E restano in città…


In questi anni abbiamo incontrato e conosciuto molte persone che erano in cerca di un “posto” dove stabilirsi, una casa in campagna o montagna dove iniziare l’avventura di una vita differente…non sono molti quelle/i che in seguito sono riuscite a rendere realtà questo sogno o bisogno. Ci siamo sempre chiesti il perché…

Parte delle risposte le abbiamo trovate sulla rivista Ellin Selae, edita da Franco del Moro che ci ha dato il consenso alla pubblicazione:

Perché tutti dicono di amare la natura ma continuano a vivere in città

Ovvero: i perché e i percome di chi ha scelto di cambiare vita, o sta per farlo, o dopo averlo fatto ci ha ripensato.

di FRANCO DEL MORO

Nella nostra epoca, il semplice esempio di anticonformismo, il mero rifiuto di piegarsi alla consuetudine, è di per se stesso un servigio all’umanità.

JOHN STUART MILL

Una questione di ascolto

Una cosa che ho capito, col tempo, è che le intuizioni profonde ce le hanno tutti, solo che alcuni non le ascoltano. Forse perché temono un coinvolgimento eccessivo, o forse perché sono spaventati dai cambiamenti che una presa di coscienza comporta. Non so. Ad ogni buon conto, credo che la differenza fra chi subisce la vita e chi invece la crea è essenzialmente una questione di ascolto profondo. E l’ascolto profondo porta al risveglio di quella parte di noi che siccome non ha corpo, il corpo lo usa. Tutto il resto va di conseguenza. Io sono nato e ho vissuto in città sino all’età di trent’anni, ma la città non l’ho mai amata veramente, né da bambino né da adulto. Dapprima per la mancanza di spazi verdi, di cielo, di animali, di terra.., insomma di natura. E poi, una volta cresciuto, per l’assurdo ritmo di vita che la città impone ai suoi abitanti.

Mi sono sempre chiesto: come è possibile che non possano esistere alterna uve a uno stile di vita dalla qualità così bassa e dai costi così alti? Siamo per forza costretti a vivere tutti in città? Siamo davvero privi di via di scampo come polli in batteria? Quando ci si pone questo tipo di domande si finisce inevitabilmente per coltivare il proprio spirito di ribellione e progettare una vita diversa. E così infatti è capitato anche a me.

«Questo era nei (miei) desideri: un pezzo di terra non tanto grande, dove ci fosse un orto e vicino alla casa una fonte di acqua perenne e un pò di bosco» scriveva il poeta latino Orazio (Satira, 2.6) più di duemila anni fa, ma la cosa valeva anche per me, oggi. A forza di immaginarlo a un certo punto ho davvero spiccato il salto: ho dato le dimissioni dal mio posto di lavoro, venduto l’appartamento urbano in cui vivevo e con gli stessi soldi comprato una vecchia cascina da ristrutturare sulle colline boscose dell’Alta Langa… e qui è cominciata l’avventura (1).

Quello che tutti coloro che hanno sperimentato questo passaggio dicono è che, soprattutto all’inizio, davvero si ha l’impressione di rinascere, di ripulirsi, di cominciare a vivere in maniera completa. Rompere la routine, rompere uno schema di vita poco appagante anche se consolidato e condiviso da tutti, e ripartire da zero, doversi inventare una nuova vita, una vita diversa da quella di prima.

Una volta fuori dalla città si riprende contatto con alcune pulsioni primarie dell’esistenza, sia chiare che scure: la gioia ma anche la paura, l’entusiasmo ma anche la solitudine, le proprie forze ma anche i propri limiti, una ricchezza di senso unita a una maggiore precarietà economica, l’apertura verso il mondo e la diffidenza del mondo verso di noi…Per sentire veramente queste vibrazioni non bastano due settimane di ferie, un trekking organizzato, e neppure una seconda casa in campagna dove andare a rifugiarsi di tanto in tanto per scappare dall’altra casa, quella “vera”, quella di città. Tutto questo lo si capisce soltanto se la scelta è tout-court, e ci si trova a viverci dentro tutti i giorni tutto l’anno; e non è neppure una cosa immediata, ci va una manciata d’anni, almeno.

L ‘incubo dietro al sogno…

Tuttavia ho smesso da tempo di giudicare cosa è meglio o peggio per altri all’infuori di me, e di cercare di convertire le persone al mio punto di vista; credo davvero che la verità sia una valle senza sentieri e ognuno deve trovare da solo il suo, sperimentare in prima persona, andare verso il luogo che ritiene (o crede che sia) maggiormente adatto a lui, qualunque esso sia. Questo vuol dire che capisco benissimo che alcuni si sentano attratti dalla città tanto quanto altri se ne sentano respinti; capisco persino quelli che ogni cinque anni cambiano casa, o quelli che passano tutta la loro vita senza allontanarsi neppure di venti chilometri dal posto dove sono nati.

Posso solo dire cosa penso di fare io. Io penso di non tornare più a vivere in città. Non saprei più abituarmi. Non sarei più capace di rinunciare a una certa qualità della vita che ho conquistato in questi anni da ex-cittadino, molta parte della quale la perderei completamente se tornassi a vivere in città. Ma questo vale solo per me, appunto. Secondo una indagine condotta dal New Statesman, un importante settimanale inglese, invece la maggior parte delle persone che è riuscita a coronare il “sogno” di evadere dalla città tende a ripensarci nel giro di qualche anno. Sono solo 3 le fasi durante le quali il sogno tende, quasi sempre, a diventare un incubo.

La prima fase è positiva, euforica: si stenta a credere di aver realizzato il proprio sogno; nella seconda fase emergono i primi dubbi, si comincia ad accusare il peso dell’isolamento, della fatica quotidiana, della riduzione degli stimoli e delle occasioni sociali, in questa fase il rapporto coniugale (quando c’è) tende a logorarsi e le crisi si fanno sempre più aspre e frequenti; nella terza fase uno dei due, o tutti e due, fanno ritorno in città. Tutto questo si svolge in un arco di tempo che va dai 5 ai 10 anni dal primo trasferimento. Il giornale inglese ha ragione e nella maggioranza dei casi questo succede anche qui da noi. Ne ho conosciuti proprio tanti che ci hanno ripensato nel giro di qualche anno (anche meno di cinque) e, in ogni caso, chiunque viva lontano dalla città da almeno un po’ di anni può confermare che tutti i punti criticati nelle fasi i e 2 sono reali e concreti, anche se non necessariamente si arriva alla fase 3. E lo sono a prescindere da quanto si sia convinti della bontà della propria scelta.

Un sogno vigile

Per cambiare veramente dunque ci vuole non tanto un vago desiderio di cambiamento, ma piuttosto una scintilla che accenda una vera “visione”, un sogno che risvegli l’ascolto profondo a cui ho accennato poco sopra. Poi occorre lavorare sempre a due livelli: quello emotivo e quello razionale e devono essere ascoltati entrambi, rispettando i loro diversi linguaggi simbolici, anche se possono apparire talvolta in contraddizione fra loro. Il sogno deve necessariamente essere un po’ romantico, deve saper cogliere il lato magico delle cose, ma deve essere un sogno vigile, altrimenti si corre il serio rischio di allevare una tremenda disillusione come quella indagata dal New Statesman e cantata da Stefano Disegni.

Mai come quando si fa ritorno alla terra bisogna, appunto, avere “i piedi per terra”.

Per capirci meglio: vivere in campagna significa avere rapporti stretti con i 4 elementi aristotelici: acqua, aria, terra e fuoco. Se per una persona un metro di neve è un problema, allora forse la montagna non è il luogo più adatto per lei; se uno odia l’umidità scoprirà che vi vere in una cascina esposta alle intemperie su tutti e sei lati (i quattro del perimetro, più il tetto e anche il pavimento) significa perdere in partenza la lotta contro l’umidità; se uno odia il fango scoprirà che la terra, quando piove, diventa irrimediabilmente fango, e in campagna ci sono periodi dell’anno dove può piovere anche per tre settimane di fila..

Si scopre quanto è difficile in campagna tenere i vestiti puliti: una camicia pulita un’ora dopo è già sporca; si esce di casa puliti e prima di arrivare al cancello si hanno già schizzi di fango fino al ginocchio… Anche la polvere è un guaio: qualunque cosa venga spolverata dopo due ore è già di nuovo sotto un patina di polvere, sulle scarpe poi è ineliminabile e ovunque andremo ce la porteremo addosso… questi dettagli, se uno non è un po’ “rustico dentro”, alla lunga possono sfinire, o indurre una reazione di tipo urbano: cementificare tutti gli spazi verdi o addirittura asfaltare l’aia… Vedo continuamente in torno a casa mia, l”archetipo cittadino” in azione: antiche cascine ristrutturate come villette a schiera, piccole piazze storiche che sembrano parcheggi di un supermercato, muri in pietra che erano gioielli architettonici buttati giù per essere rifatti con mattoni forati, e cose così. Il mito della città è talmente forte che a volte anche le persone che non ci vivono fanno di tutto per fare finta di esserci…Aggiungerei poi anche un quinto elemento con il quale bisogna fare i conti: gli animali e le popolazioni non umane.

La Terra non è solo casa nostra. Se la città è il formicaio degli umani, in campagna gli animali sono a casa loro e noi siamo solo una delle innumerevoli specie che coabitano con loro nello stesso ambiente.I cinghiali quando hanno fame sì spingono fin davanti alla porta di casa, da soli o in branco; le faine, le volpi, i ricci, i ghiri, le donnole e i pipistrelli arrivano a cercar cibo fin sotto al tetto; topi ragni e scorpioni invece vengono a vivere direttamente in casa, insieme a noi, ed è illusorio pensare di vivere in una casa di campagna priva di tane e nidi segreti appartenenti a una mezza dozzina di altre specie…

Ecco alcuni esempi di situazioni che a un cittadino è molto difficile si presentino: una mattina ho fatto colazione versando il latte in una tazza in cui avevo lasciato il caffè avanzato dalla sera prima e mi sono ritrovato in bocca un enorme ragno peloso che era affogato nel caffè durante la notte. Le lucertole vanno a caccia sul tetto e spesso cadono di sotto, e finché sono lucertole niente di male, ma ci sono anche (innocui) serpenti che hanno le stesse abitudini di caccia: a mia moglie e me un giorno è capitato che mentre stavamo mangiando davanti a casa, per poco (meno di 2 metri) uno di loro non ci è caduto sulla tavola direttamente nel piatto, oppure sulle spalle, come nel peggior film dell’orrore. ) Tempo fa notai uno strano filo di stoffa uscire dalla caldaia, quando lo tirai venne giù un nido di topi che era praticamente una reggia: tutto fatto con fazzoletti e magliette che avevano rubato dalla biancheria (la caldaia è nella stessa i stanza della lavatrice), era persino coibentato: lo avevano avvolto con carta] stagnola realizzando il posto più caldo e confortevole di tutta la casa, e stava .1 dentro la caldaia senza che ne intralciasse il funzionamento! (questo spiega come mai i topi esistono sin dal tempo dei dinosauri e non si sono mai estinti).

Nei nostri boschi stanno tornando anche gli orsi e i lupi, e questo mi riempie di gioia, ma il mio vicino che alleva pecore ne ha già trovate alcune uccise forse proprio da un lupo.., insomma tutti sanno che noi non siamo l’unica specie vivente del pianeta, la differenza fra chi vive in città e chi in campagna è che i primi lo sanno per astrazione, i secondi per esperienza diretta. A mio avviso, una buona domanda da porsi per capire se si è più adatti a vivere in un contesto urbano o in uno rurale è chiedersi: cos’è che ci fa più paura?

Per quello che mi riguarda io dichiaro che attraversare un bosco da soli in una notte senza luna mi spaventa molto meno che attraversare la periferia di una grande metropoli in una notte simile. La differenza è tutta qui. Ma vivere in campagna non è certamente solo una lotta, anzi, significa anche avere un rapporto molto gratificante con il pianeta: significa avere un orto e un frutteto, avere il controllo diretto sul cibo che si mangia, poter pranzare sotto il cielo limpido, guardare stellate straordinarie prima di andare a dormire, leggere con la luce naturale nelle notti di plenilunio, poter estendere la propria famiglia anche agli animali preferiti, potersi scaldare da vanti al fuoco d’inverno o leggere un libro sotto un ciliegio fiorito a primavera.

In campagna cambia anche il rapporto con il tempo, a volte può davvero succedere come al monaco di questa favola, che Robert Louis Stevenson amava raccontare: un monaco andò a passeggiare in un bosco, udì un uccello intonare una canzone, ascoltò attentamente un trillo o due e si ritrovò, al suo ritorno, straniero alle porte del convento: era stato assente cinquant’anni e, di tutti i suoi confratelli, soltanto uno era sopravvissuto e in grado di riconoscerlo. Insomma, vivere in campagna significa poter apprezzare queste e molte altre cose ancora che io definisco “bonus deo concedente” della vita, e che in città, ormai, non sono più possibili e, temo, non lo saranno mai più.

Naturalmente i cittadini hanno a disposizione molti altri ‘bonus’ di tipo diverso da questi, per cui anche in questo caso occorre avere le idee veramente molto chiare su quello che davvero vogliamo dalla nostra vita, ovvero occorre confrontarsi con il mito della città e, naturalmente, il contro-mito della campagna…

Città e campagna, miti e contro-miti…

Per “mito” qui intendo convinzioni e pregiudizi su cui basiamo le nostre aspettative e le nostre opinioni, ma che spesso sono infondati; non per nostra scarsa capacità di giudizio, ma piuttosto in quanto viviamo immersi in un flusso di coscienza collettivo fatto di luoghi comuni e idee preconcette che ci impregna e condiziona, e del quale siamo spesso strumenti passivi e inconsapevoli. Noi tutti infatti, chi più chi meno, ci portiamo dentro un paradosso culturale non da poco: da una parte ci sentiamo esemplari unici, liberi in tutto e per tutto di fare quello che vogliamo, ma d’altro canto questo non è vero, la nostra identità è in buona parte plasmata dall’identità collettiva. Anzi, a ben vedere, in moltissime cose tendiamo inconsapevolmente ad andare proprio nella direzione verso cui vanno tutti, ad adattarci alle norme sociali consolidate, alle tendenze di massa, abbiamo una resistenza di fondo che ci impedisce di andare troppo controcorrente, di agire diversamente da tutti gli altri.

E un adattamento strategico, antico, ovvero lo facciamo per sopravvivere: ci adattiamo a quello che la maggioranza ha già deciso, preferiamo non essere direttamente responsabili delle nostre scelte, e questo significa non soltanto contrastare la solitudine, ma anche sentirsi meno ansiosi, più protetti dalla collettività.

E’ su questo terreno che affondano le radici i miti

Per esempio, esiste un “mito della città” basato su una idea frusta ma non ancora estinta di “superiorità”: chi vive in città si sente superiore al “campagnolo”; si sente su un gradino più alto della scala sociale: essere provinciali è ancora oggi quasi un insulto; l’impiegato è superiore al contadino, l’operaio all’artigiano, e così via; alcuni pensano ancora che la città sia il Paese della Cuccagna dove tutti godono senza sforzo di grandi privilegi sociali ed ogni fatica è cancellata dalla potenza del sistema.

Ma esiste anche un.“mito della vita in campagna”, fatto di aspettative magiche: questo mito suggerisce subdolamente che vivere in campagna significhi provare solo emozioni positive, ritrovare il paradiso perduto, vivere nel paese incantato degli elfi e delle fate, provare sempre le stesse emozioni e la stessa spensieratezza dì quando si è in vacanza…

Allora dove è meglio vivere?

Occorre tuttavia riconoscere che in questa fase storica della nostra civiltà il mito della città è, fra i due, quello decisamente più forte, tant’è che le città at traggono sempre più individui: al momento più del 65% della popolazione vive in città e la percentuale cresce anno dopo anno. Forse perché come scrive Italo Calvino, «le città come i sogni, Sono costruite di desideri e di paure». Questo comporta un pericolo a lungo termine, perché più le città crescono più degradano e più il loro peso ambientale si fa sentire, senza contare che la perdita di tutte quelle competenze che riguardano l’agricoltura e l’artigianato non possono certo venire sostituite da internet, dai centri commerciali, o dagli indici di borsa…Quando tutti vivranno in città chi alleverà le mucche che danno latte e carne? Chi coltiverà la vigna e farà il vino? Chi pianterà le patate e i pomodori?

Anche se forse verrà il giorno in cui il vino e le patate le potremo “scaricare” dalla rete, come facciamo oggi con i film e la musica, ci vorrà pur sempre qualcuno, da qualche parte, che avrà prodotto queste cose lavorando la terra…

A parte questo, che è un altro discorso, vorrei far notare che comunque è pericoloso, seppure in modo diverso, anche il mito della “vita in campagna”, soprattutto perché ci si dimentica (o non si sa) che vivere lontano dalle città comporta una trasformazione radicale del proprio stile di vita e una lunghissima serie di compromessi con alcuni “standard” a cui siamo ormai talmente abituati da darli con troppa leggerezza per scontati. Per quanto tali disagi assomiglino agli stessi che incontriamo quando facciamo una vacanza in campeggio o un trekking, occorre considerare che in quelle situazioni noi sperimentiamo soltanto la punta dell’iceberg, oltretutto in un momento in cui siamo disponibili a farlo, e sapendo che al termine della vacanza torneremo al mondo pulito e ordinato da cui siamo partiti. Ma quanto rimarrebbe del nostro orgoglio wilderness se fossimo costretti ad abbassare per sempre il nostro standard di vita a livello di Dinamite Bla, il rustico e scontroso personaggio disneyano che viveva in una fatiscente fattoria?

Per fare solo alcuni esempi concreti: in città nella propria cassetta degli attrezzi basta avere qualche cacciavite, una pinza e un trapano; in campagna ci vogliono settecentomila arnesi diversi e bisogna, all’occorrenza, saper fare di tutto e tenere tutto sotto controllo: dalle cantine alla punta del comignolo. Bisogna saper fare un po’ l’elettricista, l’idraulico, il muratore, il falegname… essere capace di pulire una canna fumaria, le grondaie, gli scarichi.., salire sul tetto per sostituire una tegola o un listello… e mille altre cose ancora.

Ecco alcuni aneddoti che fanno parte delle mie rocambolesche esperienze dirette (ma posso assicurare che chiunque viva in campagna ha il suo repertorio altrettanto variopinto di esperienze simili): un giorno mi accorsi che in cantina avevo un ritorno delle acque nere di casa, segno che si era intasato un tubo di scarico della fossa biologica; decisi di risolvere il problema da solo, ma prima di riuscirci – dopo molti giorni – avevo scavato mezzo giardino alla ricerca dei tubi interrati, scoperchiato e svuotato la fossa biologica, e sul bordo di questa, con la testa letteralmente dentro la fossa, infilato mani e braccia dentro ai tubi in entrata e anche in uscita dello scarico.., e se avete capito esattamente cosa sono le “acque nere” avete anche capito di che tipo di lavoro si sia trattato. (2

Un giorno io e i miei cani siamo stati caricati a sorpresa nel bosco da un cinghiale che aveva i piccoli e stava pascolando nei pressi, e la scorsa estate uno dei miei cani una notte ha inseguito un animale fin dentro al bosco e da allora è scomparso. Un’altra volta un topo, per potersi dissetare, aveva rosicchiato un raccordo dei tubi dell’acqua del bagno, che si trovava sotto il pavimento. Quel particolare pezzo riuniva tutti gli scarichi provenienti da lavandini, bidet e doccia del bagno e non solo non si trovava più in commercio, ma per poterlo sostituire occorreva disfare parte del pavimento; per evitare di imbarcarmi in imprese troppo onerose mi arrangiai riparandolo con una dose massiccia di silicone, ma per farlo dovetti comunque smontare parte del soffitto della stanza sotto al bagno e ci lavorai per una intera settimana.

In un’altra occasione sono riuscito persino a prendere la scossa in un occhio da un filo elettrico scoperto (che pensavo non fosse collegato alla corrente) mentre sostituivo, stando in bilico su una scala a dieci metri di altezza, un lampione sulla facciata della casa… solo per un caso fortuito non ho riportato danni permanente alla vista e non sono caduto dalla scala.

Per un certo periodo di tempo ho avuto permanentemente calli, lividi, ferite di vario genere su braccia e gambe… tutte queste cose, per me che ero un “cittadino”, mi hanno mostrato, al di là della mia sicumera iniziale, che in realtà dovendo badare a me stesso lontano da una città io non sapevo fare niente e ancora oggi, per quanto abbia imparato ad arrangiarmi quando serve, ritengo di essere scarsamente dotato di abilità manuali.

In realtà nel tempo ho anche imparato che pensare di saper fare tutto è un altro errore tipico da cittadino presuntuoso. Chi fa sempre tutto da solo non avrà mai niente di fatto a regola d’arte, e questo vale anche per chi se la sbrigare meglio di me, perché non si può avere la stessa esperienza di un professionista specializzato in tutti i campi. E’ invece buona cosa che ognuno faccia il suo lavoro, per cui per quanto riguarda la manutenzione della casa io ho raggiunto un punto d’equilibrio: intervengo personalmente solo in casi d’emergenza o quando sono più che si curo delle mie possibilità, altrimenti alzo il telefono e chiamo la persona competente per il tipo di problema da risolvere, così tutti sono più contenti: gli artigiani del posto, io, mia moglie e, naturalmente, anche la casa che alla fine si ritrova un rammendo fatto a regola d’arte, e non il solito rattoppo fatto con una pezza riciclata…

Il vero cambiamento

Le persone che ho conosciuto nel corso di questi anni che dopo essersi trasferite in campagna hanno fatto ritorno, seppure in tempi e modi diversi, a vivere in città avevano commesso tutte alcuni errori di valutazione: intanto, come già detto, pensavano che andare a vivere in campagna fosse come essere sempre in vacanza; poi si erano trasferite in campagna con un atteggiamento da Cristoforo Colombo che sbarca nel Nuovo Mondo e pensa di essere l’uomo superiore che porta la civiltà ai selvaggi; inoltre non erano riuscite ad acce tare il peso dei molti compromessi con il loro precedente standard di vita ma, infine, anche e soprattutto avevano avuto paura del vero cambiamento che, al di là di tutti gli adattamenti pratici, in realtà è di tipo interiore.

Quando si lascia la città non per un breve periodo di vacanza ma per un cambiamento definitivo, occorre cambiare veramente, a tutti i livelli, ma soprattutto a livello interiore, perché il confronto con la natura e i suoi silenzi, la sua energia pura e primitiva, richiede molta maturità, molta consapevolezza delle proprie forze, delle proprie risorse fisiche e psicologiche. Altrimenti si viene spazzati via. Ho notato per esempio che da come le persone interpretano il silenzio si può capire se sono dei cittadini o dei campagnoli: c’è chi ne ha paura e lo teme, e chi invece lo ama e lo difende.

Il silenzio è un simbolo forte, archetipico, ci parla della nostra solitudine esistenziale, delle profondità dell’essere.., tutte esperienze che molti evitano volentieri, perché il confronto con il proprio Sé profondo non è una esperienza sempre facile e divertente.

«Conoscere se stessi? Se conoscessi me stesso, fuggirci lontano» scriveva con ironia, ma anche con una certa dose di consapevolezza, Goethe

Mentre in campagna questo confronto difficilmente potrà essere evitato, in città invece è facile aggirarlo o rimandarlo: la città garantisce in qualche modo delle sicurezze psicologiche, protegge, rafforza il lato più debole del proprio io, consente di nascondersi al mondo ma soprattutto a sé stessi, perché nel suo brusìo ininterrotto (che spesso diventa frastuono) e nel fluire dei suoi ritmi caotici permette di vivere senza pensare troppo, senza porsi le ‘domandone’ a cui ho accennato all’inizio.. Il rumore delle città è il sigillo che impedisce al Vaso di Pandora del nostro inconscio di scoperchiarsi; mentre invece nel silenzio della campagna tutti i nostri fantasmi cominciano a circolare liberamente intorno a noi, ci chiamano per nome e pretendono di venire riconosciuti.

A volte nel senso letterale del termine. Questo non va sottovalutato al momento di scegliere il luogo dove andare a Vivere. Alcune indicazioni utili a chi:, infine, ha deciso di provare sul serio a mettersi in gioco. Quello che proprio non possiamo chiedere agli altri è di assumersi la responsabilità dei nostri fantasmi, delle nostre paure. Cambiare vita è la nostra iniziazione e dobbiamo farcela da soli o, al massimo, insieme alla persona che ci è più vicina.

A questo proposito sconsiglio vivamente di rivoluzionare la propria vita se il/la nostro/a compagno/a non è convinto/a tanto quanto noi nel farlo. Se esiste una difformità nei desideri e nelle motivazioni della coppia il destino è segnato: tempo un anno o due, e poi il legame entrerà in crisi ‘e il partner che era meno motivato al cambiamento tornerà indietro dalla campagna alla città ma anche, naturalmente, viceversa. Sul come fare, non esiste una ricetta universale, come ho già detto, la verità è una valle senza sentieri. Posso solo evidenziare alcuni punti ricorrenti in tutte le storie che ho ascoltato in questi anni, che torneranno utili a chi sta pensando di intraprendere questo viaggio, un viaggio che, ribadisco per l’ennesima volta, non è solo fisico cd esteriore ma anche e soprattutto interiore, perché è comunque un viaggio alla scoperta della propria identità profonda.

Il primo passo quindi che chi sta pensando di lasciare la città dovrà fare è in realtà un passo che va dentro, e non fuori. E un passo dentro sé stesso, perché deve capire se davvero si tratta di un bisogno profondo, o di un desiderio scaturito magari al termine di una bella vacanza in agriturismo a casa di qualche parente che vive in una “ridente località di villeggiatura”…Per capire se il cambiamento è davvero necessario, occorre sentire qual è il tipo di energia vitale che ci elargisce l’ambiente in cui viviamo, sia che si tratti di un luogo che si è scelto, sia se è quello in cui ci si è semplicemente trovati a vivere.

Se si tratta di una energia che dà vitalità e tranquillità, allora va tutto bene, non è il caso di fare grandi progetti di cambiamento; se invece è un luogo che riduce la nostra vitalità e quindi ci avvilisce e deprime, allora occorre smettere di lasciarsi trasportare dalla corrente e cominciare a tracciare nuove strade, cercare nuovi territori.

Questo è il momento di fare il secondo passo, che stavolta è veramente un passo che ci porta fuori di casa alla ricerca di un ambiente che dà energia anzi ché toglierne. Si tratta allora di identificare quella realtà e quella dimensione di vita che, al solo pensiero, fa tornare la vitalità, accende la visione, l’entusiasmo. Può essere la montagna, oppure il mare, l’aperta campagna oppure soltanto una cittadina un po’ più piccola, più a misura d’uomo, magari con un bel quartiere medievale.., se il luogo da cui vogliamo prendere le distanze ci fa ammalare, il luogo verso cui dobbiamo dirigerci deve risanarci. Quando il cambiamento va nella direzione del brutto verso il bello, allora è un cambiamento assolutamente legittimo e necessario.

Torniamo al problema dell”ascolto profondo”, a cui ho accennato all’inizio.

A questo punto si pone seriamente il problema della PAURA.

La paura del cambiamento è sempre l’ostacolo più grosso da superare, per- ché a questo punto scatteranno una serie di meccanismi istintivi puramente razionali — e in parte inconsci — di difesa.

E non verranno solo da noi, ma anche dall’esterno di noi, dall’ambiente che abbiamo deciso di abbandonare, perché la situazione psicologica nella quale ci veniamo a trovare è più o meno quella dell’animale che ha deciso di staccarsi dal branco, laddove tutti quelli che lui conosce, ossia gli altri membri del branco, non vogliono farlo, anzi lo sconsigliano vivamente di farlo. Certamente quando si lascia la città bisogna anche porsi i problemi pratici ma altrettanto necessari del lavoro, dei soldi, del proprio sostentamento…

Personalmente il denaro e il lavoro, che normalmente vengono considerati gli ostacoli principali al cambiamento, io li considero secondari, e comunque ho visto che in città le persone fanno una fatica tremenda a “tirare avanti”, laddove a parità di impegno lavorativo in campagna si fa una vita oltremodo più rilassata, senza contare che il costo della vita e più basso, e maggiore il controllo diretto sulle spese.

Trovare il lavoro e i soldi fuori dalle città non è necessariamente né diverso né più difficile che cercarlo in città, anzi, per alcune attività (soprattutto di carattere artigianale) è ancora più facile. Quindi chi usa l’alibi dei soldi, nasconde il vero problema che, quasi sempre, è la paura del cambiamento. Pensiamo che non sia così perché la nostra mente è, per l’appunto, infestata di paura, di ignoranza (nel senso di non-conoscenza), di pregiudizi indotti da un facile “buon senso” collettivo un pò retorico e superficiale.

Questo è l’ostacolo più difficile da superare, quello che frena la maggior parte delle persone, che porta ad elaborare le scuse infinite del “vorrei ma non posso”… Swami Prajnanpad, un mistico indiano, diceva: “Dovete comprendere la mente completamente, viverla ed esaurirla. Solo allora potrete raggiungere la pienezza” E’ poi molto diffusa, ma altrettanto sbagliata, anche l’idea che chi non sta bene dove si trova starà male dappertutto, mentre invece io so per certo che vivere in sessanta metri quadri alla periferia di una grande città NON E’ LA STESSA COSA che vivere in una grande cascina circondato dalla natura… sono disposto a riconoscere che per alcuni la città è preferibile alla campagna ma, per favore, smettiamola di dire che chi non è a suo agio in un posto non lo sarà neanche in un posto radicalmente diverso, soprattutto se non ha mai fatto la prova sul campo. Muoversi comporta certamente rischi maggiori rispetto a stare fermi, ma la sensazione di averci provato è sempre e comunque preferibile al rimpianto di non averlo fatto mai.

E vivere di rimpianti non è molto piacevole…

L’ultima traccia che vorrei offrire è che, superati tutti questi preliminari, a un certo punto bisogna smettere di pensare e cominciare ad agire, ovvero buttarsi nella mischia, e uso proprio questo verbo: buttarsi, perché in un certo senso si tratta proprio di lasciarsi andare.

Non so avete mai provato a tuffarvi da un trampolino di quelli olimpionici, alti magari 8 o più metri. Da sotto sembra facile ma quando ci si trova in alto, sull’orlo, la situazione appare da una prospettiva assai diversa, molto più spaventosa, e scattano tutta una serie di istinti di conservazione che impediscono di tuffarsi. Ecco, a quel punto bisogna fregarsene del “sano buon senso” e lasciarsi andare. E una questione più di volontà che di coraggio, occorre re-imparare a scavalcare la razionalità e fidarsi della nostra anima, che è una centrale di energia straordinaria, la quale normalmente è disattivata o lavora al minimo, ma quando gli eventi della vita glielo permettono allora entra in gioco alla grande con una forza straordinaria e diventa davvero la nostra risorsa più potente, quella che ci traghetta sani e salvi fuori dalla tempesta.

Le persone si salvano quando cominciano a fidarsi più della loro anima che del loro cervello, perché l’anima è connessa con la vastità dell’universo, mentre il cervello è connesso soltanto con il microcosmo delle nostre esperienze quotidiane, le quali sono spesso confuse, limitate e alquanto opache. Se si comincia con l’ascolto profondo, si arriva puntualmente anche alla visione profonda… e questo è il momento in cui bisogna prendere uno cartina geografica, mettersela in tasca, aprire la porta, cominciare il viaggio.

E al diavolo tutto il resto.

i — A chi interessasse, la storia semiseria di questo rocambolesco cambiamento è contenuta nel mio libro “Cose che capitano e piccoli misteri”, che può essere richiesto direttamente alla nostra redazione.

2 — Questo episodio è raccontato nei dettagli più “sconci” su Ellin Selae n. 64

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