Di mattina, nel fienile


E’ sempre una gioia leggere i racconti di Etain su Lato Selvatico, agli occasionali lettori consigliamo il bellissimo “Una Gioia Silenziosa” ed. Ellin Selae.

Di mattina, nel fienile di Etain Addev

Stavo trascinando dal fondo del fienile delle balle di paglia per la pacciamatura dell’orto estivo. Erano le sette di mattina, già cominciava a far caldo e alcune delle vecchie balle si disfavano appena vi mettevo sopra la mano: respiravo più polvere che aria. Mi stavo arrampicando per l’ultima volta su per la montagna di fieno quando tutto ad un tratto mi accasciai sul fieno dovevo fare una pausa!

Il sole appena sorto sulla collina illuminava il fienile. I raggi erano pieni di vortici di pulviscolo dorato e improvvisamente mi venne un momento di felicità irrazionale, di quèlla felicità che non ha motivo se non il semplice fatto di essere viva in questo luogo, in questo momento, il fienile stesso, fatto com’è di vecchie travi; di canne prese dai campi di Antonio, di ondulato e di sassi recuperati dopo il terremoto, mi dava una sensazione di piacere fisica per le materie semplici e per la frescura che offriva al mio polveroso lavoro. L’odore del fieno appena fatto era dolce e le pecore, che mangiavano sotto l’ombra de aceri godendosi il fresco della mattina, sembravano condividere il momento.

Quella montagna di fieno verde, sulla quale ero seduta, era in se stessa un monumento al lavoro degli uomini di casa mia che, la settimana prima l’aveva caricata, carreggiata e scaricata. Solo chi l’ha fatto sa quale lavoro caldo e spinoso è quello del fieno e quale sollievo si sente quando è tutto stipato sotto un tetto al riparo dai temporali. Insieme ad altri momenti dell’anno agricolo, come quando si riempiono le botti del vino, quando si ripongono a casa le damigiane d’olio o quando si versano in magazzino il grano e l’orzo, l’arrivo del fieno placa un’antica paura dell’inverno.

Quando abitavo a Romi negli anni settanta mi consideravo una femminista e mai avrei ammesso la divisione dei moli, ma la vita di campagna ha addolcito le mie opinioni, ho visto che ci sono lavori che vengono fatti con più abilità dalle donne e altri dagli uomini Questo lavoro della pacciamatura, per esempio, è un lunga opera di pazienza e cura e spesso le amiche di passaggio mi hanno aiutato a farlo, mostrando quello che lo scrittore intese del mondo rurale Thomas Hanly chiamò “quell’empatia per le piante che hanno le donne” (e certo ce l’abbiamo, sono millenni che raccogliamo le piante!). Invece gli uomini hanno spesso guardato quel lavoro con un moto d’impazienza: preferiscono i lavori che si fanno con gli strumenti piuttosto che con le mani.

Seduta su quel fieno verde, tonnellate di cibo invernale per cavalli, asini e pecore, sentii una profonda gratitudine per i muscoli maschili e non solo per i muscoli, ma per quella loro energia solare, quella prontezza nell’azione, quell’abbraccio deciso quando un lavoro quasi sovrumano da fare. La poetessa Kate Barnes, in The Lion, parlando di una giovane donna al suo primo incontro amoroso, dice: “…come avrebbe mai potuto indovinare che questo mondo d’argilla contenesse l’oro, il fuoco, l’animale fiammeggiante e stellato?”

In molte culture tradizionali erano proprio i lavori che definivano la femminilità o la mascolinità. Per i nativi del pueblo di Zuni nel New Mexico la differenziazione dei sessi deriva proprio dalla divisione del lavoro: nel momento della pubertà, può capitare che un ragazzo scelga di “cambiare sesso”, culturalmente parlando, e questo perché preferisce i lavori da donna. In questo senso, la divisione dei ruoli non è una condanna ad accollassi un genere, ma sempre una scelta.

Mi ricordo la prima volta che una mia gallina si mise a covare e il mio amico pastore, Luigi, mi fece notare che la dovevo spostare, metterla in un posto più tranquillo. “Ma quella mi pizzicai” dissi io, che non avevo dimestichezza ancora con le faccende della cova. E lui ripose:”ma che donna sei?” Questo apprezzamento mi colpì nell’orgoglio: mai nessuno aveva messo in dubbio la mia femminilità per una questione del genere! Ma qui in campagna sono le donne che si occupano delle galline, gli uomini che si occupano dei maiali…

Ora vedo questa primaria divisione dei lavori, che per anni mi sembrò solo una potenziale fonte di oppressione, come inizio della comunione e quindi di comunità fra le persone: è una dipendenza reciproca, questi lavori sono dei regali che ci offriamo a vicenda, un modo per esprimere cura e amore. E molto più facile per il nostro sguardo cogliere questa reciprocità quando si fa una vita ricca di lavori manuali. Non è impossibile per me potare la vigna, ma certo che a tagliare i getti legnosi e grossi aiuta molto avere una mano più grande. Martino potrebbe benissimo fare le fascine,ma non ha il fondo per le molte ore di un lavoro che sembra prima vista noioso e lento. Quando guardo la vigna potata e legata è per me come una cena a lume di candela: anche se non viene detto a parole il messaggio è: “Questo l’ho fatto per te” ed è la stessa cosa con la grande catasta di fascine che ci permettono di cucinare tutto l’anno senza ricorrere al gas russo.

Poi la rete si allarga perché non è solo il legame fra la donna e l’uomo che viene rafforzato dai lavori manuali offerti l’un l’altro, ma anche i legami con gli altri. Lo spirito ha grande bisogno del mondo fisico: non è solo l’inverso. Platone disse: “il mondo è un Dio benedetto”. Allontanandoci dai lavori fisici siamo allontanati da quel Dio, impoverendo e sgretolando i nostri legami intimi.

Da questa reciprocità fisica nasce anche una reciprocità di spirito fra gli esseri umani di un luogo specifico, ma anche fra noi e i nostri parenti non Umani. Sono cose che mai mi sarei immaginata di vivete qui.

“Ho fatto un sogno stranissimo stanotte: mi sono venuti a dire che era arrivato per me un regalo, una gorilla enorme. Io dovevo andare a ritirare, ma mi hanno avvertita di andare con cautela perché questa gorilla mi aspettava vicino ad una fabbrica di veleni!” Così mi raccontò la mia amica Paola, una mattina di qualche anno fa mentre prendevamo il caffè all’alba prima di governare gli animali. “Allora ora ti racconto il mio , di sogno” risposi con meraviglia “Ero di nuovo a Roma, quando nella mia piccolissima piazzetta dietro il Quirinale arrivò un Tir manovrando in quello spazio triangolare strettissimo. Dal camion scese un uomo e mi urlò: “”Signorina, venga qui c’è un onagutan per lei”. Ero, felicìssima, anche se non sapevo bene come farlo uscire dal pacco!

Ci siamo guardate stupite e poi abbiamo cercato di interpretare questo sogno comune. Ma l’origine è stata chiara solo qualche ora più tardi, quando Paola dovette correre dal vicino e cercarmi per telefòno per tutta Gubbio, trovandomi finalmente al bar. “Etain, vieni di corsa a casa: sono sola qui e hanno sciamato le api! lo non so prenderle!”

Tornai e trovai lo sciame ronzante di api attaccato ad un ramo basso di una quercia. Già durante la notte le api sicuramente si stavano preparando a partire e questa loro intenzione collettiva era arrivata nei nostri sogni umani. Effettivamente uno sciame è un regalo, ma per Paola, che aveva paura delle api, era un regalo un po’ pericoloso e difatti in un certo senso un alveare è anche fabbrica di veleni”. Quell’orangutan rossiccio e peloso rappresentava molto bene l’animale collettivo che è lo sciame e credo che noi avessimo percepito “la decisione” delle api di muoversi come una qualità quasi umana, e da qui l’immagine di una grande scimmia.Mi impressionò fortemente questo legame notturno con la vita degli insetti: è stata una delle mie prime esperienze di quel luogo dove “le parti del mondo sognano insieme”.

Quest’anno, il giorno prima di Pasqua, è stato l’amico Jesse a raccontarmi il suo sogno. “Oh, mi sento stanco stamattina! Nel mio sogno sono stato tutta la notte a date al bianco alle pareti della stalla degli asini con Sara Bianchi! E gli asini erano lì sull’uscio a guardarmi scoccati come per dire: “Quand’è che possiamo entrate?”

Meditavo ancora sul suo sogno mentre facevo il tè quando è ricomparso Jesse urlando: “E nato l’asinello! Ho aperto la porta della stalla ed è uscito già bello e in piedi! Ha un ciuffo bianco sulla fronte!” Ci precipitammo tutti a vedere il nuovo arrivato. Era una bellissima femmina. “Sono nati tanti asinelli negli anni ma mai nessuno con un ciuffo bianco come questa!” disse Martino, mantre Jesse gli raccontava il suo sogno. L’asinella l’abbiamo chiamata Bianca e forse per Jesse quel sentirsi incluso nella vita intima degli “altri parenti” è un’esperienza nuova. Siamo abituati a pensare che i sogni sono “irreali” ma invece sono lo specchio più fedele delle verità più nascoste.

I legami della comunità vengono dalla reciprocità, difatti la parola comunità, come spiega Maurizio Pallante nel suo libro La Decnscita Felice deriva dalle parole latine” cum, con e munus”, dono: la comunità è quel gruppo di persone che condividono doni. Rosa ci presta il trattore e noi gli ripariamo la pompa, Ivo mi regala la stufa vecchia, noi gli portiamo il formaggio, mando su della crusca a Serenella e lei mi dà la polenta scaduta per le galline. Qualche volta i doni sono invece cose intangibili ma importanti: sono storie, racconti, sogni:

Jesse venne di prima mattina a raccontarmi un altro suo sogno. “Ho visto Luigi questa notte! Veniva su a piedi e ho fatto la strada con lui su per la collina e parlavamo tranquillamente”. Luigi ha vissuto molti anni nella valle, abbiamo un figlio insieme, che aveva solo tre anni quando il padre è morto. Era un grande insegnante di cose della campagna e ogni tanto, ad intervalli di anni, lo sogno anch’io. Molti amici di passaggio l’hanno conosciuto negli anni, ma è morto da più di venti anni e Jesse è arrivato qui solo due anni fa.

“Di cosa parlavate” chiesi. “Questo non me lo ricordo”, rispose Jesse, “Mi è rimasta solo l’impressione che lui stesse molto bene e di essere a mio agio con lui. Andavamo su verso la casa di Rosa. Mi è sembrato un privilegio incontrarlo”. La mattina del primo maggio nella nostra valle si fa ogni anno “la Festa della Croce”: due o tre famiglie organizzano la festa e ogni abitante dà un contributo in soldi o di cibo, si ammazza un maiale e un daino. C’è una messa sulla collina dove anni fa è stata eretta una croce di legno che avrebbe la virtù di evitarci la grandine e dopo la messa, si mangia e si sta insieme. Molte persone vengono solo per il pranzo perché i vecchi contadini cattolici sono ormai la minoranza ma i vado alla messa perché si stà all’aria aperta e anche perché so che alla vecchia Rosa fa piacere andarci, e da quando è morto Antonio non riesce ad andare su da sola. Prendiamo il caffè nella sua cucina spoglia e confortante e poi piano piano la convinco a vestirsi “per la messa” e saliamo a piedi fra gli ulivi verso la casa della Rita.

“Stanotte mi sono sognta il povero Luigi! Non l’hai mai sognato in tutti questi anni”. Disse la Rosa E già che la Rosa è una famosa sognatrice. “Sembrava più giovane ed era tutto messo bene, con l’orologio d’oro e bei vestiti. E’ venuto su per la strada e mi ha chiamato e io sono scesa e abbiamo fatto questa strada insieme. Io gli chiedevo come stava e hai diceva che stava proprio bene”

Durante la messa ho pensato a questa tranquilla passeggiata di Luigi per la valle, entrando nei sogni dei miei vicini e non mi sono meravigliata che non avesse parlato con me: ero troppo presa in quei giorni dai lavori e dagli ospiti per avere il cuore ricettivo per una visita di questo genere. E improvvisamente mi è stato chiaro quale grande importanza hanno i rapporti con tutti quelli che dividono con noi un luogo e una storia: se io non avessi un rapporto sia con Rosa, che con Jesse di quelli in cui si raccontano anche i sogni, Luigi sarebbe passato di qui e io non avrei saputo niente. Quella notte era il trenta aprile, che per i Celti era la vigilia della grande festa primaverile di Beltane, festa di fuoco e fertilità. Sia Beltane che Sahmain, la festa dei Morti, erano considerate le uniche due notti in cui le porte dei due mondi sono aperte e i morti e i vivi si possono parlare.

I lavori reciproci, i regali e le storie scambiati, la convivenza con le persone e gli animali del posto è la faccia esterna del sogno della terra. Il sogno che sogniamo assieme è l’anima del posto fisico che condividiamo, l’interiorità della vita quotidiana.

“Anche il mondo infatti può essere detto un mito, poiché in esso corpi e oggetti si manifestano, mentre le anime e le intelligenze si nascondono”, così disse Salustio, diciassette secoli fa in un tentativo di spiegare il carattere divino dei miti e questa sua visione del mondo ricorda la “valle magica” del nativo americano John Trudell: entrambi padano dell’invisibile dietro le nostre singole vita quotidiane: L’intreccio di vite che si intravede nei sogni va esplicato, credo, nella nostra vita: il mondo va avanti perché facciamo parte della catena alimentare e se a livello umano non ritroviamo il personale rapporto fisico e rispettoso con piante, animale e altri umani, credo che soffriamo di un distacco dalla realtà.

Tratto da Lato Selvatico N. 31, Equinozio d’Autunno 2007

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