Beni comuni


Ricevo da Mario Cecchi, voce narrante del Popolo Elfico, questa lettera e invito a ricercare la definizione giuridica di Uso Civico a pensarla come “bene comune” e ha dare vita a forme solidali di difesa e recupero degli USI CIVICI

Ritorno ai beni comuni: l’uso civico della terra.

“a proposito della legge sugli usi civici”.
di Mario Cecchi
Nel marasma della politica che ha inquinato e sta inquinando gli usi civici, è bene che anche gli utenti, “il popolo minuto”, faccia sentire la propria voce.
Non è con i cavilli o con le questioni di principio che si risolvono i problemi connessi agli usi civici, al diritto, all’ambiente, non è con le prese di posizioni plateali o con i paroloni che si sciolgono i nodi dell’interpretazione delle leggi. E’ fin troppo ovvio che è una materia scottante e pregna di attualità e di importanza per cui viene sempre dibattuta, sulla quale ci si dà un gran da fare per nasconderne la rilevanza e gli abusi che sono stati commessi ma, signori, che della politica ne avete fatto un mestiere, gli usi civici non vi permetteremo di usurparli ulteriormente poichè adesso c’è la consapevolezza di un popolo che ritorna, dopo un periodo di vacanza, ai propri averi, per custodirli e preservarli per le generazioni future.
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Essi sono un bene imprescrittibile ed inalienabile, che appartiene ,da che memoria riconosce, alla comunità locale e nessuno ha il diritto di interferire se non il commissario ad acta in caso di contenzioso, ma al quale si rivolge qualche “cives” che si ritiene leso nel suo diritto.
La comunità locale stabilisce le proprie regole con una modalità partecipata, aperta a tutti i membri di quella comunità ove “ il diritto di ognuno è pari al diritto di tutti i partecipanti, tutti hanno il massimo del potere su tutto, ma non vi è da parte di nessuno il potere di alienarli ”. Che le Regioni non rispettino gli usi civici è un chiaro abuso di potere,che li abbiano accorpati ai beni dei comuni non con l’intento di custodirli bensì magari di venderli, è una chiara sopraffazione, ma ancor’oggi è possibile intraprendere la strada del reintegro facendo causa dal commissario ad acta….Certo ci vorrebbe un’indagine storico-amministrativa per vedere ove c’erano tali diritti, poi ci vorrebbe ovviamente il popolo, la comunità locale che ne fa uso, ma anche laddove non c’è, nessuno ha il diritto di usurparli, perché esistono per legge e per legge i locali o i loro eredi che godevano di tale diritto possono sempre ritornare. E’ chiaro che lo Stato, le Regioni ed i Comuni non hanno interesse a riconoscerli perché non è loro proprietà e lì non possono fare nulla, nè strade,nè villaggi, nè piste da sci, nè altre speculazioni, ma non vi è un modo moderno di utilizzarli, se non un attività agro-silvo-partorale perché a tale scopo erano stati concepiti e tutt’oggi vale quel vincolo; cambiarne la destinazione di uso è un puro abuso.
D’altronde, quale migliore utilizzo per la terra, visto che l’agricoltura industriale è fonte di avvelenamento da pesticidi e concimi chimici, l’urbanizzazione è arrivata ovunque e poco resta di ambiente naturale, le foreste che sono il polmone della terra, vengono tagliate ogni giorno per la cupidigia umana? Compito della comunità locale è quello di usare quei terreni, quel territorio, ma anche di preservarlo integro per le generazioni future poiché il vincolo è finalizzato alla loro trasmissione. Ma poco resta nella mentalità comune della concezione del patrimonio collettivo poiché da tempo è in voga la mentalità dell’accaparramento, della speculazione individuale ed ognuno pensa a sè, al proprio tornaconto. Mentre gli usi civici erano e sono un chiaro esempio di gestione collettiva ove l’utilizzo del bene era ed è discusso, deciso in una assemblea con la partecipazione di tutta la comunità beneficiaria che ne stabiliva-stabilisce l’utilizzo a rotazione o di insieme unendo il bestiame durante i mesi estivi, per poi ridividerlo durante l’inverno che va accudito nella stalla, con un maggior utile per chi gli stava dietro durante il periodo della transumanza. Oggi è quasi impensabile che si abbia una tale fiducia del vicino da potergli lasciare in gestione qualcosa, anche perché manca il popolo contadino, ma vediamo quali sono le conseguenze dell’abbandono del territorio, della mancata regimentazione delle acque, della mancata cura del bosco, delle fonti, dei sentieri etc. etc.! Le comunità montane ed i comuni che hanno la funzione di gestirlo per conto della regione hanno funzionato finchè c’era ciccia da mangiare, hanno pulito fasce di territorio e sentieri dove c’era un interesse per il turismo, hanno rimpiantato alberi ma con un enorme dispendio del denaro pubblico o coi finanziamenti della CEE.
Il popolo minuto o i nuovi agricoltori che ritornano alla terra anche con la poca esperienza che hanno, vanno aiutati e, col tempo, imparano l’arte di osservare e “leggere” il territorio in funzione della loro stessa sopravvivenza, altrimenti se ne ritorneranno a valle a fare gli operai dipendenti.
Non è facile fare i contadini ma, di fronte alla crisi dei valori, energetica, ambientale e in tutti i campi della vita sociale dove alberga l’insoddisfazione, l’alienazione, la solitudine, il degrado, l’individualismo esasperato, la povertà; ritornare alla terra è la soluzione più consona ed ecologicamente sostenibile per i nostri tempi. Ritornarci potendo utilizzare le terre civiche e demaniali è un passo alla portata di tutti, poiché il bene primario, che altrimenti costa un’enorme investimento per comprarlo, già c’è, è disponibile, basta tornare residenti, insediarvici e essere disposti a condividerlo con la comunità locale, ossia stabilire delle regole partecipate. In Italia sono dai 3 ai 6 milioni di ettari, manca una loro mappatura, poiché le indagini storico-amministrative sono una cosa lunga ed i comuni hanno preferito trascurarle e dimenticarsene piuttosto che tenerle in vita e valorizzarle. Ma è ora che questa conoscenza divenga patrimonio comune, gli amministratori e i politici si devono prendere la loro responsabilità, gli usi civici devono ritornare a vivere come esempio di gestione collettiva del bene comune che è l’unica soluzione perché vi sia un futuro dell’umanità (l’accaparramento delle terre e la proprietà privata, abbiamo visto cosa ha prodotto). Quindi una legge per il riordino degli usi civici, dovrebbe prevedere l’oppurtunità per l’insediamento di nuovi soggetti che siano disposti a prenderne tutela nello spirito fino ad ora esposto tenendo conto che: sono beni ove il diritto di ognuno è uguale al diritto di tutti, sono inalienabili, imprescrittibili, vanno stabilite delle regole partecipate in autonomia organizzativa e di gestione del territorio rispettando il vincolo agro-silvo-pastorale (e il vincolo idrogeologico della legge nr. 3267 del 30/12/1923). La nuova legge non può far altro che prendere atto di ciò ed anzi direi che dovrebbe sbloccare il meccanismo per cui non è possibile farne altri poichè dovrebbe esserci la libertà del proprietario di un bene immobile di lasciarlo in uso come proprietà collettiva alla generazioni future, in deroga alla legge Serpieri del 1827 che ne ha impedito la rifondazione.
Il popolo Elfico l’ha chiesto espressamente nel proprio statuto fin dal 1987 all’atto della fondazione e siamo tuttora in attesa. Questo per noi significa essere comunisti, l’altro comunismo, quello di facciata, non ci interessa.

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