L’incontro delle donne


Avevamo detto del RADUNO DI DONNE PER IL SOLSTIZIO D’ESTATE sulla montagna tra Bologna e Pistoia, ospiti del territorio delle comunità del Popolo degli Elfi, oggi ci è arrivata la lettera di Clara con il racconto

Siamo pochi giorni prima del raduno. A Campo Mascherina lentamente si monta la cucina da campo e il grande gazebo. Lo fanno un paio di uomini e di ragazzi, vogliosi di dare un loro contributo, dietro le quinte, a questo incontro. Arrivano piano piano le prime donne che desiderano dare una mano con i preparativi. Tuttavia, il pomeriggio di giovedì, sembra ci sia ancora così tanto da fare. La spesa, il pane, i cartelli, gli striscioni… io stessa, che ho accolto l’invito a chiamare l’incontro, sono stanca e disorientata. So che tutto funzionerà, anche se Anna è a letto con la vertebra rotta, anche se vorrei sedermi sotto un albero e chiudere gli occhi, o addirittura andarmene via. C’è Delsa, arriva più tardi del previsto, ma c’è, che benedizione. E ci sono tutte quelle che verranno. Al solito, in comunità, i commenti ruotano attorno alla questione se sia giusto o meno escludere gli uomini. Addirittura gira la voce che questa volta possono partecipare. In un certo senso si vorrebbe fare un raduno di donne a cui possono venire tutti. Sarà mai possibile? Perchè sembra così strano, se ci vanno “solo” donne e bambini? Da dove arriva questo forte senso di esclusione e ingiustizia?

Sembra che i raduni di donne facciano paura. Alle stesse donne, che spesso non riescono a decidersi a venire, non senza il loro compagno.

Ma che cos’è un raduno di donne? Perchè lo si chiama? Cosa vi succede?

Non è facile rispondere. Ci sarebbero tanti di quegli aspetti da prendere in considerazione: la natura dell’essere umano, il femminile e il maschile, la sacralità della vita…..da dove cominciare?

Intanto si fa sera, prepariamo una cena. Passano e ripassano alcune donne della comunità. Questo succederà per tutto il raduno, passaggi e ripassaggi, magari fugaci ma sensati e profondi. Non porteranno scompiglio, per nulla. Passaggi graditi di abitant-esse del luogo che non possono, o non vogliono, concedersi tre intere giornate tra donne, però vogliono assaggiare, vogliono lasciare qualche traccia. Tre uomini e un gruppetto di “zittelle” hanno provveduto all’infornata, pane e dolci, e hanno portato in cucina il latte di Casa Sarti. È venerdì mattina. Arrivano alcune macchine. Donne che arrivano da lontano, anche da molto lontano e che vogliono proprio esserci, per tutto il raduno. L’accampamento comincia ad animarsi, con gioia. Passa il folletto delle verdure (semi-selvatico lui e semi-selvatiche loro), un altro uomo che desidera dare un segno di  approvazione e di sostegno. Tra l’accoglienza degli arrivi, il rispondere al telefonino (per fortuna, miracolosamente, c’era a Casa Sarti il cavetto adatto, oltre al pannello solare per ricaricarlo…) per rimettere sulla buona strada chi si è perduto, tutto mi sembra concitato e confuso… eppure a un certo punto è pronto un buon pranzo. Sotto il gazebo, in cerchio attorno al pentolone, cominciamo a sentirci un po’ più vicine.

La maggioranza, comunque, aspetta. Chissà cosa. Ricordo una ragazza che mi guardava interrogativa, seduta nella zona cucina, mentre passavo, e io a dirle: “Qui non si viene a consumare, si viene a creare. Ognuno dà il suo contributo e quello che succede dipende da quanto ognuno ci metto di suo… per creare ciò che gli interessa, che gli sta a cuore…”

Cosa mai vorrà dire raccontare un raduno di donne… in fin dei conti sembra che non succeda niente.

Eppure. È ineffabile, forse, ma forte.

No, non è solidarietà femminile “contro” (contro gli uomini, per esempio, di cui beffarsi alle spalle, confidandosi in intimità, come forse si sospetta o si teme); no, non è neppure quel chiacchiericcio appiccicoso, a cui spesso noi donne ci umiliamo nella vita “normale”.

Ci ritroviamo per costruire, mattone per mattone, cantando, ridendo e piangendo, quella solidarietà tra tutte le creature e tutti gli elementi, e i nostri compagni assieme ai nostri figli vengono prima di tutti. Nutrire, scaldare, armonizzare tutte le relazioni. Questo intento ci accomuna e ci unisce.

È ineffabile.

Non ricordo neppure tanto bene se c’è stato un cerchio, oppure no. Forse si. Sembrava davvero non succedesse niente. Ah, sì, c’era una donna “avanti con i lavori” (così qualcuno ha detto) che faceva i tarocchi. C’era la fila. Tutto stava trovando il suo ordine naturale e stavamo, con pazienza e fiducia, creando quello che ci interessava. Dal niente. Dallo stare sedute là, dal guardarsi l’un l’altra, dallo scoprire come funziona con l’acqua e dove si va a cagare. Allattando i nostri figli, osservando, sistemando, cantando. Respirando.

Sabato è il solstizio. No, il cerchio non si era fatto ieri, ma oggi mattina. Tutte ci presentiamo. Molte si sentono già a casa, sono arrivate. Alcune si danno le ultime aggiustatine. Si mette a fuoco cosa fare. Ah, un giovane prestante e attraente non ha fatto altro che sfilare sul rumosoro cingolato, il rimorchio carico di bambini vocianti, tutto il tempo, su e giù, quasi a sfidarci (o a ricompesarci, con la sua fresca bellezza e il suo sorriso sornione, di chi la sa lunga?). E poi partiamo, chi a preparare il pranzo, chi a sciogliere l’argilla, chi a creare uno spazio adatto al massaggio… Dopo mangiato, si comincia per davvero. Avremmo provato e riprovato la canzone che avevamo scelto, EIA, per saperla tutte bene. Ci saremmo massaggiate vicendevolmente con oli profumati. Cominciamo con le donne incinte e le puerpere, e il sole che si abbassa ci suggerisce che è bene fermarsi lì… Ci sarammo decorate l’un l’altra il corpo con l’argilla, e poi, tutte unite da un unico filo di lana, saremmo salite fino alla Cerchiaia, cantando, per festeggiare questo momento assieme a Anna, costretta a letto dalla vertebra rotta, per portarle i nostri doni e i nostri auspici carichi di emozione e sorellanza.

Il solstizio d’estate cos’è? È una promessa di raccolto…

Immagina, alla luce magica del tardo pomeriggio, emergere dal bosco una catena di donne nude o seminude, tribalmente agghindate, unite da un filo, da un canto e da tante, tante emozioni – gioia e tristezza, allegria e disperazione, euforia e angoscia, fiducia e paura. Portiamo tutto questo assieme, condito di mistero. Esplodiamo in un vulcano di fremiti e lacrime, e qualche risata. Una a una, entriamo da dietro nella stanza di Anna, dopo aver circondato tutta la casa e lasciato cadere il filo, memoria della nostra benedizione. Una a una, deponiamo vicino a lei un piccolo dono raccolto ora nel bosco. Anna è tutte noi, ognuna di noi è lei, che rinasce, che guarisce, che ama. Anna è la sorella che teniamo nel cuore, è tutte e nessuna, è ognuna, la sorella non ha volto e ha tutti i volti. Siamo un’unica sorella.

E poi il grande fuoco, la pipa sacra portata da Guenda da tanto lontano, dal Messico, che ci siamo condivise in quell’atmosfera di silenzio e riverenza, accompagnato da un sublime, leggero, sussurro di tamburelli. La voce cerimoniale che arrivava nitida e turgida come portata da chissà dove.

Non c’è neppure fame. C’è così tanto nutrimento, nell’aria, nell’acqua, nei cuori, dappertutto. Cibo cosmico.

Non si può mica dire tanto bene.

È così ineffabile.

Ma cos’è un raduno do donne? Perchè si fa? Cos’è che si vuol capire o si vuole esplorare?

Il giorno dopo, tutto è intonato e sincrono. Si apre con un cerchio ruggente sulla nascita. Già, era un raduno di custodi della nascita. La nascita di chi? La nascita di cosa? Un cerchio di amazzoni che aprono i loro cuori e raccontano le loro esperienze. Che vibrano. Totale empatia di lacrime e risate. Siamo un unico essere vivente e ci sentiamo. Ci sentiamo!!!!!

Siamo potenti, siamo selvatiche.

Già le prime tende di afflosciano, già le prime macchine se ne vanno. Tutto cambia e si trasforma, come sempre, come mai più sarà.

Il compromesso rispetto alla prospettiva di aprire le porte a “tutti”, leggi agli uomini, durante tutto il raduno, è di aprirle questa sera, concludendo riuniti in una festa. Non tutte sono entusiaste di questo, anzi, Delsa è proprio furibonda (e anch’io non so bene che farmene, di questa realtà che io stessa ho proposto, in un tentativo di diplomazia…).

Prima, noi donne ancora “insieme”, facciamo un cerchio cantato, e lo srotoliamo lungo tutto il prato, poi lo richiudiamo, strette strette, cantando in modo struggente, come se non volessimo lasciar andare via quell’incantesimo. Una sorella scoppia in lacrime e esce dal cerchio, il suo bambino piccolo in braccio. Inesorabili, alcune braccia la ripescano e la rimettono dentro, proprio dentro in mezzo al cerchio. Ci stringiamo forte forte attorno a lei, cantando sempre più forte e….alla fine la solleviamo e la gettiamo per aria, la riprendiamo, la rilanciamo in alto. Le lacrime si mescolano al giubilo, alla risata di liberazione. Si, si, lasciamo andare tutto, lasciamoci andare, lasciamoci amare e perchè, no anche, portare. Un’altra sorella scoppia in lacrime e confessa: anch’io voglio! Bene, benissimo, cariche di forza e energia solleviamo anche lei, anche lei con un bambino meravigliato e esultante che rimbalza e volteggia sopra di lei.

È un anno e mezzo che vedo come tirare avanti, con questo bambino, e continuare a fare quello che sento giusto di fare, da sola contro tutti. Laggiù a lottare contro i mulini a vento, quando mi bastava venire qui con voi, sorelle! Voi, che tutte fate come me: allattate (ovvero avete *sempre* la tetta di fuori), portate i vostri bambini al collo (o meglio vicini al cuore), si addormentano al caldo del vostro corpo. Li lasciate scorazzare in giro, li lasciate sporcarsi le mani e il viso, li lasciate con il culo all’aria. Proprio come faccio io. Così facile! – ha detto una sorella.

Infine si accende il fuoco per la festa di “riappacificazione”. Siamo in pochi e siamo quieti, è una festa intima, raccolta, calda e rassicurante.

No, il lupo mannaro non c’è… non ricordo bene tutti gli uomini che c’erano, scusate, ma il lupo mannaro di sicuro non c’era.

Tutto il tempo, un bel sottofondo gioioso di bambini.

Forse ho parlato troppo di mamme. Scusate, sono mamma 🙂 Non pensate che le non-mamme, le “zittelle”, le giovani non abbiano avuto il loro ruolo e il loro posto. Ah, come si farebbe, se non ci fossero anche loro, che possono fare tutto quello che a volte una mamma non riesce a fare perchè ha una mano o una tetta occupata?

Come farebbe il mondo a trovare un equilibrio?

E poi, lo sguardo “diverso” sulla vita e sulla cose, che si può avere solo quando non si hanno ancora figli, ma non per questo non si afferra il senso della vita e non si onora madre terra.. quello sguardo è un grande arricchimento, è una fonte fresca che sgorga fragorosa…..

C’era solo una nonna. E che nonna! Venuta ad accompagnare la figlia, venuta da lontano, dalla città, con una creatura piccola, che non se la sentiva da sola. Lei ha alimentato il fuoco la sera del solstizio, durante la cerimonia della pipa. Con che perizia, presenza e attenzione. Avevamo delle braci straordinarie.

Non so se si possa davvero capire. Un raduno di donne non si può dire, si può solo fare. E per farlo… bisogna esser donna 😉

Sono ripartira con il cuore svuotato di lacrime e turgido d’amore. Amore per tutto, anche per la mia famiglia, i figli e il compagno. Da tanto non sentivo un desiderio così viscerale e appassionato di essergli vicina e di aprirmi a lui, incondizionatamente.  Più bella, più viva. Palpitante di vita.

A pensarci bene, eravamo tutte più belle e più vive.

Il giorno dopo, tutto si disfa e si ripone. L’aria vibra di presenze.

Si va a Gran Burrone per i fuochi di S. Giovanni. Vado con mani di donna a modellare e a cuocere un biscotto della dea per Selina, in omaggio alla vita. Selina che pochi giorni prima ha partorito. Dormo nella stanza in cui, tanti anni fa, è nato il prestante giovane che è sfilato sul cingolato. Che onore!

Tornando in Francia, da amici in Valchiusella, incontro una donna tedesca che era venuta al raduno di donne, di tre anni fa, sempre a Campo Mascherina. Mi ha detto, “quel raduno mi ha dato forza per un anno intero!” E quella donna, già prima, aveva partorito come una dea! A un rainbow!

Già, le custodi delle nascita…dal parto selvaggio rinascono le donne selvatiche…no, non tremate, le streghe non sono tornate:

Siamo noi, le figlie, le sorelle, le nipoti, le compagne, le madri, le comari, le nonne, le mestruate, le gravide, le dee che partoriscono, le puerpere, le nutrici, le vecchie sagge. Siamo noi, le nuove guaritrici che riportano alla luce la forza della vita – siamo noi, pazze di vita!

Allora, avete capito perchè un raduno di donne?

.. io provo gioia per le semplici cose

che vengono dalla terra

io provo gioia per il sole che splende

e per l’acqua che scorre

ascolta il vento ascolta l’acqua

ascolta cosa cantano:

cantano eia eia eia eia eia eia eia oh…

cantano eia eia eia eia eia eia oh…

no, non ti scordar

non ti scordar mai di ringraziare

ringraziare, cantare, danzare, amare

cantando eia eia eia eia eia eia eia oh….

cantando……….

Clara Scopetta

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Una risposta a “L’incontro delle donne

  1. Leggo e ringrazio. Sono stata a Gran Burrone molti anni fa, circa nel 1990-91, e ne conservo ricordi vivissimi. Trovare queste notizie e le vostre voci è importante, bello, rasserenante.
    Sento che in qualche modo si è riallacciato qualcosa, che non avevo dimenticato.

    Un saluto di cuore

    Beatrice

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