la tesi, palesemente assurda per gli studiosi contemporanei, secondo cui esistevano uomini rimasti a uno stadio primitivo, geneticamente non evoluti. Mentre i criminologi positivisti e razzisti contemporanei di Lombroso consideravano tale circostanza particolarmente disgraziata, Unabomber e altri sembrano oggi salutare con entusiasmo la stessa ipotesi dandogli una connotazione opposta: degenarata, nella loro prospettiva, è la civiltà contemporanea e il ritorno alle terre selvagge è il ritorno a una condizione di primitiva purezza. Una purezza da cui, si noti, potrebbe scaturire un’umanità diversa. Come interpretare diversamente il pensiero di Victor Rossellini, altro celebre eremita americano plurilaureato che visse per quindici anni in Alaska “into the wild” e che, secondo una sua intervistatrice:«si era convinto che gli uomini fossero regrediti in esseri progressivamente inferiori». Come nel caso del bisogno di autonomia, non si tratta di costruire un mito di queste rudimentali concettualizzazioni, piuttosto si tratta di riuscire a coglierne alcune importanti articolazioni.

E’ evidente che Rossellini era un razzista al contrario, ma è altrettanto evidente che l’ipotesi di una plasticità di homo sapiens sapiens, di una sua possibile ridefinizione, colloca Rossellini nella hall of fame degli utopisti, e riconduce il discorso ai temi del “freak”, dei mutanti e delle apocalissi culturali. Come mi riprometto di discutere in un prossimo post, Ivan Illich è sicuramente una delle chiavi di lettura privilegiate per interpretare le nuove culture homeless. Soprattutto nelle conclusioni: perché se il Ratz Degan di Olmi dirà che «tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico», Chris McCandless scriverà nei suoi ultimi giorni la frase di Tolstoj «la felicità è reale solo se condivisa». E’ la “convivialità” di Illich che illlumina le fughe individuali degli homeless di terza generazione. Ma questa è già politica.

abbracci Rattus

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4 risposte a “Into the Wild”.

  1. Ciao

    libro e film che -forse ricorderai/ete- già notai tempo fa come spunti assai interessanti per riflessioni in parte simili.

    Su un punto discordo con Rattus, però:

    > che il ragazzo fosse o meno un bravo boy scout
    > mi sembra del tutto irrilevante.

    Non si tratta qui di essere bravi boy scout o no, ma proprio di esserci [noi “uomini moderni”] alienati saperi utili alla sopravvivenza quali sono, ad esempio, il saper riconoscere il “buono da mangiare” o il tempo giusto per riattraversare il fiume e poter fare ritorno.

    La voglia di reimparare a piantarsi le proprie piantine che seguito a leggere in giro mi sembra dica: io voglio provare a colmarlo quel crepaccio, quell’abisso, voglio provare a ricongiungermi con l’altra sponda. McCandless, sciaguratamente, nel tentativo c’è finito dentro.

  2. In questo mi trovo daccordo, e in questa vicenda trovo anche quello che Renato Curcio descrive in “Reclusione volontaria” ed Sensibili alle foglie ovvero la voglia di ri/trovarsi, lo stato modificato di coscienza che alcuni “luoghi” permettono di trovare: la grotta, il deserto, la foresta.
    Quelle che descrivi sono rivolte esistenziali, quindi forma prepolitica, ma senza questa rivolta, questa presa di coscienza, i buoni propositi e le dichiarazioni di intenti restano parole.

  3. davvero belle parole.
    penso che lo rileggerò piu volte e cercherò di elaborare
    La risposta
    che sto cercando da un po’ di tempo.
    grazie

  4. concordo con Nicola.
    Anche perché (non ho letto il libro) ma vsito il film e a molti mesi di distanza con mia moglie ancora ne parliamo (più che altro lei sul cosa e io sul come).
    Si può tornare più avanti?

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