Il gerarca propone, come via d’uscita alla precarietà del lavoro, l’instaurazione di rapporti personali con la parte ricca di beni del paese: sei povera/o … fatti una ricca/o!
Grande scontro politico sulla infame battuta.
Veramente ci sarebbe da scontrarsi sull’idea del lavoro!
Anzi meglio sarebbe ri/pensare al “rifiuto del lavoro” …!
…”rifiuto del lavoro significa:
· Uno schema interpretativo dell’intero processo nel quale si intrecciano le lotte operaie e lo sviluppo capitalistico, l’insubordinazione e la ristrutturazione tecnologica.
· Una coscienza diffusa, un comportamento sociale antiproduttivo, una difesa delle proprie libertà,e della propria salute: una coscienza che divenne fortissima e praticamente costituì la base inattaccabile della resistenza operaia contro la ristrutturazione capitalistica fino a metà degli anni settanta…” ( Nanni Balestrini, Primo Moroni L’Orda D’Oro ed. Feltrinelli )
Ho nostalgia di quella parte della mia generazione con la quale ho considerato la visione di un lavoro continuativo, garantito, 8 ore per 365 giorni, per tutti gli anni della vita, come l’incubo peggiore, il destino al quale sottrarsi con ogni mezzo necessario.
L’infame battuta del gerarca non ci salva dalle infami elegie del lavoro fisso, stabile, eterno e garantito … perchè quello che sottende a questa ipotesi politica e culturale è semplicemente “il consumo” fisso, stabile, eterno e garantito.
Più che disinquinare l’immaginario ci sarebbe da immaginarlo per averlo, un’immaginario.






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