Buon cammino


Sono stato a Milano alla fiera degli “oh bej oh bej” con il piccolo banchetto dei nostri lavori di artigianato artistico in cuoio ispirato alle forme e ai colori del bosco, come ogni anno è stata una specie di avventura sia per la fatica, veramente tanta, che per il calderone di incontri, contaminazioni e riflessioni che si sono susseguiti nei giorni della fiera e anche dopo. I due giorni precedenti sono stati una specie di prova di iniziazione come sempre: delimitare il posto … presidiarlo … conoscere i “vicini” arginando i naturali allargamenti che tentano di fare … sono stato fortunato dentro ad un equivoco: il posto che una presunta organizzazione mi aveva assegnato era stato in seguito occupato proprio da un gruppo di Elfi di Gran Burrone .. risolto l’equivoco mi sono spostato a lato vista la loro esigenza … poi un gruppo di senegalesi ci ha detto: noi siamo elfi … una delle migliori battute di questo anno avaro di allegria!!

Banco Selvatico

(il nostro banco questa estate)

La tensione si è squagliata nella notte di mercoledì: dopo aver montato il banco, quella specie di lotta per la sopravvivenza finisce e si torna ad essere tutti “fratelli e sorelle”. Alle nostre spalle, nella piazzetta laterale all’Acquario si è formata una enclave di tipo alternativo: banchetti stralunati, cucine improbabili, musiche modello trapano battente, orde di cani sfrontati e curiosi. Poi ecco le migliaia di persone attraversare lo spettacolo, guardando con occhio spento le cianfrusaglie, le finte sculture, le tristi bigiotterie ma anche la timida meraviglianza dei piccoli artigiani creativi, l’ineffabile bellezza degli oggetti creati dalla fantasia e dall’abilità manuale. Quattro lunghissimi giorni trascorsi in un carnaio indicibile, vera e propria fiera del consumo inconsapevole: cibo spazzatura cucinato in tutte le salse e postazioni, ettolitri di vino-feccia riscaldato, Everest di posate e bicchieri di plastica abbandonati in modo interclassista da alternativi e conservatori, fegati triturati, cervelli spappolati, orecchie e nasi traforati. Ma come sempre ci sono anche incontri che da soli valgono questa vera e propria odissea: giovani migranti africani che appena tenti di piegare un telone o spostare il banco ti aiutano in sorridente silenzio, elfici abitanti della valle dei burroni che trasformano un giorno di lavoro in un tempo lungo della festa, timidi e riservati raccoglitori di erbe officinali che conservano negli occhi i colori e i profumi delle montagne pistoiesi. Sono fuggito da Milano domenica sera, le attrezzature le avrebbe portate un furgone amico nei giorni seguenti, ho preferito partire subito e trascorrere una notte gelida in stazione che prolungare la permanenza a Milano. In una micidiale nottata genovese, fermata intermedia per tornare a casa, ho pisolato nella stazione ferroviaria e nella panca vicina una coppia attempata tentava qualche ora di riposo: lui aveva i miei anni, lei di origine africana si svegliava piangendo per il freddo. Questo uomo gentile si è tolto il giaccone, ha coperto la sua compagna e ha continuato a camminare, per vincere il freddo, fino ai chiarori dell’alba.

Se da qualche parte dell’universo una dea burlona e magnanima ci guarda forse nelle vite a venire avremo stazioni riscaldate e confortevoli dove poliziotti gentili rimboccheranno le coperte ai viaggiatori senza meta, i venditori di finte statuette staranno davanti alle case del villaggio scolpendo monumentali branchi di animali selvaggi mentre arroganti occidentali tenteranno di vendere loro improbabili copie del Colosseo, e tutte le anime leggere che si prendono cura delle montagne, dei boschi, delle acque di questo disgraziato pianeta e degli esseri che le abitano, verranno guardati e considerati con rispetto e gratitudine.

Dopo avere trascorso una trentina di ore senza dormire, sceso dalla corriera mi sono incamminato verso casa, quel kilometro e mezzo tra gli ultimi colori del bosco è stato come attraversare un confine sempre più netto e invalicabile, poi appena arrivato ho acceso la stufa, ho raccolto qualche verdura, ho scaldato l’acqua per lavarmi e prima di dormire sono rimasto sulla porta ad ascoltare il battito della vita che pervade questi boschi.

Sembra incredibile ma da questi monti è sempre più faticoso scendere che risalire.

Buon cammino, Renato

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